Sibari, maxi operazione dei carabinieri contro il caporalato: 20 fermi
- Postato il 2 settembre 2026
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Sibari, maxi operazione dei carabinieri contro il caporalato: 20 fermi
CASSANO ALLO IONIO (COSENZA) – Un’imponente operazione antimafia dei carabinieri ha smantellato nella Piana di Sibari due distinte ma collegate associazioni per delinquere finalizzate alla riduzione in schiavitù, al caporalato e alla tratta di migranti.
I Carabinieri per la Tutela del Lavoro, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Catanzaro, hanno eseguito nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova un decreto di fermo di indiziato di delitto nei confronti di 20 cittadini stranieri (18 pakistani, un indiano e un cittadino del Bangladesh). Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
L’inchiesta, avviata nel 2020, ha preso il via da un singolare episodio di ritorsione. Due caporali (oggi indagati) avevano denunciato il danneggiamento degli pneumatici delle proprie auto incolpando tre giovani braccianti africani. Questi ultimi, tuttavia, hanno scelto di rompere il muro del silenzio, presentando una contro-denuncia. Questa ha svelato l’inferno dello sfruttamento e dei mancati pagamenti, dando il via alle indagini dei Carabinieri.
SFRUTTAMENTO E FALSI VISTI: LA PRIMA ASSOCIAZIONE
La prima associazione criminale era composta da 14 cittadini pakistani. Esercitava un controllo monopolistico sulla manodopera agricola nella Piana di Sibari, riducendo in schiavitù giovani pakistani e sub-sahariani vulnerabili. I bilanci aziendali venivano gonfiati ad arte con false fatture per ingannare la Prefettura e l’Ispettorato del Lavoro. Per ogni pratica finalizzata al visto d’ingresso, l’organizzazione pretendeva dai migranti somme enormi, comprese tra i 6.500 e i 10.000 euro.
Questo commercio illecito di visti – definito nelle intercettazioni come la “gallina dalle uova d’oro” – generava profitti milionari. Una volta arrivati in Italia, i migranti, gravati dai debiti contratti per pagare il visto e privi di un vero impiego, venivano inevitabilmente assorbiti. Poi sfruttati nei campi dal sodalizio del caporalato. Per aggirare i controlli, i sodali arrivavano persino a rubare l’identità digitale (SPID) di ignari extracomunitari già regolarizzati.
L’indagine dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro si è sviluppata attraverso pedinamenti all’alba. Eseguite anche sofisticate intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti GPS e telecamere nascoste nei punti di raccolta dei lavoratori. Decisivi sono stati gli accessi ispettivi del N.I.L. di Cosenza direttamente nei campi durante le stagioni di raccolta di agrumi e olive. Questi hanno colto le violazioni in flagranza.
LE COLLABORAZIONI DEI CARABINIERI
I militari hanno operato in stretta sinergia con la rete antitratta, in particolare con l’O.I.M. (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e la onlus “Comunità Progetto sud”.
Questa collaborazione ha permesso di rassicurare le vittime – terrorizzate dalle minacce di ritorsione ed espulsione – e di raccogliere le loro denunce. Numerosi braccianti sono stati immediatamente sottratti allo sfruttamento, inseriti in programmi di assistenza alloggiativa e avviati verso percorsi di tutela umanitaria e regolarizzazione. Durante le perquisizioni odierne è stato sequestrato un cospicuo materiale cartaceo ed elettronico, inclusi i “libri neri” della contabilità occulta in cui i caporali registravano le ore di lavoro e le somme sottratte ai braccianti.
I braccianti venivano costretti a coabitare (fino a 20 persone contemporaneamente) in alloggi degradati e privi di riscaldamento nel centro storico di un comune locale, subendo trattenute forzose di 50-60 euro al mese sul salario. Venivano stipati a bordo di furgoni e auto (persino nei bagagliai) per essere condotti nei campi, pagando altri 5 euro al giorno per il viaggio. Sottoposti a turni massacranti di 8-10 ore senza riposo, ferie o tutele, ricevevano retribuzioni misere. Dalle indagini è emersa anche una sistematica e odiosa discriminazione salariale su base etnica applicata dai caporali, a parità di mansioni. Le indagini hanno svelato il coinvolgimento diretto di storiche cosche della ‘ndrangheta della Sibaritide: alcune ditte agricole usate per lo sfruttamento erano fittiziamente intestate a prestanome ma gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali.
IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: LA SECONDA ASSOCIAZIONE
La seconda associazione, promossa e composta da soggetti italiani, era invece dedicata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina su scala industriale, aggirando le procedure dei “Decreti Flussi” e “Decreto Rilancio”. Il sistema contava sulla connivenza attiva di professionisti compiacenti (commercialisti) e operatori di CAF e Patronati in Calabria e Basilicata. Abusando delle proprie credenziali, costoro presentavano migliaia di istanze fittizie di assunzione durante i “click day” per conto di ditte agricole fantasma (prive di terreni, dipendenti o fatturato).
Il Quotidiano del Sud.
Sibari, maxi operazione dei carabinieri contro il caporalato: 20 fermi