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Strage di Amendolara, come funziona la mafia pakistana

  • Postato il 8 giugno 2026
  • Giovanni Manoccio
  • Di Quotidiano del Sud
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Strage di Amendolara, come funziona la mafia pakistana

Il Quotidiano del Sud
Strage di Amendolara, come funziona la mafia pakistana

Strage di braccianti ad Amendolara, da dove arrivavano, il loro viaggio, il traffico di pakistani, il caporalato, la violenza. Giovanni Manoccio, già sindaco di Acquaformosa e presidente dell’associazione “don Vincenzo Matrangolo”: «Decine di minivan saltati in aria, clima di dominio»


COSENZA – Arrivano in Europa attraversando la Turchia. Da lì, per coloro che giungono in Italia dal Pakistan, ci sono due rotte possibili: quella del Mediterraneo oppure quella dei Balcani. È proprio quest’ultima che, verosimilmente, avevano seguito Waseem Khan, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Ullah Ismat Qiemi, i quattro braccianti uccisi nell’inferno di Amendolara. Prima di incontrare la morte sulla Statale 106, erano sopravvissuti a quel lungo viaggio che, spesso, miete centinaia di vittime.

STRAGE DI BRACCIANTI AD AMENDOLARA, IL LUNGO VIAGGIO DEI MIGRANTI

«Noi non li avevamo mai intercettati. Sappiamo soltanto che per alcuni di loro, il primo punto di approdo era stata la Sardegna, ma non conosciamo il percorso preciso», spiega Giovanni Manoccio, già sindaco di Acquaformosa e presidente dell’associazione “don Vincenzo Matrangolo”, esperto di migrazioni e noto per aver trasformato il piccolo borgo alle pendici del Pollino in luogo di accoglienza. Con il progetto “Supreme”, attivo a Corigliano Rossano (e a Cassano allo Jonio, dove è gestito dalla “Cidis onlus”, ndr), i volontari della “don Matrangolo” intercettano le persone, si occupano della profilazione, di gestire il trasporto per conto delle aziende, i bisogni legati all’assistenza sanitaria, ai permessi di soggiorno e i rapporti con i Centri per l’Impiego. Si tratta di un progetto sperimentale che, di fatto, aiuta a rompere il rapporto con il caporale.

IL PROGETTO SUPREME

«Una goccia nel mare – dice Manoccio – ma l’aspetto dei trasporti è emblematico, come dimostra la strage di Amendolara». «La rotta turca è quella che incontriamo più spesso – prosegue –, l’agricoltura è assoggettata alle rotte dei migranti perché senza di loro, semplicemente, la frutta non si raccoglierebbe. È un lavoro “in movimento”: i migranti sono lavoratori stagionali per ogni periodo dell’anno, vengono impiegati nella raccolta degli agrumi nella piana di Sibari per due-tre mesi; in primavera si spostano in Basilicata; poi, per un’altra stagione, vanno nel Foggiano, e così via».

Il reclutamento da parte dei caporali avviene attraverso quello che Manoccio chiama “lavoro grigio”, meno conosciuto del lavoro nero, ma più pericoloso: le aziende assumono i braccianti attraverso coloro che li accompagnano, «solo che – racconta il presidente della “don Matrangolo” – il lavoro non è più orario, ma quantitativo. In altre parole, le aziende li assumono tramite intermediari, direttamente appaltati alle imprese, e li fanno lavorare non in base alle ore previste dal contratto, ma in base ai bins (le cassette, ndr) da raccogliere. Ciò significa lavorare anche 12 ore al giorno, ben oltre le ore sulla carta».

IL TRAFFICO DI PAKISTANI

«Il traffico di pakistani – continua Manoccio – è gestito da etnìe prevalentemente orientali, mentre gli africani non accettano di essere gestiti da pakistani, hanno fatto muro e rifiutano questo tipo di intermediazione. Con questo non voglio certo criminalizzare un’intera etnìa: non dimentichiamoci che siamo nella stessa zona dove i “nostri” poteri criminali, soltanto qualche anno fa, hanno dato fuoco a un bambino. Voglio solo dire che, se nell’ultimo periodo almeno 30 o 40 minivan sono saltati in aria, questo fatto è emblematico di un clima poco sereno, di dominio sul territorio. Tutti lo sanno».

STRAGE DI AMENDOLARA E LA “MAFIA PAKISTANA”

È, in altre parole, il sistema della “mafia pakistana” di cui ha parlato, in un’intervista in tv, l’unico superstite della strage, Taj Mohammed. I pakistani, in realtà, fanno da “fornitori”, ma nella piramide, al gradino superiore, ci sono le cosche della ‘ndrangheta locali. Manoccio, che il giorno della tragedia era ad Amendolara, rivela di aver visto transitare dalla Statale decine di mezzi con a bordo i braccianti: «Possibile che nessuno se ne accorga? Che nessuno sappia nulla di questi invisibili?» si chiede.

CAMPO LARGO PER CONTRASTO AL CAPORALATO

Dal palco della manifestazione indetta dalla Cgil, l’ex primo cittadino di Acquaformosa ha lanciato alcune proposte al cosiddetto “campo largo” per un contrasto reale al caporalato: «Credo che non sia necessario alcun patto, ci sono le leggi e vanno semplicemente applicate. Bisogna effettuare i controlli nelle aziende, incrociando i dati dell’Ispettorato lavoro con le banche dati della Regione Calabria e, nel caso in cui emergano irregolarità, ritirare immediatamente i fondi – è la ricetta –. Ma non solo. Va abolita la Bossi-Fini, va abolito il “click day”, regolarizzando coloro che già ci sono».

LA BATTAGLIA CULTURALE

«È una battaglia culturale. Ad Acquaformosa, ad esempio, avevamo dato la “residenza fittizia” agli immigrati, per dar loro la possibilità di esistere, di avere un nome e un cognome ed essere rintracciabili dalle autorità». Quando gli chiediamo se, secondo lui, quanto accaduto ad Amendolara segnerà davvero una svolta nella lotta al caporalato, risponde: «Abbiamo avuto tre grandi tragedie nel Mediterraneo: quella delle donne eritree, nel 2013, poi Cutro, infine la strage di Roccella»

STRAGE DI AMENDOLARA, PUNTO DI NON RITORNO

«Ognuna di queste volte abbiamo detto “mai più”. Io mi auguro che sia davvero la volta buona. Credo che la strage di Amendolara segni un punto di non ritorno. Stavolta, i pakistani responsabili dell’omicidio sono andati oltre: tutto questo clamore, per i poteri criminali calabresi, è intollerabile».

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