“Sopravvissuto all’attentato al concerto di Ariana Grande, mio fratello è caduto nel buio e dopo nove anni non ce l’ha fatta. È la 23esima vittima di quella sera”: parla la sorella di Adam Regan-Brooks
- Postato il 14 luglio 2026
- World News
- Di Il Fatto Quotidiano
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A nove anni di distanza dalla strage della Manchester Arena del 2017, Adam Regan-Brooks, un sopravvissuto all'attentato durante il concerto di Ariana Grande, ha perso la battaglia contro i traumi psicologici. La sua famiglia lo considera la 23esima vittima di quella tragica notte. La sua storia evidenzia l'impatto duraturo del terrorismo sulla salute mentale dei sopravvissuti, riaccendendo il dibattito sul supporto psicologico post-traumatico.
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Nove anni dopo essere sopravvissuto all’attentato alla Manchester Arena, Adam Regan-Brooks è morto. Aveva 27 anni ed era di Oldham, cittadina alle porte di Manchester. Secondo quanto raccontato dalla sua famiglia al Times, non ce l’ha fatta a convivere con il peso di quella notte del 22 maggio 2017. “È la 23esima vittima”, ha detto sua sorella Hannah al quotidiano britannico. Gli esami tossicologici sulla sua morte, avvenuta lo scorso maggio, non sono ancora conclusi, ma per la famiglia non ci sono dubbi: Adam si è tolto la vita, dopo altri tentativi già avvenuti negli anni precedenti, uno dei quali lo aveva lasciato con un’invalidità permanente.
Al termine del concerto di Ariana Grande alla Manchester Arena, mentre migliaia di famiglie e ragazzini lasciavano il palazzetto, il terrorista Salman Abedi si fece esplodere nel foyer dell’impianto, disperdendo nell’aria un ordigno artigianale carico di bulloni e dadi usati come schegge. Ventidue persone morirono, molte delle quali giovanissime: la vittima più piccola aveva otto anni. Oltre mille furono i feriti. Fu l’attacco terroristico più grave sul suolo britannico dagli attentati alla metropolitana di Londra del 2005.
Adam quella sera era tra il pubblico. Uscì illeso dal foyer e, prima di allontanarsi, riuscì anche a portare in salvo un amico. Fisicamente non riportò ferite. Ma da quella notte, raccontano oggi i suoi familiari, qualcosa dentro di lui non è più tornato al proprio posto.
Nei nove anni successivi, la vita di Adam è stata segnata da quello che la sorella e il marito descrivono come un lento scivolamento verso il buio: insonnia cronica, abuso di alcol, comportamenti autolesionistici, una diagnosi di disturbo da stress post-traumatico che è arrivata solo dopo attese lunghissime nel sistema sanitario pubblico britannico. Anche il sostegno economico previsto per le vittime dell’attentato, circa 10mila sterline, sarebbe stato speso in pochi giorni, in quella che i familiari leggono come un ulteriore segnale di disagio profondo. Negli anni Adam avrebbe tentato più volte di togliersi la vita, fino all’ultimo episodio che lo aveva reso invalido.
“Ho sempre sperato che mio fratello riuscisse a passare dall’essere una vittima all’essere un sopravvissuto – ha raccontato Hannah al Times – ma purtroppo non è mai arrivato a quel punto”.
A raccontare Adam è anche il marito 34enne Michael Regan-Brooks, che lo aveva sposato nell’ottobre del 2021. È lui a descrivere il senso di colpa che accompagnava ogni giorno la vita di Adam, quello che gli specialisti chiamano “colpa del sopravvissuto”: la sensazione, irrazionale ma fortissima, di non meritare di essere vivo mentre altri, quella sera, non ce l’hanno fatta. “Diceva sempre che avrebbe voluto non andarsene e restare lì ad aiutare le persone”, ha raccontato Michael.
La famiglia ha scelto di rendere pubblica questa storia non per esporre il dolore di Adam, ma per accendere un riflettore su un tema che riguarda molti sopravvissuti a stragi e attentati: il trauma non finisce quando finiscono le macerie, e il supporto psicologico per chi resta dovrebbe arrivare prima e più rapidamente.
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