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Stalking, Rifondazione Comunista Calabria: «Denunciare a volte non basta»

  • Postato il 8 settembre 2026
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Stalking, Rifondazione Comunista Calabria: «Denunciare a volte non basta»

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Stalking, Rifondazione Comunista Calabria: «Denunciare a volte non basta»

Stalking, Rifondazione Comunista Calabria: «Denunciare a volte non basta». L’appello: velocizzare i tempi di tutela e rafforzare i Cav.


COSENZA – Un clima di costante persecuzione e un percorso di tutela giudiziaria che rischia di viaggiare a una velocità incompatibile con il pericolo reale vissuto dalle vittime. La storia di «Elena» (nome di fantasia), giovane docente calabrese, riporta al centro del dibattito pubblico le falle del sistema di protezione e l’urgenza di rafforzare la rete dei servizi territoriali. A sollevare il caso sono Caterina Muraca, responsabile questioni di genere di Rifondazione Comunista Calabria, e Angelica Perrone, responsabile sanità della medesima formazione politica. La vicenda,  raccontano da Rifondazione Comunista Calabria, prende il via a seguito dell’interruzione di una breve relazione sentimentale, momento in cui l’ex partner della donna ha dato inizio a condotte persecutorie.

Come evidenziato nella nota, «dopo la fine di una breve frequentazione, un ex partner ha iniziato a pedinarla e ad appostarsi sotto casa, mettendo in atto comportamenti che l’hanno fatta sentire costantemente in pericolo». La vittima ha tentato prontamente di tutelarsi attraverso i canali ufficiali, trovando riscontro nell’operato dell’arma e delle forze di polizia: «Elena ha chiesto più volte l’intervento delle forze dell’ordine, che si sono prodigate raccogliendo le segnalazioni e attivando gli strumenti previsti. Ha ottenuto un ammonimento e presentato denuncia». Ciononostante, la percezione di isolamento è rimasta forte. «Nonostante – scrivono- questo, ha continuato a sentirsi esposta e sola, fino a rivolgersi a Rifondazione Comunista Calabria per chiedere aiuto, perché percepiva di essere stata abbandonata dalle istituzioni. Di fronte alla sua richiesta di sostegno, abbiamo scelto di accompagnarla concretamente, indirizzandola verso il CAV cittadino».

RIFONDAZIONE COMUNISTA CALABRIA, STALKING: LE CRITICITÀ DEL CODICE ROSSO E LA TEMPISTICA DEI PROVVEDIMENTI

Il nodo centrale della denuncia non riguarda le forze dell’ordine territoriali. «Il problema, dunque, non è puntare il dito contro chi, sul territorio, raccoglie le denunce e interviene nelle emergenze. Il nodo si trova anche nel passaggio successivo: una denuncia per comportamenti persecutori non determina automaticamente l’attivazione del cosiddetto Codice Rosso né, di per sé, una misura cautelare». Le esponenti politiche evidenziano come «Appostamenti e pedinamenti non possono essere considerati semplici strascichi di una relazione finita: sono condotte la cui gravità genera un clima di costante intimidazione e rischio, da riconoscere e affrontare con tempestività. Una denuncia deve essere l’inizio di un percorso di protezione, non lasciare la persona sola ad affrontare il periodo più delicato».

PRECARIETÀ LAVORATIVA E RETE DI PROTEZIONE SOCIALE

L’analisi si allarga poi alle condizioni socio-economiche che condizionano l’autonomia delle donne. «Prevenzione significa anche rafforzare i Centri antiviolenza e garantire alle donne autonomia economica e lavorativa. La precarietà, come nel caso di Elena, docente che da settembre a giugno è necessaria alla scuola pubblica e nei mesi estivi torna alla disoccupazione, può rendere più difficile costruire una vita indipendente e sicura».

Per queste ragioni, il partito sollecita investimenti strutturali nei servizi di supporto, nella scuola e nella sanità pubblica locale: «Un Paese che vuole contrastare davvero la violenza deve investire nella scuola, nei servizi, nei Centri antiviolenza, nella sanità territoriale e nel lavoro stabile. Serve una rete sanitaria e territoriale capace di intercettare i comportamenti violenti e di controllo e di indirizzare chi manifesta condotte aggressive verso percorsi psicologici e specialistici qualificati. Non possiamo continuare – concludono Muraca e Perrone- a chiedere alle donne di proteggersi da sole mentre la rete di tutela rischia di arrivare quando è troppo tardi».

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