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The Invite, Rashida Jones e Will McCormack: «In amore non bisogna essere perfetti, ma continuare a provarci»

  • Postato il 20 luglio 2026
  • Di Panorama
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In sintesi

The Invite è un film che esplora le dinamiche relazionali attraverso una cena che diventa catalizzatore di cambiamenti significativi. Rashida Jones e Will McCormack, nel loro ruolo di creatori e interpreti, affrontano il tema centrale della perfezione sentimentale: le relazioni non richiedono equilibrio assoluto, ma piuttosto dedizione costante nel lavorare insieme. Un'occasione narrativa per riflettere su come le coppie moderne navigano tra aspettative e realtà, scoprendo che l'impegno continuo è il vero fondamento di un matrimonio duraturo.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

The Invite, Rashida Jones e Will McCormack: «In amore non bisogna essere perfetti, ma continuare a provarci»

Ci sono cene capaci di cambiare il corso di un matrimonio, non necessariamente perché durante la serata accada qualcosa di irreparabile, ma perché, una volta apparecchiata la tavola, diventa impossibile continuare a ignorare tutto ciò che per anni è stato accuratamente nascosto sotto la superficie. È da questa premessa che prende vita The Invite, la commedia diretta da Olivia Wilde e interpretata dalla stessa regista insieme a Seth Rogen, Penélope Cruz ed Edward Norton: quattro persone, due coppie, un appartamento e una serata che, tra desideri confessati, provocazioni e improvvisi momenti di verità, costringe tutti i protagonisti a interrogarsi sul significato dell’intimità.

A scrivere il film sono stati Rashida Jones e Will McCormack, amici da quasi trent’anni e collaboratori da oltre venti, che durante una conferenza stampa organizzata per i Golden Globes voters hanno raccontato il lungo processo creativo con cui il materiale originale dello spagnolo Cesc Gay è stato trasformato in una storia profondamente americana e, al tempo stesso, universale. Una storia che parla della crisi delle relazioni di lunga durata, ma anche della distanza che può crearsi tra le persone quando il desiderio viene sostituito dall’abitudine e la capacità di comunicare da un’infinita analisi dei propri problemi.

Il matrimonio nell’era dei podcast e della terapia

Secondo Rashida Jones, uno degli elementi più specificamente americani di The Invite è proprio l’ossessione per l’idea che ogni relazione debba essere continuamente analizzata, corretta e migliorata. «Gli americani, soprattutto quelli della nostra età che vivono relazioni di lunga durata, sono ossessionati dalla convinzione che sia possibile, o addirittura necessario, migliorare continuamente il proprio rapporto», ha spiegato la sceneggiatrice, sottolineando come questa esigenza sia oggi alimentata anche dalla cultura dei podcast, diventati una sorta di terapia permanente e portatile.

Si ascoltano psicologi ed esperti di relazioni mentre si guida, si prende la metropolitana o si torna dal lavoro, per poi rientrare a casa e cercare di applicare alla propria vita ciò che si è appena imparato. Jones e McCormack hanno citato figure come Esther Perel, Terry Real e Orna Guralnik, protagonista della serie documentaria Couples Therapy: voci che hanno portato il linguaggio della terapia di coppia fuori dagli studi degli specialisti e dentro la quotidianità, rendendo familiari concetti che un tempo sarebbero rimasti confinati alla seduta con uno psicologo.

A questa costante necessità di interrogarsi sulla salute delle relazioni si aggiunge la curiosità crescente nei confronti del poliamore, delle coppie aperte e delle nuove forme familiari. I ruoli tradizionali stanno cambiando, le donne lavorano, gli uomini possono restare a casa, la genitorialità viene condivisa secondo modelli differenti e persino il concetto di fedeltà viene continuamente discusso e ridefinito. The Invite si inserisce esattamente in questa zona di confine, senza giudicare i propri personaggi e senza presentare la coppia aperta come la soluzione ai problemi del matrimonio tradizionale. Mostra piuttosto quattro adulti che cercano, ciascuno a modo proprio, di comprendere che cosa desiderino davvero e quanto siano disposti a rischiare per ottenerlo.

Una sceneggiatura costruita intorno agli attori

Il film nasce dall’opera di Cesc Gay, già portata sullo schermo in Spagna con Sentimental, conosciuto internazionalmente anche come The People Upstairs. Jones e McCormack avevano lavorato alla sceneggiatura per circa un anno prima dell’inizio delle prove, ma l’arrivo del cast ha modificato profondamente il progetto e permesso ai personaggi di assumere caratteristiche più personali.

