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Sinner gli ha sfilato Wimbledon ma Zverev ha trovato qualcosa che vale più di uno Slam

  • Postato il 13 luglio 2026
  • Di Virgilio.it
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In sintesi

Jannik Sinner conquista il quinto titolo Grand Slam grazie alla solidità mentale nei momenti cruciali, confermandosi fra i migliori giocatori in circolazione. Alexander Zverev, pur sconfitto a Wimbledon, emerge come competitore rinato dopo il Roland Garros: il tedesco ha riscoperto un tennis offensivo, con un diritto letale e un servizio nuovamente devastante. La finale londinese rappresenta un punto di svolta positivo per Sascha, segnando l'inizio di una nuova fase della sua carriera agonistica.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Sinner gli ha sfilato Wimbledon ma Zverev ha trovato qualcosa che vale più di uno Slam

Alexander Zverev ha perso Wimbledon contro Jannik Sinner perché, tra i due, la tenuta mentale fa ancora differenza. Però stavolta negli occhi di Sascha non c’era più paura. Ci sono sconfitte che rafforzano, altre che riempiono: ecco, quella di Londra, per il tedesco, è del tipo numero due. Zverev lascia il Centrale di Wimbledon dopo una finale straordinaria. E, mentre attraversa l’erba più famosa del tennis, qualcosa colpisce più del risultato. I suoi occhi.

Negli occhi non c’era più paura

C’è un’immagine che racconta questa finale più del punteggio. Sinner lo sorprende con una palla corta. Zverev parte in recupero. L’erba del Centrale lo tradisce. Scivola. Il ginocchio si piega in maniera innaturale. Per qualche secondo Wimbledon trattiene il respiro. Sinner attraversa immediatamente la rete per sincerarsi delle sue condizioni. Zverev alza una mano: vuol dire state tranquilli, io sto bene. Prende la mano di Jannik, si rialza, sistema ala maglietta, riprende a giocare.

Solo dopo racconterà di aver iperesteso il ginocchio, perdendo potenza soprattutto al servizio. Un dettaglio che, probabilmente, pesa nell’economia della partita. Eppure nemmeno quel momento cambia il suo atteggiamento. Nessuna sceneggiata. Nessun alibi. Solo il desiderio di continuare. Anche questo è un Alexander Zverev che il tennis aveva visto raramente

Ecco: la carriera di Zverev è una roba che per anni, quando il destino provava a chiedere qualcosa in più, qualcosa smetteva di tornare.

Stavolta i suoi occhi hanno detto altro. Molte volte sono stati riflesso della sua fragilità: bastava arrivare ai punti decisivi e il volto cambiava. Lo sguardo cercava risposte, il corpo si irrigidiva, il talento lasciava spazio al peso delle aspettative. Quante ne ha perse, Zverev, di partite decisive, quanti ne ha lasciati andare, di punti fondamentali, molto prima del match point? Gliel’ho visto fare tante volte.

Ieri, per quasi tre ore e mezza, anche quando la partita – nella seconda parte – gli è scivolata lentamente dalle mani, negli occhi di Alexander Zverev non si è vista la paura. Era pace, era in pace. Non so se sia stata la più bella finale giocata da Sascha, io dico di no anche perché la partita più bella non può essere la partita che hai perso.

Sinner corre a sincerarsi delle condizioni di Zverev dopo una scivolata del tedesco

Però l’altro elemento che ha lasciato in bella mostra Wimbledon – a parte il quinto Slam di un solidissimo Sinner – è proprio questo. Sascha è tornato ed è tornato come non lo ricordo da tempo. Il servizio che fa paura, il dritto pazzesco che ha scomodato i paragoni con il padre di tutti i dritti meglio riusciti, Juan Martín del Potro, la capacità di stare in partita senza evaporare.

Il talento non è mai stato il problema

C’è stato un tempo in cui il tennis si era affidato a Zverev: alzo la mano anche io, credevo sarebbe stato il primo a interrompere la dittatura dei Big Three. Quanti Slam può vincere questo tedesco con sangue russo che aveva tutto per scrivere il tennis del futuro.

Numero uno junior, fisico costruito per il tennis, una prima devastante, rovescio tra i migliori del circuito. Invece: il confronto con Nadal ha smesso di reggere, lo US Open del 2020 buttato via, le sconfitte in sequenza contro Carlos Alcaraz, quelle ancora più nette contro Jannik Sinner.

Da simbolo del nuovo tennis a talento incompiuto: non sono mai mancati i colpi, a Sascha. La tenuta mentale, invece, quella sì.

