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Scandalo

  • Postato il 9 settembre 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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In sintesi

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Scandalo

“Sono scandaloso. Lo sono nella misura in cui tendo una corda, anzi un cordone ombelicale, tra il sacro e il profano” affermava Pier Paolo Pasolini in un’intervista con Jean-Michel Duflot poi inserita in Il sogno del centauro. Pensieri così fuori dagli schemi, iconoclasti sia nei confronti del sacro come del profano, mi si consenta questa libera e pasoliniana intelligenza del termine, si prestano a riflessioni condotte da innumerevoli prospettive. Preliminarmente sarà opportuno chiarire il significato dell’espressione scandalo. La radice etimologica rimanda all’idea di “pietra d’inciampo”, insomma, un atteggiamento, un pensiero, un discorso che creino difficoltà, disorientamento, fastidio o, ancor peggio, devianza nel pensiero morale condiviso (almeno in quel tempo). A corollario di questa premessa generale mi sembra opportuno riportare un ulteriore contributo di Pasolini quando dichiara che “Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. La seconda parte della frase appena citata apre un ulteriore ambito di riflessione, in questo caso ci limiteremo alla prima parte. Per banale è da intendersi allineato e assuefatto acriticamente al pensiero dominante, fin troppo facile per una mente protesa verso un pensiero “altro” divenire scandalosa. È altrettanto imprescindibile chiarire il concetto di “banalità dello scandalo”. Con questa espressione intendo riferirmi al tipo di scandalo banale che scandalizza le persone banali che, in quanto tali, sono predisposte allo scandalizzarsi. Sembra una tautologia, ma il senso, ancora una volta, è riconoscibile nelle parole di Pasolini: “Ora, degli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere; perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione, e, con questa possibilità, essi fraternizzano”. L’istituzionalizzazione dell’anomalia scandalosa la norma, la omologa al comportamento comune, rasserena l’animo banale che si ri-conosce in essa. Nemmeno c’è più bisogno di scusarsi, anche la peggiore banalità è lecita e deresponsabilizzata: come non tornare all’idea di “banalità del male” della Arendt?

Credo che a molti dei miei lettori sarà tornato alla mente un noto passo evangelico in Matteo 18,6-7: “Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui gli fosse legata una macina d’asino al collo e che fosse sommerso nel fondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! Perché è necessario che avvengano gli scandali, ma guai a quell’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” Certo pleonastico ma opportuno un chiarimento: decontestualizzare un passo prelude a fraintendimenti e manipolazioni, nello specifico le parole di Cristo volevano proteggere i piccoli, ingenui, vulnerabili, in quel caso lo scandalo è solo violenza e stupidità, evidentemente le parole di Pasolini e queste mie righe nulla hanno a che vedere con una simile situazione, al contrario, lo scandalo di cui trattiamo vuole essere un pungolo creativo e liberatorio per risvegliare le menti imprigionate. Oggi il termine rinvia a un infimo giornalismo gossipparo, e anche in questo caso sarebbe opportuno distinguere quello più innocuo, ma altrettanto squallido, che spia le vite private dei cosiddetti Vip, che ne racconta le miserie coniugali e i mediocri tradimenti per darli in pasto a esistenze vuote, da quello, allo stesso modo ingannevole e fuorviante ma sicuramente più pericoloso, che si traveste da giornalismo d’inchiesta e poi “spiattella” vicende personali spacciandole per difesa dell’etica e dell’interesse collettivo. Cibo a buon mercato per un pubblico inconsapevolmente umiliato che si auto convince di aggiornarsi e si auto conferma in quel depensamento collettivo nel quale “se si raccontano certe cose sarà perché c’è del vero”, come se un fiore nato su un mucchio di letame rendesse il tutto un’aiuola, preludio e conclusione dell’etica del “si dice” e dell’impero del numero di like.

