Rita, giornalista venezuelana: «Ribellarci noi a Maduro? Un mio amico è morto per questo»

  • Postato il 11 gennaio 2026
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Rita, giornalista venezuelana: «Ribellarci noi a Maduro? Un mio amico è morto per questo»

La storia di Rita, giovane giornalista venezuelana, fuggita dal suo Paese e giunta a Cosenza due anni fa. Racconta una vita sotto il governo dell’ex dittatore Maduro, tra paura, povertà e perdite.


«Non parlo per sentito dire, ma perché ho perso un amico durante le proteste: gli hanno sparato al petto». Ci sono storie che non sai come introdurre.  Che non sai come presentare. Perché sì: Trump, il diritto internazionale, il Venezuela, la cattura di Maduro e la sua legittimità.

VENEZUELA, MADURO E LA STORIA DI RITA

Ma poi cos’è davvero la vita? È uomini e donne,  ragazzi e ragazze, giovani e giovanissimi, come Rita, 26 anni, laureata in giornalismo in un’università venezuelana, fuggita dal suo Paese e arrivata in Italia, a Cosenza, due anni fa. Nella sua valigia, ricordi. Tanti. Forse troppi. E speranze. Ancora, dolori e paura. Preghiere, rabbia e ideali di libertà. E poi l’amore profondo per il suo mestiere. «Sono anche io una giornalista – ha detto – e voglio che la gente sappia la verità». È così che ha iniziato a raccontarcela.    

Rita, dimmi un po’ di te.

«Sono nata in Venezuela, a Maracay, nella regione di Aragua. Lì sono cresciuta. Poi mi sono sempre trasferita da una parte all’altra del Venezuela. E mi sono laureata come giornalista. Avevo trovato un bel lavoro. Ma poi per la situazione ho dovuto prendere in considerazione la scelta di andarmene fuori. Il futuro che volevo non era più possibile. E sono arrivata in Italia due anni fa».

Com’è stata l’adolescenza, l’Università? Com’è la vita lì?

«Guarda, da ragazzina pensavo che non mi mancava niente. Ma quando cominci a conoscere altre cose oltre quello che puoi avere, pensi caspita. Forse la vita poteva essere un pochino diversa. A scuola le difficoltà di ogni giorno: la paura di uscire da sola e tornare a casa. Perché è una situazione pericolosa lì. Non c’è molta sicurezza. Io ricordo che pregavo, pregavo sempre. Dicevo “Dio ti prego di riportarmi a casa bene”. Insomma, essere così giovane ed avere la paura di morire. Perché lì non ti nascondi solo dalla delinquenza, ma anche dalle forze dell’ordine».

Perché?

«Sono pericolose. La polizia non è un organo di sicurezza per noi. Ricordo che facevano dei punti di controllo dappertutto. E io cercavo di evitarli in tutti i modi. Fermano la gente con la scusa di trovare qualcosa che non va bene, solo per farsi dare dei soldi. Ti minacciano. Ti dicono che ti mettono la droga in tasca facendo finta che è tua per sbatterti in galera. E così tanti preferiscono pagare. Per non rischiare di vivere una brutta esperienza con loro. Perché poi, una volta che ti mettono in galera, mica ti processano o chiamano l’avvocato»

«Ti possono lasciare lì per giorni e giorni finché non dai una somma. La crescita è stata bella, sì. Ma come tutti i giovani del mio Paese non ho avuto un’adolescenza “normale”. La libertà di uscire, andare al cinema, aperitivi con le amiche. Queste cose non succedevano molto. Prima di tutto per il pericolo fuori. E poi non ce lo potevamo permettere sempre. Non avevamo i soldi».

Senti, ti sei laureata in giornalismo. Che situazione c’è in materia?

«Noi studiamo diversi tipi di giornalismo. Uno in particolare che è quello investigativo. Ma in Venezuela è vietato. Ricordo che la mia professoressa ci diceva sempre: “Purtroppo non possiamo farlo”. Perché una volta invece si faceva. Gli insegnanti mandavano gli studenti a fare ricerche su un “topic” speciale. Ora non più. Perché quando loro vedono (il governo, ndr) che tu stai nella ricerca della verità per raccontare alle persone cosa sta succedendo veramente, ti prendono. Ti mettono in galera, con un po’ di fortuna. Altrimenti ti possono anche silenziare. Cioè ti fanno sparire. Volevo tanto fare giornalismo investigativo. Mi volevo concentrare su un posto che è il centro più grande di torture in America Latina che si chiama “el helicoide” e volevo fare una ricerca. Alla fine non sono più riuscita. Ho perso la voglia di rischiare di morire soltanto per fare domande a chi è lì vicino».