Il Roland Garros gli ha restituito la libertà

Il Roland Garros gli ha regalato qualcosa di inaspettato, lo abbiamo capito a Londra. Perché il buon Cobolli non è certo Sinner ma anche contro Jannik bastava tanto così per farla girare diversamente. I primi due set giocati da Zverev ai limiti della perfezione: è cambiato tutto con il secondo tie break.

Lo ha perso e la partita è girata ma anche nel terzo e quarto gioco non gli è mancato il tennis. È che quando la partita diventa una mezza maratona, o una maratona, il divario con Sinner è soprattutto una distanza psicologica che si vede benissimo.

Contro Sinner il divario non è più il tennis

Però il successo di Parigi ha cambiato Zverev. Adesso il giudizio definitivo sulla sua carriera ha preso una direzione diversa. Giocava con l’urgenza di dover dimostrare di non essere una promessa mancata. E all’improvviso il peso è scomparso.

Il nuovo Zverev si legge nello sguardo, nei gesti, nel coraggio. Certo, è cambiato anche il suo tennis. Il diritto è diventato un’arma: lo cerca, lo accelera, accetta perfino l’errore pur di non rinunciare all’iniziativa. Il servizio è tornato a essere una macchina. La posizione in campo è più aggressiva. Ma la trasformazione più profonda si vede nei dettagli. Nel modo in cui cammina tra un punto e l’altro. Nel volto che resta sereno anche dopo un tie-break perso.

Sono spariti i gesti di frustrazione che per anni avevano accompagnato ogni occasione sfumata. Anzi, se c’è uno tra i due che ha mostrato segni di cedimento nel corso della partita, è stato Sinner nel corso del secondo set.

Il nuovo Zverev si vede nei dettagli

La novità, il grande ritorno di Zverev, nasce dal fatto che il tedesco è sembrato fidarsi di sé stesso. Per due set ha costretto Sinner a essere il miglior Sinner e nel primo non gli è nemmeno bastato.La sconfitta di Zverev racconta soltanto una parte della storia. L’altra dice che il numero uno del mondo, per oltre due set, è stato costretto a giocare vicino al proprio limite.

“Non credo di avere avuto il controllo della partita, ma stavamo giocando allo stesso livello”, ha detto Zverev in conferenza stampa. È una frase che si porta dentro tutto. Per anni il divario con Sinner era sembrato mentale prima ancora che tecnico.

Questa volta il margine si è ridotto, si è ridotto il gap. Il cambio di direzione non è arrivato con il momento di crisi reso plateale dal tedesco ma con un diritto sbagliato all’inizio del tie-break del secondo set. Qualche anno fa quello sarebbe stato il momento in cui Zverev avrebbe iniziato a perdere anche contro sé stesso. Non stavolta.

“A 29 anni, adesso ci credo”

“A 29 anni, adesso ci credo, devo vincere questo torneo”: non siamo più nel campo delle possibilità o dei desideri. Entriamo in quello della necessità, della volontà. Durante la premiazione Zverev sorrideva e scherzava con Sinner. “Jannik, non mi piaci più. Nove volte di fila”.

Il paradosso è meraviglioso. Alexander Zverev perde la finale di Wimbledon con la sensazione di essere finalmente arrivato dove doveva stare da tempo. Ha guardato negli occhi il miglior giocatore del mondo senza sentirsi più un intruso. Forse Zverev ha finalmente smesso di rincorrere un’ombra. Il ragazzo a cui avevano già scritto il futuro.

C’è stato un tempo in cui Alexander Zverev era il futuro del tennis. Prima di Sinner e di Alcaraz. Il ragazzo alto due metri con il rovescio perfetto. Il predestinato. Ma ogni volta che il traguardo si avvicinava, qualcosa si rompeva. Una volée. Un doppio fallo. Un set di vantaggio evaporato. I nervi impazziti. Quante volte il vero avversario di Zverev è stato Zverev?

La sconfitta che può cambiare il futuro (anche del tennis)

C’è una cosa che colpisce più di tutto. Gli occhi. Domenica erano sereni. Durante i cambi di campo, mentre Sinner prendeva in mano la partita nella seconda parte di gioco. Zverev è sembrato non avere più bisogno di dimostrare nulla. Sascha lascia Londra senza il trofeo ma con la pace. E la pace, in certi casi, cambia una carriera molto più di uno Slam.

Quanto e cosa ha ancora da dire e da dare al tennis la pertica di Amburgo che nell’ultimo anno e mezzo ha giocato tre finali dello Slam vincendo la prima della carriera lo scorso 7 giugno? Resto convinto che, date le premesse e tenendo per buona l’ultimissima versione di Alexander Sascha Zverev classe 1997, il suo meglio possa venire adesso.

Autore
Virgilio.it

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