Sinestetica
- Postato il 7 ottobre 2026
- 0 Copertina
- Di Il Vostro Giornale
- 0 Visualizzazioni
- 7 min di lettura
Generazione sintesi AI in corso…
“Ti sei mai soffermato a riflettere intorno al sapore strano che lasciano i sogni? Sapore di una vita più completa, capace di cogliere ciò che, al risveglio, vedi fuggire come Euridice nel momento in cui Orfeo si volta per aver certezza di possederla, e così la perde. – l’amico Gershom Freeman mi stava coinvolgendo, come sa fare solo lui, nelle sue impervie riflessioni – Questo perché nei sogni siamo sinestetici e, una volta svegli, la censura della ragione ci obbliga alla rinuncia dell’incontro con la vita riducendola a ciò che, del tutto, è raccontabile”. Quella sera mi lasciò con ancora mezza bottiglia di vino e il mio bicchiere; rientrò nel suo studio e, credo, tentò di sviluppare il pensiero che l’aveva raggiunto e che, nel suo improvviso emergere come cima di iceberg dal profondo del suo abisso, reclamava attenzione e ascolto. Non so dove lo abbiano portato le riflessioni di quella sera, ma me ne regalai anch’io, e vorrei provare a condividerle. Da tempo mi occupavo della sinestesia in ambito artistico, già nei primi anni del liceo mi ero procurato un quadernetto, lo ricordo ancora, copertina nera di cartoncino leggero e bordi delle pagine dorati, sul quale mi appuntavo note estetico letterarie connesse con la figura retorica della sinestesia che, immediatamente, mi aveva affascinato. Credo sia nota come strumento poetico, il termine deriva dall’antico greco che unisce syn (insieme) e aisthànomai (percepisco), il principio alla base della figura retorica consiste nell’accostamento analogico fra percezioni relative a diversi sensi e conseguenti ambiti semantici. Già impiegata dagli autori più antichi, anche se con intenti diversi rispetto ai moderni, la troviamo in Omero, che materializza la voce di Achille che diviene bronzea, nell’Inferno dantesco che è descritto come muto di luce, al contrario del Paradiso che si mostra come un’infinita sinestesia di luce e armonia sonora. Leopardi, nell’Ultimo canto di Saffo, ci parla di “spettacol molle”, ma le punte più alte ed evocative, mi sembra, si possono incontrare in Vocali di Rimbaud o nelle Corrispondenze baudelaireiane. È lecito, a mio parere, rovesciare i termini genealogici della sinestesia, non nasce come artificio letterario per poi essere conosciuta da chiunque, al contrario, è esperienza sensoriale diffusa ma non così frequente anche se, in taluni soggetti, particolarmente presente e, solo nel tempo, si formalizza come figura retorica.
Si tratta, neurologicamente, di un fenomeno percettivo che attiva un’intima connessione tra diverse aree sensoriali generando sensazioni che fondono intimamente esperienze convenzionalmente distinte. Questo accade in soggetti sinestetici, ma si tratta di una competenza presente in ognuno, forse quella che, per tornare a Gershom, si manifesta liberamente nel sogno, comunque, se scrivo che mia figlia ha un viso dolce, chi mi legge non ipotizza che le abbia assaggiato una guancia e, ancor meno, che questa possa risultare zuccherina. Tutti, in maniera assolutamente personale e libera, immagineranno il viso di mia figlia con le caratteristiche somatiche che, nel proprio universo esperienziale e affettivo, ritengono connesse con l’aggettivo che ho impiegato. Si tratta, mi sembra corretto affermare, di una modalità di approccio all’esperienza che viene evocata dalla poesia, non prodotta dall’esterno, quindi, ma riportata alla coscienza di chi l’accoglie. Esistono casi di grandi artisti che hanno rivelato spiccate capacità sinestetiche, Wassily Kandinskij viveva un’intima connessione tra suoni e colori; Wolfgang Amadeus Mozart affermava di vedere i colori delle note nel momento della creazione musicale. Noti sono anche alcuni aneddoti relativi a Franz Listz, per esempio si racconta che nel 1848 a Weimar, nel corso di una prova con l’orchestra, si rivolse ai musicisti con espressioni come: ”Signori, vi prego, un po’ più di blu, questo tono lo richiede”, e ancora “Insomma, questo passaggio è di un viola profondo, così me lo rendete rosa, vi prego, non così”.