«L’università è stata limitata. Ed è stato anche un periodo difficile. Perché l’ho cominciata durante le manifestazioni, le proteste del 2017.  Sono morte oltre 400 persone. E io te lo posso raccontare non perché l’ho sentito dire, ma perché ho perso un amico. Attaccavano i manifestanti con i fucili. Non con i mezzi normali che si conoscono per fermare il disordine pubblico. L’hanno sparato, è stato ucciso con un colpo al petto. È morto lì. È morto subito. È morto così. Avevamo 17, 18 anni».

Mi dispiace molto.

«Sai, è difficile pensare che non hai più diritto a protestare perché verrai ammazzato. Questo è triste. Perciò io alla fine dell’Università ho deciso di scappare. Facile dire “dovete fare la rivoluzione, voi da soli, per il vostro Paese”. Non ce la fanno fare: ci ammazzano, in maniera orribile. Perché è bene ricordare che questi 400 morti per le proteste erano minorenni. E di questo non si parla. Quando il governo usa i fucili per placare il disordine, l’obiettivo è uno: vuoi toglierti di mezzo la gente che la pensa diversamente».

Sono ricordi pesanti. Non dev’essere facile.

«No, non lo è. Ma la gente deve sapere».

Già… La tua famiglia è ancora lì?

«Lì in Venezuela ho mio padre e mio nonno. Mamma è venuta per prima in Italia, poi io. Poi i miei zii. E ora sto aiutando mio padre da qui. Perché prende 70 euro di pensione al mese. Gli stipendi sono di 40 euro».

Rita, noi dall’Italia vediamo i venezuelani in festa, ma pare siano tutti venezuelani sparsi nel mondo. Che dice tuo padre? In Venezuela come l’hanno presa? Festeggiano?

«In Venezuela certo, tutti sono felici. Ma la gente non esce a festeggiare perché c’è la dittatura ancora. Noi festeggiamo il fatto che si sono presi Maduro. Si sono presi un delinquente che ci ha rovinato la vita. Non pensiamo che sia la fine. Purtroppo non è così. C’è tutto il reparto del governo ancora. Quando parlo con papà mi dice di parlare piano. La gente è contenta, ma dentro le loro case. C’è stato anche un annuncio dal governo: chi festeggiava per l’arresto di Maduro andava messo in galera».

Quindi che pensi dell’intervento di Trump?

«Allora, se proprio devo dire la verità: sono contenta. Ho vissuto per anni le conseguenze di un governo che è stato gestito male. Poi, è stato sbagliato il modo? Beh, Maduro si era auto proclamato presidente. Il diritto internazionale? I miei diritti di persona sono stati violati per 25 anni».

E le proteste italiane come le vivi?

«Penso che è facile parlare quando non hai mai visto un frigo vuoto. È bello parlare di cosa è giusto e cosa non è giusto quando non l’hai vissuto sulla pelle. Io non vengo qua a spiegare agli italiani come deve funzionare la politica italiana. Sono qua da due anni: che ne posso sapere? E loro con quale morale vengono a parlare del mio Paese, dicendo che sono una “vendepatria” per essere andata via quando non sei stato tu a vedere morire i parenti per mancanza di medicine perché negli ospedali ho visto con i miei occhi che dovevano mettere due persone in un lettino. Prendevano i pezzi di cartone e li mettevano a terra nei corridoi per sistemare la gente. Ho sentito gli odori orribili degli ospedali perché non ci sono i prodotti per le pulizie».

NEI SUPERMERCATI NON C’ERA CIBO DA COMPRARE

«Nei supermercati non c’era niente da comprare. Il cibo della “busta” una volta al mese era cibo scaduto tante volte. Ricordo benissimo mio nonno che prendeva i fagioli e li metteva a mollo con il bicarbonato tre giorni prima e poi nella pentola per ammorbidire il cibo. Ho visto uno stipendio che ti bastava solo per comprare pane e latte. Loro cosa hanno mai vissuto? Io non so come la vedono i comunisti, non mi interessa niente di ideologie».

