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Spose bambine e Islam radicale: in Italia nessuna religione può essere al di sopra della legge

  • Postato il 4 settembre 2026
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  • Di Libero Quotidiano
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Spose bambine e Islam radicale: in Italia nessuna religione può essere al di sopra della legge
Spose bambine e Islam radicale: in Italia nessuna religione può essere al di sopra della legge

L’inchiesta di “Fuori dal Coro” a Brescia ha portato alla luce dichiarazioni inquietanti sui matrimoni con ragazze minorenni e sulla possibilità di superare gli ostacoli posti dalla normativa italiana. Il caso è arrivato in Parlamento e uno degli uomini comparsi nel servizio è stato successivamente espulso. Di fronte all’integralismo islamico e alla pretesa di anteporre precetti religiosi ai diritti dei minori, lo Stato non può arretrare. Ci sono confini sui quali una democrazia non può permettersi ambiguità. La tutela dei bambini è uno di questi. Quanto emerso dall’inchiesta di Fuori dal Coro, trasmessa da Rete 4 il 25 gennaio 2026 e realizzata con telecamere nascoste a Brescia, pone una questione estremamente seria: che cosa accade quando una concezione radicale e integralista dell’Islam pretende di legittimare comportamenti incompatibili con le nostre leggi?

Nel servizio, un giornalista si presenta come una persona interessata alla conversione all’Islam e pone, insieme a un accompagnatore di lingua araba, alcune domande sulla possibilità di sposare ragazze minorenni. Le risposte raccolte sono sconcertanti. Secondo quanto riportato da Mediaset, uno degli interlocutori sostiene che una ragazza possa essere considerata adulta dopo il primo ciclo mestruale e quindi essere ritenuta pronta per il matrimonio anche quando per la legge italiana è ancora una bambina. Nel corso della conversazione viene affrontata persino l’ipotesi di un matrimonio tra una giovanissima e un uomo di trenta o quarant’anni, qualora esista il consenso delle famiglie. Quando lo Stato diventa “il problema”. Il passaggio forse più grave arriva quando entra in scena la legislazione italiana. «Il problema è qui che lo Stato ti blocca», è una delle frasi riportate da Mediaset. Sono poche parole, ma racchiudono il cuore del problema. La legge che impedisce di trattare una bambina come una possibile moglie non è un ostacolo burocratico da aggirare.

È una protezione. Considerare lo Stato come qualcosa che “blocca” significa capovolgere completamente il rapporto tra legge e precetto religioso. Ed è precisamente qui che l’integralismo islamico deve trovare un muro invalicabile. In Italia nessuna interpretazione radicale dell’Islam può pretendere di sostituire le norme della Repubblica con proprie regole. Quando sono coinvolti dei minori, su questo principio non può esistere alcuna zona grigia. Una bambina resta una bambina Una bambina di nove, dodici o tredici anni rimane una bambina indipendentemente da ciò che possa sostenere un predicatore, una famiglia o un’autorità religiosa. Non è una moglie. Non è una proprietà. Non è un soggetto sul quale due famiglie possano raggiungere un accordo matrimoniale. E soprattutto non può essere considerata disponibile per un uomo adulto soltanto perché una determinata interpretazione religiosa ritiene accettabile quel matrimonio. Nel materiale relativo all’inchiesta compare anche il richiamo al matrimonio tradizionalmente attribuito al Profeta Maometto con una giovanissima, utilizzato da uno degli interlocutori per sostenere la propria posizione. Ma nessuna giustificazione religiosa può prevalere sulla tutela che il nostro ordinamento riconosce ai minori. Su questo punto lo Stato deve essere inflessibile. Il matrimonio prima, l’Italia dopo, ma stiamo scherzando. Un altro elemento emerso dal servizio rende la vicenda ancora più inquietante. Secondo quanto documentato dalla trasmissione e successivamente riportato anche dal Corriere della Sera, viene prospettata la possibilità di celebrare il matrimonio quando la ragazza è ancora minorenne e attendere il raggiungimento dei diciotto anni prima di portarla in Italia e procedere con i documenti. È un particolare fondamentale. Perché a quel punto non siamo più soltanto davanti all’espressione di una convinzione religiosa radicale. Si ragiona concretamente su come quella convinzione possa essere portata avanti nonostante l’ostacolo rappresentato dalle norme italiane.