Il pensatore francese Merleau-Ponty, troppo precocemente scomparso, nel suo saggio incompiuto, uscito postumo col titolo “Il visibile e l’invisibile”, andava elaborando una filosofia nella quale presentava l’essere umano non come soggetto che osserva il mondo che, pertanto, diviene oggetto, bensì sottolineando come “siamo mescolati al mondo attraverso la carne” e incontriamo i fenomeni definendoci reciprocamente. Mi sembra una prospettiva che risuona nei fondamenti della fisica quantistica, con i dovuti distinguo, ma mi conferma, in questa tesi, un suo testo del 1956 nel quale scriveva, riferendosi alle dottrine olistiche orientali, che “Da esse la filosofia occidentale può imparare a ritrovare il rapporto con l’essere, l’opzione iniziale da cui è nata, a misurare le possibilità che ci siamo preclusi diventando “occidentali”, e forse a riaprirle”. Ciò che sostengo è che “le possibilità che ci siamo preclusi” sono riconducibili alle capacità sinestetiche di rapportarci con l’altro da noi e con noi stessi che, forse spaventati da una condizione sapienzale per la quale ci sentivamo inadeguati, abbiamo limitato nella gabbia logico razionale. La possibilità di connettersi con l’essere ricorrendo a soli cinque sensi, organizzare le informazioni ricevute da questi solo secondo categorie spazio temporali e di causa effetto, ci ha sicuramente tranquillizzati; i successi che tale approccio ci ha permesso nell’utilizzo del mondo e nelle relazioni interpersonali, ci hanno confermati nel sovrapporre il “conoscibile attraverso quegli strumenti” col tutto. La domanda rimane aperta: a quanto abbiamo rinunciato? Ma credo che millenarie censure non siano riuscite a cancellare qualcosa che è congenito alla specie nonostante la potenza evidente della ragione lo abbia limitato, provo a spiegarmi con un esempio: se osservi una persona, un suo sorriso, solo come esperienza dei sensi convenzionali e come causa di un effetto e effetto di una causa, ecco che la persona e il suo sorriso divengono un soggetto che, con spontaneità o con un fine altro, ti mostra la propria dentatura e, allo stesso tempo, un oggetto per la tua “comprensione”, ma, se quella persona la ami, allora potrai ascoltare l’armonia profumata del suo sorriso e la incontrerai come nessuna somma di esperienze anche sensibilmente appaganti potrà mai regalarti, in altri termini, la saprai.
Il sistema messo in atto dall’approccio convenzionale ci accomuna, in qualche modo “funziona”, ma abdica, forse un po’ vigliaccamente, alla possibilità di un incontro più coinvolgente e profondo. Questo approccio, divenuto l’unico accessibile, lo rivolgiamo anche a noi stessi auto censurandoci ma sentendoci più tranquilli anche se più poveri, e meno male che sappiamo ancora sognare anche se, troppo spesso, alcuni sogni ci fanno così paura da rimuoverli al risveglio o, quantomeno, depotenziarli nella loro versione “comprensibile”. Il nostro ingresso alla prospettiva occidentale, per dirla com Merleau-Ponty, si fonda su un tacito assenso che sa di rinuncia, siamo sicuri che ne valga il prezzo? Che meraviglioso universo si offrirebbe a ognuno se smettessimo di considerare patologiche le emozioni che nascono libere da censure gnoseologiche omologanti, se ci cogliessimo completi di esistenza inconscia nella quale le nostre parole divengono private di senso se non intrise da valenze sinestetiche, così da riappropriarci di un’acquisizione onnicomprensiva, nella quale ricordare l’unità di odore, colore, sesso, sonorità in forma di “eco profonda e tenebrosa”, emozione ed ebrezza che dona la consapevolezza di “avere un caos dentro di sé”, infine scoprirsi capaci a “generare una stella che danza”. Quelle che erano possibilità connaturate alla specie sono divenute sopravvivenze occasionali che, se manifestate, divengono oggetto di censura o biasimo, eppure sono espressione dello sguardo di Dio in noi. Nulla di teologico o mistico in questa affermazione, al contrario, si tratta di un’inversione di prospettiva, di quella transvalutazione che consentirebbe a ognuno di sapersi ben oltre quanto siamo convinti di poter essere e comprendere la blasfemia che E.L.Masters celebra in Wendell P. Bloyd.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.