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Salute in punta di ago: ecco perché l’agopuntura non è più una medicina alternativa

  • Postato il 7 giugno 2026
  • Di Panorama
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Salute in punta di ago: ecco perché l’agopuntura non è più una medicina alternativa

Contrordine: l’agopuntura non è più “alternativa”. A lungo liquidata come un approccio fondato più sull’esperienza dei pazienti che su evidenze solide, questa antica terapia cinese viene ora riabilitata da quella comunità medica che ne aveva sempre escluso la plausibilità scientifica. E il cambiamento arriva proprio da dove meno ci si sarebbe aspettati: la medicina basata sulle evidenze.

Quanto accaduto in questi ultimi quattro anni parla chiaro. In un crescendo: l’Istituto superiore di sanità ha accreditato nel 2022 una linea guida sul trattamento del dolore con agopuntura per emicrania e lombalgia cronica aspecifica; nel 2023 ne ha accreditato una sul trattamento della cosiddetta “fatigue cancro” (senso di stanchezza fisica collegata alle terapie antitumorali) e per i dolori articolari da inibitori delle aromatasi, farmaci utilizzati per ridurre il rischio di recidive nelle donne con tumore della mammella; nel 2024 ancora un’altra per la dismenorrea primaria; nel 2025 addirittura l’agopuntura è stata inserita nei Lea (Livelli essenziali di assistenza). Tradotto nella pratica: il medico curante può ora prescrivere un trattamento a base di questa terapia.

Il riconoscimento nei Lea e il boom della letteratura scientifica

Non solo. Secondo un’analisi bibliometrica su PubMed e Web of Science, negli ultimi quindici anni la letteratura scientifica sull’agopuntura è passata da poche migliaia di studi a oltre 20.000 pubblicazioni complessive, con una crescita media stimata attorno al 10 per cento annuo, più del doppio rispetto alla biomedicina nel suo insieme.

Questi studi indicano che può avere benefici reali, generalmente moderati, ma clinicamente significativi, in alcune condizioni molto diffuse: lombalgia cronica, artrosi del ginocchio, cefalea tensiva, emicrania, dolore cervicale e muscolo-scheletrico, effetti delle terapie anti-cancro, e perfino per il successo della procreazione medicalmente assistita. Come l’Italia, anche altri Paesi hanno approvato linee guida: il National Institute for Health and Care Excellence del Regno Unito l’ha inclusa tra le opzioni per alcune forme di dolore cronico e negli Stati Uniti diverse società scientifiche la considerano una strategia efficace nella terapia del dolore.

Recentemente anche il settimanale britannico The Economist ha sottolineato che, pur non sostituendo le cure standard, l’agopuntura può avere un reale effetto analgesico.

Per decenni il dibattito è stato ideologico, tra chi la considerava una medicina “energetica” e chi la riteneva placebo o superstizione. Oggi l’attenzione si è spostata da “funziona o no” a “in quali pazienti e con quali meccanismi”, grazie a metodi di valutazione più rigorosi dell’efficacia terapeutica. «Negli anni Novanta la metodologia era debole: pochi pazienti, controlli insufficienti, risultati difficili da interpretare» spiega Carlo Maria Giovanardi, presidente Fisa (Federazione italiana delle Società di agopuntura). «Nel tempo sono arrivati grandi trial randomizzati e metanalisi su decine di migliaia di pazienti. Le revisioni più rigorose hanno mostrano che, in alcune forme di dolore cronico, questa terapia può essere più efficace non solo dell’assenza di trattamento, ma anche in parte della falsa agopuntura e delle terapie farmacologiche abituali. Le differenze non sono sempre ampie, ma risultano statisticamente significative, suggerendo che l’effetto non sia spiegabile solo con il placebo».

I meccanismi neurofisiologici oltre il mito del Qi

L’agopuntura consiste nell’inserimento di sottili aghi sterili monouso in specifici punti del corpo, con finalità antalgiche, terapeutiche o di riequilibrio funzionale. Secondo il linguaggio antico della medicina tradizionale cinese, gli aghi ristabiliscono il flusso del “Qi”, l’energia vitale che scorrerebbe lungo meridiani invisibili del corpo. La scienza moderna però non utilizza questo linguaggio. Oggi i ricercatori interpretano l’agopuntura soprattutto in termini neurofisiologici.

Gli aghi stimolano terminazioni nervose presenti nella pelle, nei muscoli e nel tessuto connettivo, provocando una cascata di segnali biochimici ed elettrici che coinvolge il midollo spinale, il cervello, il sistema nervoso autonomo e il sistema immunitario. Diversi studi mostrano che il trattamento può favorire il rilascio di sostanze analgesiche naturali, come endorfine, encefaline, serotonina, adenosina e dopamina.

