Scatta la tassa europea sui piccoli pacchi: perché i 3 euro possono diventare molti di più
- Postato il 2 luglio 2026
- Di Panorama
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Scatta da oggi, primo luglio, la tassa europea di 3 euro sui piccoli pacchi sotto i 150 euro acquistati fuori dall’Unione Europea, quelli che arrivano soprattutto dalle piattaforme cinesi. Una misura pensata per colpire lo shopping low cost extra-UE, ma che rischia di pesare sulle tasche dei consumatori. Il motivo? Il dazio forfettario non si applica sull’intero pacco, ma su ogni singolo prodotto in base alla sua categoria doganale. Significa che ordinando più articoli diversi nella stessa spedizione, i 3 euro possono trasformarsi in 6, 9 o più, a seconda di quanti prodotti sono contenuti nel pacco. E nei prossimi mesi e anni sono in arrivo nuove misure.
Perché è stata introdotta la tassa sui pacchi extra-UE
Fino a ieri i pacchi di valore inferiore a 150 euro in arrivo da paesi extra-UE erano esenti da dazi doganali. Un’esenzione in vigore dal 1992, che ha però favorito negli ultimi anni un vero boom di acquisti low cost dalla Cina. Secondo i dati della Commissione europea nel 2025 sono arrivati nell’Unione 5,9 miliardi di articoli in pacchi di basso valore da paesi terzi, circa 16 milioni di spedizioni al giorno, oltre il 90% delle quali dalla Cina. Da qui la misura approvata lo scorso dicembre dall’Ecofin, per riequilibrare la concorrenza con le imprese europee e rafforzare i controlli doganali (oltre il 60% dei prodotti controllati in dogana non rispetta gli standard di sicurezza europei). In più c’è la motivazione ambientale: milioni di micro-imballaggi in plastica sono difficili da smaltire.
Come si calcola il dazio sui piccoli pacchi e cos’è il rischio del «cumulo»
Quello che rischia di sfuggire a molti consumatori è come viene calcolato l’importo della tassa. Il dazio di 3 euro non si applica alla spedizione nel suo complesso, ma a ogni singola voce doganale dichiarata, cioè a ogni diverso prodotto contenuto nel pacco. Ogni merce, infatti, ha un codice doganale internazionale che ne indica la natura e la composizione: se in uno stesso pacco ci sono articoli con codici diversi, il dazio si applica più volte.
Se, per esempio, si comprano 5 magliette nello stesso ordine, allora la classificazione doganale è uguale, e quindi la tassa sul pacco è di 3 euro. Ma se si comprano 1 maglietta e 2 paia di scarpe, allora le categorie sono due, e la tassa è di 6 euro. Se online si mettono nel carrello 1 maglietta, 1 paio di scarpe e 1 ombrello, ecco che le categorie sono tre e il dazio sarà di 9 euro. Attenzione al cumulo dunque: un ordine con pochi articoli ma molto vari può costare diverse volte i famosi «3 euro». In più, il dazio concorre alla base imponibile IVA. In Italia, con l’aliquota ordinaria del 22%, i 3 euro diventano quindi 3,66 euro, i 9 euro possono superare i 10-11 euro.
Chi paga davvero la tassa sui piccoli pacchi e cosa cambia per chi acquista online
A pagare il dazio forfettario, sulla carta, è l’importatore: la piattaforma di e-commerce, il venditore o il soggetto che organizza la spedizione. Nella pratica, però, nulla impedisce che questo costo venga trasferito, in tutto o in parte, sul prezzo di vendita o sulle spese di spedizione. Le grandi piattaforme decideranno se assorbire il costo del dazio per non perdere clienti, scaricarlo sul prezzo finale o sulle spese di consegna, oppure accelerare l’apertura di magazzini già dentro i confini UE, per bypassare in parte la misura sulle spedizioni dirette da paesi extraeuropei. Per chi acquista online, il consiglio pratico è quindi uno: prestare molta attenzione alle condizioni di vendita al momento del check-out, per capire se il dazio è già incluso nel prezzo mostrato o se verrà aggiunto in un secondo momento, magari al momento della consegna o dello sdoganamento.
Cosa cambia da novembre e cosa succede alla tassa italiana sui piccoli pacchi
Quella che scatta oggi è una misura ponte, in vigore fino al 2028. Da quella data dovrebbe partire l’European Customs Data Hub, una piattaforma doganale unica che calcolerà i dazi in modo «normale», in base al valore reale e all’origine della merce, non più a forfait. Una maglietta da 10 euro dalla Cina, per dire, pagherebbe circa 1,2 euro di dazio (il 12% previsto per l’abbigliamento cinese) e non più 3 euro fissi. Ma prima di arrivare lì c’è un’altra tappa. Dal 1 novembre 2026 arriva la handling fee europea: 2 euro a copertura dei costi amministrativi delle dogane. A differenza del dazio da 3 euro, qui non conta quante categorie di prodotto ci sono nel pacco: si paga una volta per spedizione, punto.
E poi c’è il capitolo italiano. Il governo aveva previsto una tassa nazionale di 2 euro a pacco, in partenza proprio il 1 luglio, che però si sarebbe sovrapposta a quella europea. Per evitare due tasse dallo stesso giorno, a giugno il Consiglio dei Ministri l’ha rinviata al 1ottobre 2026. Bruxelles ha già fatto sapere che, con l’arrivo della handling fee europea a novembre 2026, le tasse nazionali dello stesso tipo dovranno sparire. Risultato: la tassa italiana potrebbe durare in tutto un mese, salvo colpi di scena dell’ultimo momento.