«Quando Penélope Cruz entra nella sala prove, pensi: “Penélope Cruz è qui”. A quel punto vuoi adattare il film a una delle più grandi attrici di sempre», ha raccontato McCormack, spiegando come per una settimana gli sceneggiatori, Olivia Wilde e i quattro interpreti abbiano discusso esperienze personali, relazioni, insicurezze e dinamiche di coppia. Molte di quelle conversazioni sono poi confluite nella sceneggiatura, mentre il compito degli autori è stato quello di integrare le nuove idee senza compromettere la struttura narrativa, facendo in modo che ogni intuizione proposta dagli attori trovasse il proprio spazio e conservasse il ritmo e la coerenza della storia.

Jones ha ricordato che il film poteva contare su un materiale di partenza particolarmente solido, ma anche che ciascun interprete ha portato nel progetto la propria esperienza e la propria sensibilità. È stato quindi necessario tornare continuamente alla struttura, verificando se ogni nuova idea potesse davvero sostenere il racconto, mantenere il passo della commedia e inserirsi organicamente nei temi già presenti.

Una delle aggiunte più importanti emerse durante le prove è stata la possibilità concreta di uno scambio tra le due coppie. La scena non rappresenta soltanto una provocazione sessuale, ma diventa il momento in cui tutte le fantasie accumulate durante la cena si scontrano con la realtà. Joe, interpretato da Seth Rogen, si ritrova improvvisamente davanti alla possibilità che una donna come Pina, interpretata da Penélope Cruz, voglia davvero andare a letto con lui, mentre Angela, il personaggio di Olivia Wilde, deve confrontarsi con il proprio desiderio e con la distanza ormai sedimentata nel suo matrimonio.

Come ha osservato Jones, ciò che distingue i personaggi americani da quelli della versione spagnola è il modo in cui affrontano la proposta. Inizialmente sembrano divertiti, quasi eccitati dalle storie sulla vita sessuale aperta dei vicini, ma quando la fantasia rischia di trasformarsi in qualcosa di concreto emergono l’imbarazzo, la paura e l’incapacità di abbandonarsi. Queste persone credono di volere libertà, avventura e trasgressione, ma sono ormai troppo abituate a pensare al sesso per riuscire semplicemente a viverlo.

L’appartamento come riflesso del matrimonio

In una storia costruita quasi interamente all’interno di uno spazio chiuso, anche l’appartamento diventa parte della narrazione. Jones e McCormack hanno spiegato di aver discusso fin dalle prime fasi della scrittura la geografia degli ambienti, la posizione delle finestre e la possibilità che i personaggi potessero vedersi oltre che ascoltarsi. Gli spazi dovevano sembrare separati e, allo stesso tempo, costantemente esposti allo sguardo altrui.

Il personaggio di Joe, per esempio, si riflette nel suo studio, una sorta di scatola sospesa al centro della casa, apparentemente separata dal resto dell’appartamento ma non abbastanza privata da permettergli di isolarsi davvero. È lì che ha accumulato il disordine, gli oggetti e le parti di sé che non riesce a gestire, mentre la camera da letto è stata pensata come lo spazio più trascurato della casa, l’ultima stanza alla quale i due coniugi hanno dedicato attenzione perché è anche quella che ormai utilizzano meno emotivamente.

Quella camera un tempo apparteneva ai genitori di Joe e dovrebbe rappresentare l’intimità della coppia, ma non è un ambiente da mostrare agli ospiti e non è nemmeno un luogo nel quale i protagonisti sembrino più capaci di stare bene insieme. È uno spazio rimasto fuori dalla rappresentazione sociale della loro vita, proprio come la parte più fragile e privata del loro matrimonio.

La scenografia di Jade Healy ha amplificato questa sensazione attraverso stanze separate, specchi, passaggi e prospettive che permettono ai personaggi di osservare ciò che non riescono a raggiungere. L’appartamento non è soltanto il contenitore dell’azione, ma la rappresentazione fisica di un rapporto nel quale tutto è vicino e, nello stesso momento, difficilmente accessibile.

Il finale al pianoforte

Il momento che Jones e McCormack non hanno mai voluto cambiare è il finale, quando, dopo una notte di discussioni, rivelazioni e tentativi falliti, Joe si siede al pianoforte. Si tratta di un gesto apparentemente minimo, ma carico di tutto ciò che il personaggio non è riuscito a dire durante la serata. Secondo Rashida Jones, può significare che Joe è disposto a ricominciare, a cambiare, a chiedere scusa o semplicemente a riconoscere il passato condiviso con la moglie.

Il pianoforte era presente già nelle prime versioni della sceneggiatura, molto prima che Olivia Wilde e l’attuale cast entrassero nel progetto. Le parole pronunciate dalla coppia prima di quel momento sono state invece riscritte numerose volte, almeno dodici secondo Jones, perché il dialogo doveva raggiungere un equilibrio delicato: non poteva offrire una riconciliazione troppo netta, ma nemmeno trasformare la scena in una separazione definitiva.