Le tecniche di neuroimaging hanno inoltre evidenziato modificazioni in alcune aree cerebrali coinvolte nella sintomatologia dolorosa. Secondo molti neuroscienziati, il rimedio potrebbe agire soprattutto modulando i circuiti nervosi che amplificano il dolore cronico. Il problema, infatti, non è soltanto il danno iniziale a muscoli o articolazioni. Con il tempo il sistema nervoso può diventare ipersensibile e continuare a produrre sintomi dolorosi anche quando il danno fisico è minimo.

«Per fare un esempio, nel caso del dolore lombare cronico», spiega Alfredo Vannacci, medico farmacologo, professore associato di farmacologia e tossicologia presso l’Università di Firenze, «l’agopuntura agisce stimolando le terminazioni nervose nella pelle e nei muscoli, attivando una risposta antidolorifica del sistema nervoso centrale e periferico che si sviluppa sia “dal basso verso l’alto” sia “dall’alto verso il basso”. Il segnale causato dall’inserimento dell’ago parte dalla periferia e raggiunge il midollo spinale, riducendo la trasmissione del dolore verso il cervello; allo stesso tempo il cervello attiva vie discendenti di controllo del sintomo, un sistema naturale di “freno” analgesico con rilascio di endorfine, serotonina e noradrenalina, che riducono la percezione dolorosa».

Interessi industriali e l’impatto della crisi degli oppioidi

È inevitabile chiedersi quali fattori abbiano favorito il nuovo clima culturale più aperto verso l’agopuntura e la conseguente accelerazione di studi e metodologie di ricerca dedicate. Va premesso che la quota di sperimentazioni cliniche sui farmaci finanziata dall’industria farmaceutica è molto elevata. In Italia, raggiunge circa l’89–92%. In questo contesto, è plausibile che le aziende farmaceutiche non abbiano avuto un interesse particolare a sostenere ricerche su terapie che, almeno in alcuni ambiti, potrebbero ridurre il ricorso ai loro stessi prodotti.

Anche la crisi globale degli oppioidi ha contribuito alla rivalutazione dell’agopuntura. Negli Stati Uniti l’abuso di questo genere di antidolorifici ha provocato centinaia di migliaia di morti e spinto i sistemi sanitari a cercare approcci non farmacologici per il trattamento del dolore cronico. In questo contesto la «scienza degli aghi» è tornata sotto osservazione, non come alternativa alla medicina convenzionale, ma come possibile terapia complementare capace di ridurre il consumo di “chimica”.

Ci sono poi ragioni demografiche ed economiche. Le società occidentali stanno invecchiando rapidamente e il dolore cronico è diventato una delle grandi emergenze sanitarie contemporanee. Milioni di persone convivono con lombalgie, artrosi e neuropatie persistenti. Molte assumono antidolorifici per anni, con effetti collaterali importanti: problemi gastrointestinali, cardiovascolari, insufficienza renale, sedazione e rischio di dipendenza da oppioidi. Così le linee guida moderne stanno insistendo sempre più su approcci integrati: esercizio fisico, fisioterapia, supporto psicologico, terapia del dolore e tecniche complementari. L’obiettivo non è sostituire la medicina tradizionale, ma ridurre il carico farmacologico e migliorare la qualità della vita.

Formazione medica e lo scarto nell’accesso al Servizio sanitario nazionale

«L’agopuntura può essere praticata esclusivamente da laureati in medicina e chirurgia», precisa Giovanardi, «e dal 2013 esiste un percorso definito: dopo la laurea in medicina è necessario frequentare corsi presso le scuole accreditate con un determinato monte ore formativo, al termine dei quali si ottiene la qualifica di esperto in agopuntura e ci si può iscrivere agli appositi registri professionali presso gli Ordini provinciali dei medici».

La Fisa, che rappresenta circa l’85% degli agopuntori italiani, ha in preparazione un’altra linea guida, sviluppata insieme agli oncologi, sulla neuropatia periferiche indotta da chemioterapici. Anche se dal 2025 questo approccio può essere prescritto pure dal Servizio sanitario nazionale, le strutture pubbliche sono ancora insufficienti: alcune regioni, come Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia, si sono organizzate meglio, ma in molte altre realtà i servizi mancano.

«Con l’inserimento nei Livelli essenziali di assistenza per il trattamento del dolore e di altre patologie, dal primo gennaio il cittadino avrebbe diritto ad accedere a queste cure, ma spesso fatica ancora a trovare strutture disponibili», conclude Giovanardi.

Se è vero che oggi l’agopuntura non è più giudicata in base alla sua origine antica o “orientale”, ma con gli stessi criteri con cui la medicina valuta qualunque altra terapia – prove, risultati e benefici per i pazienti – resta comunque uno scarto tra il diritto sancito sulla carta e l’accesso alle cure nel sistema sanitario.

Autore
Panorama

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