Terremoto, l’esperto spiega cosa rischia la Calabria: «Ma non siamo il Giappone»
- Postato il 3 giugno 2026
- Notizie
- Di Quotidiano del Sud
- 0 Visualizzazioni
- 7 min di lettura
Il Quotidiano del Sud
Terremoto, l’esperto spiega cosa rischia la Calabria: «Ma non siamo il Giappone»
Il responsabile del laboratorio di Sismologia dell’Unical Mario La Rocca commenta il forte terremoto che ha interessato la Calabria nella notta del 2 giugno e spiega cosa rischia la Calabria. L’esperto risponde anche a una serie di domande. Perché sono state avvertite due scosse? Possono esserci delle repliche? Può determinarsi un maremoto con questi sismi profondi?
ERA da poco passata la mezzanotte tra l’1 e il 2 giugno quando in Calabria la terra ha tremato. Una scossa forte, memorabile, avvertita in tutta la regione dallo Stretto al Pollino, dalla costa tirrenica a quella jonica. E anche oltre confine: in Sicilia, Campania, Puglia. La magnitudo registrata era di quelle da far paura, 6.2 (o 6.1 secondo la magnitudo momento, la scala oggi più usata): per intenderci, all’Aquila nel 2009 fu di 6.3, ad Amatrice nel 2016 di 6.0. La differenza l’hanno fatto epicentro, profondità, dinamica. La scossa della scorsa notte in Calabria è stata in mare, a venti chilometri dalla costa di Amantea e a una profondità di 250 chilometri.
Non ha fatto danni, ma si è fatta sentire parecchio. E non è anomalo, ci spiega il professor Mario La Rocca, responsabile del Laboratorio di Sismologia dell’Università della Calabria.
Professore, c’è chi ha ‘contato’ oltre 40 secondi di terrore puro.
«La percezione della durata è soggettiva e varia nello spazio. Quello che posso darle è la misura alla sorgente: siamo nell’ordine di pochissimi secondi, due o tre al massimo. Il processo genera poi onde sismiche che si propagano in tutte le direzioni e in un mezzo eterogeneo. L’energia viene “diluita” nello spazio e nel tempo e quando le onde arrivano in superficie le percepiamo per un tempo molto lungo. Consideri che i sismogrammi ci dicono che le oscillazioni del suolo, le vibrazioni minime del terreno, sono andate avanti per oltre un quarto d’ora. Quello però che le persone percepiscono è durato qualche decina di secondi. Quindici o venti, in base al luogo in cui ci si trovava».
C’è anche chi ha detto di aver percepito due scosse.
«È piuttosto tipico dei sismi profondi. In realtà hanno avvertito semplicemente due fasi diverse dello stesso terremoto. Le onde sismiche, partendo da una profondità così importante, possono impiegare due tempi per arrivare in superficie. Le più veloci impiegano circa 29, 30 secondi, quelle meno veloci impiegano 50 secondi, 55, anche di più. La prima è quella che chiamiamo onda P e il movimento è in prevalenza verticale. La seconda è l’onda S: è quella con l’oscillazione maggiore e produce un movimento prevalentemente orizzontale».
È stato un terremoto di subduzione, ci è stato spiegato subito, una volta raccolti i dati. Cosa si intende? Cosa è accaduto sotto il mar Tirreno la scorsa notte?
«La subduzione è un processo geodinamico che si verifica in molte zone del mondo. Qui da noi, nell’Italia meridionale è iniziato più o meno 20 milioni di anni fa, quando la litosfera, che ora contiene quello che rimane di un antico mare molto più esteso, il mar Ionio, ha iniziato a sprofondare sotto l’Arco Calabro. Contemporaneamente la Calabria, che 23-25 milioni di anni fa era una propaggine delle Alpi, si staccava e iniziava a spostarsi lentamente verso sud-est. Questo processo ha generato l’apertura del mar Tirreno. Lo sprofondamento della litosfera ionica sotto l’Arco Calabro è un processo lentissimo – parliamo appunto di circa 20 milioni di anni, e di uno spostamento dell’ordine di non più di 1000 km probabilmente anche meno – ma ha una serie di implicazioni importantissime, tra cui i terremoti profondi che sono una caratteristica peculiare della sismicità dell’Italia meridionale. A marzo c’è stato un altro terremoto, magnitudo 5.9, a 400 km di profondità, non lontano dall’isola di Capri, nel Mar Tirreno. Il fenomeno della notte scorsa, insomma, non è assolutamente un caso isolato».
