Terremoto Friuli 1976 – “Così 10mila scout siciliani, lucani e campani aiutarono nell’emergenza e nella ricostruzione. Da lì nacque la Protezione civile”
- Postato il 5 maggio 2026
- Cronaca
- Di Il Fatto Quotidiano
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UDINE – “Un giorno venne a trovarci Giuseppe Zamberletti, il commissario straordinario inviato dal governo per coordinare i soccorsi. ‘Ma come fate? – ci domandò – Non chiedete nulla, siete autonomi e lavorate…’. Con tutti i problemi che aveva da risolvere, aveva capito che il nostro metodo, nell’emergenza, era di grande efficacia e utilità. Gli scout partivano da tutta Italia portando il necessario per sopravvivere nel Friuli terremotato”. Franco Bagnarol è un’istituzione del volontariato italiano, già presidente della rete Movi e del Comitato nazionale del volontariato di Protezione civile. Una vita nell’Agesci, 85 anni e una memoria di ferro, è un testimone di come la solidarietà manifestata nelle tendopoli e nei paesi distrutti sia diventata il primo nucleo attorno al quale è poi cresciuta la Protezione civile.
Che cosa hanno fatto i ragazzi di allora per aiutare il Friuli?
Abbiamo cominciato dalla seconda settimana del maggio 1976 e per cinque mesi, fino alla fine di settembre, è stato un flusso ininterrotto di scout, rover e scolte, che al venerdì partivano da tutte le località italiane, salivano in treno, viaggiavano di notte e il sabato mattina erano a Udine. Venivano dalla Sicilia, dalla Basilicata, dalla Campania.
Quanti erano?
Alla fine abbiamo calcolato che ne siano arrivati 10mila, suddivisi ogni settimana in gruppi di 40-50 scout, completamente autosufficienti. Portavano i cambi dei vestiti, il mangiare, le tende. Non dovevano chiedere niente a nessuno. A Udine era stata istituita la centrale operativa, da dove venivano smistati nei diversi paesi.
Migliaia di braccia pronte a lavorare?
Sì, facevano ogni tipo di lavoro. Si occupavano delle tendopoli, delle cucine da campo, spostavano i sassi, le macerie. Hanno anche fatto il servizio di collegamento tra tutte le tendopoli disseminate nel territorio, portando un giornale ciclostilato ad Artegna (“In guaite”, state in guardia, ndr) che univa tutte le comunità fornendo informazioni e promuovendo il dibattito su come ricostruire e quale modello di Friuli pensare. Ma attenzione, gli scout non erano solo braccia….
In che senso?
Avevamo fatto una scelta di approccio culturale. All’arrivo tenevamo un primo incontro che spiegava loro la realtà in cui si stavano per immergere. Guardate che siete in Friuli, è un’altra realtà rispetto a quella dove vivete, ha una sua identità specifica, un modo d’essere, una storia di migrazioni, il gusto e l’attaccamento per la casa. Volevamo che, prima di lavorare, capissero.
Incredibile che abbiate avuto una tale lucidità in un momento in cui sembrava che servisse soprattutto “fare”.
In quelle settimane incontrarono gente che aveva perso tutto e videro il dolore assoluto, andavano a lavorare, ma allo stesso tempo ascoltavano. I friulani sono musoni, ma quando si aprono sono molto generosi, non rifiutano gli altri.
Come funzionava l’organizzazione?
C’era un capo contingente scout in 33 realtà diverse, vicino ai paesi più numerosi, dove erano piantate le nostre tende. I capi tenevano i rapporti con i responsabili delle tendopoli che alloggiavano i friulani, gli scout erano a disposizione e restavano per una settimana. Il sabato mattina successivo tornavano a Udine e lì c’era un briefing per fare il punto della situazione.
Che cosa ha significato quel fiume di solidarietà, oltre all’aiuto concreto?
Si è tradotto in esperienze magnifiche di umanità, di ascolto, di incontro. Una socialità bella che a noi friulani ha dato il coraggio per restare.
La Protezione civile nacque allora?
Sì, come aveva intuito Zamberletti, cogliendo l’aspetto dell’autonomia delle squadre. Negli anni si è arrivati a una legge organica, che ha creato un corpo centrale nazionale e strutture regionali di protezione civile. Ogni comune ha cominciato a dotarsi di un piano di protezione civile, verificato con le popolazioni, ha individuato il referente, il capo-squadra, spesso identificato con il sindaco. Anche questo è uno dei frutti maturi che il terremoto del 1976 ha lasciato in eredità.
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