Per McCormack, Joe non deve dimostrare di essere diventato improvvisamente un marito migliore, ma soltanto compiere un tentativo. «In un matrimonio non bisogna essere perfetti e non bisogna neppure essere necessariamente bravi, ma bisogna provare», ha osservato lo sceneggiatore. È questa l’idea sulla quale si regge il finale di The Invite: non una soluzione definitiva, ma un movimento, quasi impercettibile, verso l’altra persona.

Quando hanno scritto la scena, Jones e McCormack immaginavano che Joe e Angela avrebbero cercato di restare insieme, ma le reazioni del pubblico hanno dimostrato quanto il finale possa essere interpretato in modi differenti. Alcuni vedono nel pianoforte l’inizio di una nuova fase del matrimonio, mentre altri lo considerano l’ultimo omaggio a una relazione ormai conclusa, una sorta di riconoscimento affettuoso di ciò che è stato prima di lasciarsi. La sceneggiatura permette entrambe le letture, perché ciò che conta non è sapere con certezza se i personaggi rimarranno insieme, ma capire che almeno uno dei due ha finalmente deciso di interrompere l’immobilità.

«Prima scrivevamo sul dolore dell’amore, ora sul dolore della vita»

Rashida Jones e Will McCormack si conoscono da ventisette anni e nel corso della loro collaborazione hanno lavorato a progetti molto diversi tra loro, da Celeste and Jesse Forever a Toy Story 4, passando per il documentario Quincy, dedicato al padre di Jones. Nonostante la varietà dei generi, i due sceneggiatori riconoscono un filo comune nel loro lavoro: l’interesse per il modo in cui il dolore possa essere, nello stesso tempo, devastante e profondamente comico.

Jones ha spiegato che entrambi sono quasi ossessionati dalla sofferenza inevitabile della vita e dalla possibilità che ridere insieme di quelle esperienze possa avvicinare le persone. Che si tratti di raccontare un padre con problemi di dipendenza, due genitori che affrontano la perdita di un figlio oppure l’ansia quotidiana di mandare i propri bambini a scuola negli Stati Uniti, il loro obiettivo rimane quello di raggiungere il nucleo più intimo di paure e dolori condivisi, cercando di far sentire il pubblico meno solo.

Per McCormack, i momenti di perdita e fallimento sono spesso quelli nei quali le persone riescono a mostrarsi più autenticamente umane. Raccontarli significa ricordare allo spettatore che qualcun altro sta vivendo la stessa paura, lo stesso lutto o la stessa delusione. Anche il modo in cui i due autori scrivono è cambiato con l’età: «Quando eravamo giovani scrivevamo del dolore dell’amore, adesso scriviamo del dolore della vita», ha osservato McCormack.

I protagonisti di The Invite, infatti, non stanno vivendo il primo grande amore e nemmeno la prima delusione. Si trovano nel mezzo delle loro esistenze, quando le decisioni prese anni prima hanno ormai prodotto conseguenze, i sogni sono stati ridimensionati e l’idea di ricominciare appare infinitamente più complicata. Non si chiedono soltanto se amino ancora la persona che hanno accanto, ma anche che cosa sia rimasto delle persone che erano quando si sono innamorati.

Perché abbiamo ancora bisogno di ridere insieme

Secondo Jones e McCormack, la commedia sta tornando a occupare uno spazio importante nelle sale cinematografiche perché offre qualcosa che lo streaming non può replicare completamente: una reazione collettiva. Per McCormack, horror e commedia funzionano particolarmente bene al cinema perché la paura e la risata sono contagiose, e vivere quelle emozioni in una stanza piena di sconosciuti produce una forma di liberazione condivisa.

Rashida Jones vede nell’horror una risposta alle ansie del presente: le persone entrano in sala, affrontano una paura controllata e, terminato lo spavento, possono tornare a ridere. La commedia svolge una funzione simile, perché autorizza il pubblico a riconoscere l’assurdità, l’imbarazzo e la crudeltà della vita senza esserne completamente sopraffatto. Vedere gli altri ridere, ha spiegato Jones, ci dà il permesso di trovare divertenti anche le situazioni più scomode, ed è proprio questa possibilità di riconoscersi collettivamente nelle fragilità umane a rendere ancora necessario il cinema.

The Invite costruisce la propria comicità esattamente in quello spazio. Fa ridere non perché i suoi personaggi siano privi di dolore, ma perché quel dolore è talmente umano, familiare e riconoscibile da diventare inevitabilmente comico. Alla fine della cena nessuno ha davvero risolto i propri problemi, il matrimonio non è stato salvato e nemmeno definitivamente distrutto, ma resta un uomo davanti a un pianoforte che, forse per la prima volta dopo molto tempo, decide di provare. E qualche volta, almeno per cominciare, può essere abbastanza.

Autore
Panorama

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