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Tetto agli stranieri, Valditara ridimensiona Meloni: “Solo per chi non sa l’italiano”. E spostamenti solo se c’è posto

  • Postato il 22 settembre 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Tetto agli stranieri, Valditara ridimensiona Meloni: “Solo per chi non sa l’italiano”. E spostamenti solo se c’è posto

La montagna del “tetto agli stranieri” annunciato da Giorgia Meloni rischia di partorire un topolino. A ridimensionare la portata della misura è lo stesso ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che al Corriere della Sera chiarisce come il limite non riguarderà affatto tutti gli studenti senza cittadinanza italiana. “Elemento centrale” sarà la conoscenza dell’italiano: esclusi dal computo quanti hanno frequentato la scuola dell’infanzia o positivamente alcuni anni di scuola. E i numeri cambiano parecchio. Le classi con almeno il 30% di alunni stranieri sono 34mila, quelle con più del 20% di neoarrivati che non conoscono l’italiano “poco meno di mille”.

Non solo: anche per queste ultime il tetto non sarà invalicabile. Gli uffici scolastici territoriali potranno spostare gli studenti “in eccesso” in un’altra scuola di prossimità, ma se quelle vicine saranno già piene scatterà una deroga. In quel caso gli alunni resteranno dove sono e saranno stanziati fondi per potenziare l’insegnamento dell’italiano. Una necessità pratica già contemplata, del resto, dalla circolare Gelmini del 2010, che fissava “di norma” al 30% la presenza di studenti senza cittadinanza italiana e prevedeva deroghe anche per “assenza di soluzioni alternative”. Il tetto che Meloni aveva presentato come risposta al rischio che i bambini italiani finissero “in un angolo” perché diventati minoranza si rivela dunque, almeno dalle anticipazioni di Valditara, uno strumento molto più circoscritto: riguarda essenzialmente il problema linguistico e dovrà fare i conti proprio con quelle concentrazioni territoriali che già oggi rendono impossibile applicare rigidamente la percentuale introdotta nel 2010.

Rimane sullo sfondo il tema cruciale, quello dell’integrazione, che passa anche dalla conoscenza della lingua, ma non solo. Nelle parole usate ieri ad Amatrice dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La scuola deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità”. Perché, ha aggiunto il Capo dello Stato, “la scuola prepara tutti – ‘E’ aperta a tutti’: così dispone l’art. 34 della Costituzione”, ed è “la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati”.

Che il tema rimanga sullo sfondo lo suggerisce un altro passaggio dell’intervista. Valditara ammette di essere “molto” preoccupato dal “white flight“, la fuga delle famiglie italiane dalle scuole del proprio bacino. La soluzione? Ridurre la presenza degli studenti stranieri che non parlano italiano, così “gli altri studenti potrebbero tornare”. Ma il fenomeno è più complesso e la presenza di stranieri è solo una delle cause di scelte individuali che si combinano in un effetto sistemico, generando segregazione scolastica più di quanto non faccia la concentrazione residenziale delle famiglie non italiane. “La mobilità degli studenti italiani è il principale fattore”, ha spiegato al Fatto Costanzo Ranci, ordinario di Sociologia economica e coordinatore del Laboratorio di Politiche Sociali del Politecnico di Milano.

Ma è difficile allora pensare di incidere significativamente sulla “fuga degli italiani” intervenendo solo su meno di mille classi – circa lo 0,33% del totale -, quelle dove oltre il 20% degli studenti è costituito da neoarrivati che non conoscono l’italiano. Tanto più che, ha chiarito il ministro, gli spostamenti si faranno solo se le scuole vicine avranno posto. Una deroga che già esclude i bacini a maggiore concentrazione, come l’inapplicabilità della circolare Gelmini sta a dimostrare. Affrontare il fenomeno significa invece interrogarsi anche sul perché gli italiani se ne siano andati e su come rendere nuovamente attrattive le scuole che hanno lasciato. È questo pezzo del problema che, ancora una volta, resta fuori fuoco.

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Il Fatto Quotidiano

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