Ed è proprio qui che bisogna tracciare una linea invalicabile: in Italia non possono esistere scorciatoie religiose per aggirare la tutela dei minori. L’Islam radicale non può permettersi di creare una legge parallela a quella in vigore nel nostro paese. Questo è il punto centrale. L’integralismo islamico non può pretendere di costruire sul territorio italiano un ordinamento parallelo. Non può esistere una legge dello Stato fuori dalla porta di casa e un’altra legge dentro. Non può esistere un’età matrimoniale stabilita dalla Repubblica e un’altra stabilita sulla base di una prescrizione religiosa. Non può esistere una tutela dei bambini valida nella società e sospesa quando questi entrano nell’ambiente familiare. Non può esistere una concezione della donna come persona libera davanti allo Stato e, contemporaneamente, una concezione che la riduca nella vita privata a un soggetto subordinato alla volontà maschile. Quando l’integralismo islamico entra in conflitto con i diritti fondamentali, deve prevalere la legge italiana. Senza eccezioni. Il caso arriva in Parlamento L’inchiesta di Fuori dal Coro non è rimasta confinata alla televisione. Quanto emerso ha portato anche alla presentazione di un’interrogazione parlamentare nella quale viene richiamato espressamente il servizio del 25 gennaio 2026. Nell’atto vengono sollevate preoccupazioni rispetto a dichiarazioni e comportamenti che, qualora confermati, potrebbero rappresentare una legittimazione culturale e ideologica di pratiche gravemente lesive dei diritti dei minori e incompatibili con l’ordinamento italiano. La questione, dunque, è stata ritenuta sufficientemente seria da arrivare formalmente davanti alle istituzioni. Uno degli uomini del filmato mandato in onda su Mediaset è stato espulso. E menomale aggirerei! La vicenda appunto ha poi avuto un seguito concreto. Il 3 aprile 2026 uno degli uomini coinvolti nell’inchiesta, che secondo quanto riportato dalla stampa svolgeva saltuariamente il ruolo di imam in due centri islamici bresciani, è stato espulso dall’Italia. Secondo quanto riferito da Repubblica, gli accertamenti erano iniziati dopo la messa in onda del servizio. Le dichiarazioni raccolte sarebbero state valutate anche sotto il profilo della pericolosità sociale; all’uomo è stato negato il permesso di soggiorno ed è stata quindi avviata la procedura di espulsione. L’uomo è stato infine accompagnato all’aeroporto di Malpensa e fatto partire dall’Italia. È un passaggio importante perché dimostra che, quando ne esistono i presupposti previsti dalla legge, lo Stato dispone degli strumenti per reagire. Ed è proprio attraverso la legge che bisogna rispondere all’integralismo. Nessuna indulgenza verso l’integralismo islamico. Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Una concezione radicale dell’Islam nella quale una bambina può essere considerata pronta al matrimonio, un adulto può diventarne il marito e la legislazione dello Stato viene percepita come un impedimento da superare è incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento italiano. Non possiamo accettarla in nome della tradizione. Non possiamo accettarla in nome del multiculturalismo. Non possiamo accettarla in nome di una presunta autonomia religiosa. E soprattutto non possiamo accettarla quando a pagarne il prezzo sono delle bambine. L’integrazione non può trasformarsi nella rinuncia dello Stato a far rispettare le proprie leggi. Chi pretende di anteporre una visione integralista dell’Islam ai diritti fondamentali deve trovare davanti a sé istituzioni ferme, una magistratura libera di intervenire quando ne ricorrono i presupposti e leggi applicate senza timori reverenziali. Le bambine appartengono soltanto a se stesse. Alla fine di ogni discussione politica, culturale o religiosa resta una verità elementare. Una bambina non appartiene al padre. Non appartiene alla madre. Non appartiene a un’autorità religiosa.

E certamente non appartiene all’uomo adulto che qualcuno avrebbe deciso debba diventare suo marito. Ha diritto ad andare a scuola. Ha diritto ad avere amici. Ha diritto a giocare. Ha diritto a crescere. Ha diritto a diventare adulta prima che qualcuno pretenda di trattarla come tale. E quando sarà adulta, nelle condizioni previste dalla legge, avrà diritto di decidere autonomamente se sposarsi e con chi. Nessuna interpretazione integralista della religione può cancellare questi diritti. La legge italiana viene prima La vicenda di Brescia pone quindi una questione che va ben oltre un singolo servizio televisivo. Quanto siamo disposti a difendere concretamente i principi sui quali si fonda il nostro ordinamento? Non possiamo permettere che l’integralismo islamico trasformi una casa italiana in un luogo nel quale i diritti di una bambina valgono meno. Non possiamo permettere che lo Stato venga considerato semplicemente come “quello che blocca” una determinata pratica e che subito dopo si cerchi una strada per aggirare quell’ostacolo. Non possiamo accettare che una prescrizione religiosa venga considerata superiore alla legge della Repubblica quando sono in gioco libertà individuale, dignità della persona e tutela dei minori. Il servizio di Fuori dal Coro ha avuto il merito di accendere una telecamera su dichiarazioni che sarebbe stato grave ignorare. La successiva iniziativa parlamentare e l’espulsione di uno degli uomini coinvolti dimostrano che quanto emerso ha avuto conseguenze anche fuori dagli studi televisivi. Su una cosa, però, non dovrebbe esserci alcuna discussione. Nessuna interpretazione dell’Islam radicale può essere posta al di sopra della legge italiana. Nessuna tradizione può venire prima dei diritti di una bambina. E quando integralismo religioso e diritti fondamentali entrano in conflitto, deve vincere la legge della Repubblica. Sempre.

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Autore
Libero Quotidiano

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