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Sandro Mazzola, il mito del calcio in bianco e nero

  • Postato il 19 settembre 2026
  • Editoriale
  • Di Paese Italia Press
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Sandro Mazzola, il mito del calcio in bianco e nero


di Pierfranco Bruni


Se ne va Sandro Mazzola. La sua scomparsa mi riconduce a una notte-mattina di grande sofferenza: i Mondiali del Messico del 1970. Mi riporta al fatto che la vita è lotta seria e infinita. Che la vita è conflitto. Che la vita è saper raccogliere i momenti in un solo istante.
Mi riconduce a quella cosiddetta “staffetta” che ha fortemente compromesso l’unicità. Ma mi riconduce soprattutto a un tempo intero: gli anni tra la fine dei Sessanta e i Settanta. Il 1970. Italia-Germania 4-3. La finale Italia-Brasile. Partita compromessa. Difficile. Insindacabile anche oggi nel suo affascinante bianco e nero.
Certamente Sandro Mazzola è stato ben altro. È stato il trionfo dell’Inter internazionale. Il massimo splendore del Mago Herrera. Ha segnato una generazione. Ma io sono stato sempre milanista e rigorosamente legato al mito del calcio che ho vissuto: Gianni Rivera.
Mazzola, però, è stato un immenso campione. Sapeva dribblare e correre dal centro alle fasce con una velocità sorprendente. Non aveva però la pazienza di Rivera. Mazzola l’astuto. Rivera la saggezza. Un campo di calcio, in quell’epoca, era come un campo della vita dove si semina e si raccoglie. Che spettacolo immaginarli insieme in Nazionale, seppur con alcune contraddizioni tecniche: Mazzola, Rivera e Riva. Che grandezza.
Figlio dell’eroico Valentino, del Torino precipitato in volo a Superga, ci consegna una testimonianza ricca di quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Non mi sembra poco. Un testimone anche di coerenza, come Rivera. Sembravano rivali — per me, per noi, lo erano — ma erano amici. Nel rispetto delle nostre rivalità tra Inter e Milan. Che spettacolo vederli insieme. Una vera antropologia del rispetto e delle conoscenze tra campo e spettatori. Vero. Antropologia.
Che incomprensione fu quel Mondiale del ’70 di Valcareggi. Il non amato Valcareggi, per ciò che mi riguarda, proprio per quelle scelte. Della sua Inter Sandro diceva: “La mia Inter aveva qualcosa che nessun’altra squadra aveva: noi eravamo sia solidi che tecnici, una combinazione che ha reso quell’Inter una delle migliori squadre di sempre”. Certo.

Se ne va un mito. Un mito classico del calcio. Io, comunque, resto profondamente legato a Gianni Rivera. Sandro l’arguto. Era nato nel 1942. Muore nella notte del 19 settembre del 2026. Un’arguzia fattasi intelligenza. Aveva 83 anni.
Credo che in Sandro ci sia stata una filosofia del pallone. Come in Gianni. Tre pensatori del calcio pensato non prima, ma sul terreno di gioco. Il terzo resta Riva.

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Pierfranco Bruni


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