«SONO STATA MALE SOTTO QUEL GOVERNO»

«So solo che in questo governo in cui ho dovuto vivere per 25 anni sono stata male. Non ho conosciuto altro se non una dittatura. E forse sono stata anche fortunata rispetto a tanti altri che veramente erano in povertà estrema. I miei se la cavavano. C’era gente che moriva proprio di fame. Sai che quando non c’era l’acqua dovevamo andare a prenderla fuori? Con i secchi, con le carriole. Quando c’è stato il blackout, non lo dimenticherò mai. Era il mio primo stipendio. E avevo comprato un pollo da portare a casa per mangiarlo con i nonni. Ho pensato che tagliato a tante fette mangiavamo almeno per tre giorni. Invece poi è arrivato il blackout e per non perderlo lo abbiamo dovuto fare in una volta sola. L’avevo preso per stare un po’ sereni. Vivere così è orribile>>.

Rita, più volte hai detto “sono stata male”. Quando senti “liberate Maduro”, che provi?

«Ho rabbia. Non so come si faccia a chiedere questo. Se fosse stata una persona perbene e avesse rispettato i nostri diritti, va bene. È un essere umano. Ma così non lo posso accettare. Non posso accettare che qualcuno dica liberate il presidente o sia d’accordo con il governo venezuelano attuale. Perché io ho dovuto vivere “fregata”. E non solo io. Parlo dei giovani della mia generazione che dal 1999 ad oggi siamo cresciuti in Venezuela. Non volevo una vita da ricca. Ma almeno una vita senza paura. E noi ci siamo ribellati soli. Però non ce l’abbiamo fatta. Tutti i miei amici sono andati via come me. Loro (il governo, ndr) entravano nell’Università a cercare i ragazzi che avevano partecipato alle manifestazioni».

«IL MIO AMICO ERA UN RIVOLUZIONARIO»

«Per carità, è vero: gli studenti quando hanno visto che loro prendevano le armi si sono messi a fare le bombe molotov. Ma come mi difendo altrimenti se ho solo penna e carta e tu mi stai sparando? Io alle manifestazioni di questa portata non sono arrivata. C’è stato un giorno che papà mi ha preso tra la gente e mi ha forzata a tornare a casa perché ha detto “io una figlia morta non la voglio”. Ma parlo per gli altri. Il mio amico, per esempio, era un rivoluzionario. Lui si era trasferito a Caracas per continuare a protestare contro il governo. Con le bombe molotov, con le pietre. Le maschere antigas».

«Quando sono andata al funerale… (un lungo silenzio) io… mai avevo percepito che la vita poteva finire così. Ho sentito impotenza. Perché deve finire la vita di un ragazzo così giovane? Voleva solo un futuro migliore, ha sofferto perché aveva la mamma malata e la sua motivazione di lotta era quella. Ora spero che riposi in pace. Di questa notizia sarebbe stato molto contento».  

Rita, però non dirmi che hai rinunciato al tuo sogno di fare la giornalista…

(Dopo un lungo silenzio, piange) «No, diciamo che non ho rinunciato. Quando ho deciso di studiare questo l’ho fatto con tanto amore, con tanto fuoco. È stato così difficile laurearmi. Ma alla fine ho accettato l’idea che non avevo più un futuro in Venezuela. Ora a Cosenza per metà giornata lavoro come social media manager per alcuni negozi e il pomeriggio faccio la babysitter. Non ho mai screditato nessun lavoro solo perché sono una giornalista».

RITA, VENEZUELANA IN FUGA. «ORA LAVORO COME BABYSITTER»

Tutti i lavori sono onesti. Ma non perdo la speranza di tornare a fare il mio mestiere. O qui in Italia o dove mi porterà la vita. Sai, quando sogni e le condizioni in cui abiti ti distruggono quei sogni, tu poi ti prendi pezzo per pezzo e pensi “vediamo quando lo sistemiamo”. So che arriverà quel giorno. Io me lo auguro e lo auguro a tutti i venezuelani professionisti che sono fuori. So che non sono l’unica. Ci sarà il giorno che ognuno di noi farà ciò che ha sognato di fare e per cui ha tanto studiato. E ringrazio l’Italia per questo: l’Italia mi ha permesso di crederci ancora».

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Rita, giornalista venezuelana: «Ribellarci noi a Maduro? Un mio amico è morto per questo»

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