“Separati dall’Ice” è la foto dell’anno World Press Photo 2026: denuncia la violenza dell’anti-immigrazione di Trump
- Postato il 23 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Una ragazza piange disperata. Un groviglio di mani si aggrappa alla felpa di un uomo, l’ultimo tentativo disperato di non farselo portare via. È il soggetto della foto vincitrice del World Press Photo, il prestigioso concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria. Lo scatto dell’anno per il 2026 si chiama “Separati dall’Ice“, di Carol Guzy, e mostra le figlie di un uomo ecuadoriano che viene deportato dagli agenti federali per il controllo dell’immigrazione. La foto è una denuncia nei confronti della brutalità dell’agenzia sostenuta e finanziata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
La fotografa americana, 70 anni e 4 volte vincitrice del Pulitzer, ha realizzato lo scatto per il quotidiano Miami Herald all’interno del più ampio reportage “ICE Arrests at New York Court”. Lo foto infatti è stata realizzata mentre l’ecuadoriano, un uomo di nome Luis, veniva arrestato in un corridoio del tribunale per l’immigrazione di New York. È uno dei pochi edifici federali a cui è stato consentito l’accesso ai fotografi. “In una democrazia, la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza: racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte“, ha detto Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva di World Press Photo.
A quanto dicono i familiari, l’uomo non ha precedenti penali ed è l’unico sostegno economico della famiglia composta dalla moglie Cocha e da tre figli di 7, 13 e 15 anni. “Siamo testimoni della sofferenza di innumerevoli famiglie, ma anche della loro dignità e resilienza che trascende l’avversità. Questo premio appartiene certamente a loro, non a me”, ha detto Guzy. Il riferimento è anche ai numerosi casi di violenza che hanno coinvolto l’Ice, come Renee Good o Alex Pretti, cittadini americani uccisi a gennaio dai federali per le strade di Minneapolis in una maxioperazione contro l’immigrazione illegale.

Fame e distruzione invece sono i protagonisti di una delle foto finaliste del concorso. “Emergenza umanitaria a Gaza” racconta tramite la macchina fotografica di Saber Nuraldin il dramma dei palestinesi: una massa di persone si arrampica su un camion di aiuti umanitari che si distingue a malapena. Lo scatto del fotoreporter palestinese è stato fatto nel valico di Zikim a luglio 2025, quando l’esercito israeliano aveva “sospeso” i bombardamenti per far entrare cibo e medicine nella Striscia. Poco dopo aveva però imposto un blocco totale degli aiuti. Nuraldin “mette lo spettatore di fronte alla realtà della situazione, evidenziandone al tempo stesso le implicazioni collettive e globali”, ha spiegato la giuria.

Nella terza foto finalista invece Victor J. Blue racconta “I processi delle donne Achi“, un popolo indigeno Maya da sempre perseguitato in Guatemala. Al centro dello scatto si vede Doña Paulina Ixpatá Alvarado insieme ad altre donne, tutte vittime della violenza dell’esercito e delle forze paramilitari guatemalteche. Il fotoreporter americano ha realizzato l’immagine davanti al tribunale di Città del Guatemala, dove a maggio tre uomini sono stati condannati per crimini contro l’umanità perpetrati nei confronti delle donne protagoniste della foto. Le violenze sistemiche nei confronti delle popolazioni indigene si sono protratte per 40 anni, fino a quando 36 vittime della comunità di Rabinal hanno rotto il silenzio e nel 2011 hanno avviato e vinto una battaglia legale durata 14 anni. La giuria ha premiato “la dignità e l’autorevolezza” che Blue ha dato alle donne in passato “prive di potere”.
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