Si è parlato, la scorsa notte, di rischio tsunami. È concreto con questo genere di sismi?
«Un terremoto a 250 km di profondità non determinerà mai un maremoto. Per generare un maremoto occorre un terremoto con magnitudo forte, almeno 7 o giù di lì, epicentro in mare o molto vicino alla costa, superficiale. La scorsa notte non c’era nessuna di queste condizioni. Questo non significa che nel Mediterraneo non possano verificarsi maremoti. Anzi, abbiamo testimonianze di maremoti importanti negli anni, che hanno riguardato tutti il mar Jonio».
Lo Jonio è più soggetto al rischio maremoti?
«Sì. Per due circostanze. Il rischio maremoti è legato a terremoti che possono avvenire in Grecia: anche l’Arco Ellenico è una zona di subduzione e la sua sismicità è di un ordine di grandezza superiore rispetto all’Arco Calabro. Per quanto riguarda poi maremoti generati da processi di subduzione sull’Arco Calabro, anche in questo caso il rischio riguarderebbe il mar Jonio, perché in quel settore il sisma può essere più superficiale».
Vista la magnitudo della scossa della scorsa notte, il pensiero è andato subito all’Aquila, a Norcia o ad Amatrice. Ma si tratta di terremoti molto diversi.
«Sì, erano tutti terremoti crostali, superficiali, in zone abitate. A L’Aquila e ad Amatrice, come negli anni ’80 in Irpinia, si è addirittura vista la rottura della faglia in superficie. Non è un fenomeno frequente, parliamo di tre o quattro casi in cento anni».
Un terremoto di subduzione è sempre profondo?
«No, può essere anche molto superficiale, nel caso in cui l’interfaccia fra le due placche tettoniche, che normalmente si trova sotto il mare, sia localizzata a 3, 4 o 5 chilometri rispetto al livello dell’acqua. I terremoti più forti e devastanti che avvengono in giro per il mondo sono tutti di questo genere, anzi. È il caso del terremoto del 2011 in Giappone, a Tohoku (magnitudo 9.1), che fece 18mila morti: un sisma legato alla subduzione che caratterizza l’arco orientale del Giappone. Discorso analogo per il terremoto di Sumatra, nel 2004: sisma fortissimo, magnitudo maggiore di 9, che ha rotto il margine fra due placche con subduzione per una lunghezza di oltre 1000 km».
E sull’Arco Calabro terremoti di subduzione anche superficiali possono verificarsi, abbiamo detto.
«Sì, nel mar Jonio. Tenga conto però di una cosa fondamentale: in sismologia perché si generi un terremoto grande ci vuole una faglia molto grande. E in Calabria, per fortuna, non abbiamo faglie gigantesche in grado di generare terremoti come quelli che ho citato prima. Nel settore ionico della Calabria potrebbe avvenire qualche terremoto con quelle caratteristiche per quanto riguarda la profondità, per quanto riguarda la cinematica, ma non certo per quanto riguarda la magnitudo».
Per i terremoti crostali, invece, il rischio è diverso?
«Fino a un certo punto. Da quello che noi sappiamo delle strutture tettoniche che ci sono in Calabria, si potrebbe arrivare a magnitudo 7.5 al massimo. Che è un rischio non da poco, perché un sisma del genere può fare disastri enormi. Si tratta però di eventi rari, in Italia se ne verificano uno o due per secolo. Con questo non voglio minimizzare: la Calabria resta una regione “vivace”, esposta a un forte rischio sismico. Ma dobbiamo guardare le cose con realismo e ottimismo».
Terremoti profondi come quello della scorsa notte sono soggetti a repliche?
«Di solito quasi nessuna replica. I terremoti profondi si comportano in modo un po’ diverso rispetto a quelli crostali da questo punto di vista. Se si fosse verificato un terremoto crostale di magnitudo 6 con profondità tra i 10 e i 20 chilometri, in base alla legge di Gutenberg-Richter ci saremmo aspettati una decina di scosse di magnitudo 5, un centinaio di magnitudo 4, un migliaio di magnitudo 3 e così via. I terremoti profondi soddisfano anche questa legge, ma senza una successione così rapida nel tempo».
Il Quotidiano del Sud.
Terremoto, l’esperto spiega cosa rischia la Calabria: «Ma non siamo il Giappone»