Il buon Nietzsche li chiamerebbe gli inutili, i tanti che hanno bisogno di vedere il male per riuscire a ingannarsi o, almeno, consolarsi affermando che il proprio fetore in fondo non è nemmeno poi così sgradevole; quelli che è tutto uno schifo per cui anche se mi genero conati di vomito guardandomi allo specchio, bé, in fondo c’è di peggio; quelli che girano per la vita con le loro belle verità incrollabili nelle tasche e chi non li condivide o è stupido o marcio moralmente; quelli che si pongono le domande che vengono implicitamente suggerite e che già è fornito delle risposte anch’esse pensate, masticate, digerite e defecate nel grande festival del luogo comune. Gli inutili sono quelli che si scandalizzano perché “sempre banali” o perché il monocolo etico che utilizzano li ha resi ciechi dall’altro occhio, esiste una regola, almeno nel pensiero corrente e senza soggetto pensante, e ogni infrazione è scandalo fino a che non viene istituzionalizzata dall’abitudine, dall’assuefazione, dalla noia, dalla stanchezza del pensiero o dalla disabitudine allo stesso. Lo scandalo che celebro è quello dell’intelligenza che è sempre scandalo perché coglie qualcosa che fino a quel momento non era stata compresa, disvela, alza il velo su ciò che già era e non si era riusciti a vedere. L’arte è, per sua stessa natura, scandalosa, altrimenti è artigianato, magari di successo, ma non arte. Anche il vero giornalismo d’inchiesta è scandalo ma non marchetta di mercato. Anche la grande filosofia è scandalo e non esibizione di sé in un talk show; se la filosofia non è scandalo non è filosofia ma al massimo opportunistica captatio benevolentiae; scandalo è il fare per la gioia di creare e non per un compenso, scandalo è un pensiero che si libera  perché ha finalmente visto le sbarre alle finestre del cervello; scandalo è la serena posizione anticonformista che non ha bisogno di occhi estranei per esibirsi; scandalo è l’indifferenza al gossip, il disgusto dello spiare dal buco della serratura; scandalo è il rifiuto di giudicare che mai scade a disinteresse nei confronti dell’altro. Che noia intellettuale lo scandalo che è ostentazione di inutili infrazioni del luogo comune, che gioia per il pensiero lo scandalo che supera il banale per offrire sguardi capaci all’inaspettato, all’inconosciuto, al brivido della libertà.  

Ci sono mille modi per spiegare il senso positivo dello scandalo, ne ho accennati alcuni, importante è comprendere almeno che lo scandalo non è da censurare ma, in questa prospettiva, da coltivare, ricercare, godere. Credo che il modo più inequivoco per chiarire cosa intendo per “scandalo buono” sia una fiaba: un re, figlio del suo delirio di potere, aveva mandato a morte tutti i sarti, ai quali aveva commissionato un abito per la prossima cerimonia regale, ritenendo la stoffa proposta inadeguata alla sua regale persona. Il potere è sempre stupido e come tale va trattato, infatti un sarto propose una stoffa inesistente ma che solo persone intelligenti erano in grado di vedere. Il re, che non la vedeva, mai l’avrebbe ammesso. Decise così di farsi confezionare l’abito e, ovviamente rimanendo nudo, sfilò il giorno previsto per le vie della città. Il popolo, afflitto dalla medesima patologia regale ma nella forma comune, ammirava la fattura dell’abito inesistente fino a che, terribile scandalo, un bambino si rivolse alla mamma dicendo: “Mamma, ma il re è nudo”. Questo scandalo riporta, con un formidabile rovesciamento prospettico, all’innocenza del bambino di cui parlano i vangeli, quella che gli inutili riescono a confinare nel sottoscala della loro coscienza, ma della quale, a volte, non possono inascoltare la flebile voce, così hanno paura, e l’uomo piccolo e spaventato diventa aggressivo e attacca, insulta, calunnia, alza la voce. È bello chiudere con le parole di Gilles Deleuze tratte da “Nietzsche e la filosofia: ”A chi chiede a che cosa serva la filosofia, bisogna rispondere [che la] filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni, e non è al servizio di nessuna potenza consolidata. La filosofia serve a rattristare: una filosofia che non rattristi, che non riesca a contrariare nessuno, che non sia in grado di arrecare alcun danno alla stupidità e di smascherare lo scandalo, non è filosofia.”

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

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