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Riletture storiche: quando Stalin «giustiziò» la Rivoluzione

  • Postato il 7 settembre 2026
  • Di Panorama
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In sintesi

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Riletture storiche: quando Stalin «giustiziò» la Rivoluzione

«Si deve sparare a questi cani rabbiosi». Il pubblico accusatore Andrej Vyshinsky non si curò di utilizzare un linguaggio appropriato per assumere un ruolo più istituzionale e, nel salone del Palazzo dei Sindacati, a Mosca (22 agosto 1936) ai giudici del “processo dei 16”, presentò richieste di condanna che sembrarono ordini. «Pretendo che venga cancellata ogni traccia di questi bastardi».

I «bastardi» cui si riferiva non facevano parte della schiera dei nemici del popolo che, secondo l’ideologia sovietica, comprendeva latifondisti e proprietari, nobili, reazionari o, comunque, anticomunisti. Alla sbarra, venne trascinata la vecchia guardia del Partito comunista che aveva goduto dell’amicizia personale di Vladimir Lenin e che – allo scoppio della Rivoluzione d’ottobre (1917) – era stata la prima a mobilitarsi e la più risoluta a guidare la rivolta.

L’epurazione dei padri della Rivoluzione

La dittatura rossa – dopo aver massacrato avversari e presunti tali – stava divorando sé stessa. Avveniva con l’accusa generica di «revisionismo», allo scopo di sostituire un’intera classe dirigente. Inesistenti le prove, prezzolati i testimoni, estorte con violenza le confessioni. Non contavano nemmeno le benemerenze acquisite sul campo. Fra gli imputati c’erano Grigorij Zinonev e Lev Kamenev che, nella nomenclatura bolscevica, avevano occupato ruoli di rilievo. A uno era stato affidato l’incarico di capo del Comintern e all’altro la presidenza del Politburo. Entrambi, alla morte di Lenin, al momento di indicare il nome del successore, si espressero per Iosif Stalin risultando decisivi per la sua affermazione, a danno di Lev Trotskij che, alla vigilia del plenum, sembrava il favorito. Però, l’uno e l’altro, pur dimostrando di apprezzare il nuovo padrone dell’Urss, non si trattennero dall’esprimersi negativamente rispetto ad alcune decisioni e tanto bastò perché fossero emarginati e “declassati” al ruolo di rettore dell’Università di Karza (Zinonev) e direttore dell’Istituto di letteratura Gorkij (Kamenev). Nessun sentimento di riconoscenza che, forse, sarebbe stato doveroso.

Le condanne a morte di questo processo vennero indicate come il risultato della prima di una serie di “purghe” successive che – conti degli storici alla mano – significarono 340 mila esecuzioni capitali.

La verità è che Stalin vedeva complotti anche nelle pieghe di una normale discussione e, per togliersi di torno chi gli faceva ombra, poteva ricorrere a ogni bassezza. Nel praticare la vendetta fu davvero d’acciaio, come suggeriva il suo nome. Per il resto, dovette fare i conti con le fragilità di ogni mortale.

Il corpo imperfetto e la giovinezza di violenze

Il suo piede sinistro sembrava come palmato per via delle dita che si erano fuse insieme. Un braccio era più corto dell’altro perché era stato calpestato da un cavallo. E, in un altro incidente, finì con le gambe sotto le ruote di un carro che lo rese claudicante. Per questo, alla visita di leva, fu scartato come «inabile alle armi».

Non sfuggì mai alle legnate del padre alcolizzato il quale, quando rientrava ubriaco, non tratteneva né violenza né soprusi. E se non lo picchiava lui, lo picchiavano la madre e i professori del seminario perché studiava solo quello che gli piaceva e si dimostrava indisciplinato in tutto il resto. Da ragazzo, in famiglia, lo chiamavano Soso – con un briciolo di compassione – per evidenziare un’incertezza nel pronunciare la zeta. A scuola, presero a indicarlo con il nome di Koba che era quello di un fuorilegge del Caucaso.

Non gli fece difetto lo stimolo dell’avventura. Aderì al Partito socialista rivoluzionario e, negli schedari delle autorità dove già compariva per le sue inquietudini da adolescente, finì a pieno titolo come pericolo pubblico da domare. Poi: il confino in Siberia, una rocambolesca evasione e gli istinti radicali dell’agitatore politico. Il tempo in latitanza lo rese sospettoso. Si guardava da tutti e tutti rappresentavano un pericolo. «Era il simbolo stesso della diffidenza», parola di un suo compagno di gioventù, Semen Vereshchak, «anche a giudicarlo con benevolenza, non si poteva che definirlo l’incarnazione del sotterfugio e della falsità».

L’ombra del Cremlino sul delitto Kirov

Il processo dell’agosto 1936 ebbe un precedente con l’assassinio di Sergeij Kirov che – secondo una tesi antistaliniana – aveva avuto il torto di essere stato eletto nel Comitato centrale con un voto quasi plebiscitario, al punto da mettere in ombra lo stesso Stalin. Leonid Mikolaiev, un ragazzotto (al quale attribuirono una militanza trotzkista), lo ammazzò a rivoltellate ma gli storici, fin dall’inizio, accreditarono il sospetto che l’ordine fosse arrivato direttamente dal Cremlino. Troppe le incongruenze. Il delitto avvenne a Leningrado, in un corridoio di Palazzo Smolny che ospitava gli uffici del Partito comunista. In quel momento (eccezionalmente) non c’era nessuno né fra le guardie del corpo né fra gli addetti al controllo, tanto che l’assassino poté agire indisturbato. Possibile?

Il giorno dopo, il capo delle guardie – Mikhail Borisov – morì per le ferite riportate in un incidente stradale. Gli uomini che stavano in auto con lui uscirono illesi dallo scontro. E tutti gli altri addetti alla sorveglianza furono “puniti” per la loro negligenza con una promozione sul campo. Vennero assegnati alle direzioni di istituti abbastanza periferici in modo da non essere riconosciuti. L’assassinio di Kirov fornì il pretesto per imbastire le trame di un complotto definito trotzkista e sbarazzarsi della vecchia guardia comunista e togliersi di torno personaggi definiti «inutili». Non si trattava di gente pericolosa – beninteso -, nessuno degli imputati stava macchinando congiure nei confronti della leadership. Ma, nell’Unione sovietica degli anni Trenta, Stalin aveva assunto il ruolo del despota. La sua sovranità fu un dominio che, a tratti, esercitò con furore. Ogni dissenso era considerato un intollerabile oltraggio al punto che, per finire nelle liste degli sgraditi (quindi, da eliminare) poteva bastare uno sguardo inappropriato o un applauso che apparisse non entusiasticamente convinto. Un regime cucito con il filo della paura.

Poteva essere rapido il passaggio da amico a ex amico e – da lì – ad avversario da seppellire. A distanza di tempo, gli stessi collaboratori ebbero modo di confessare che un invito a cena di Stalin poteva finire con una stretta di mano o le manette ai polsi.

La farsa giudiziaria e il piombo della Lubianka

Questi nuovi nemici “casalinghi” venivano giustiziati con la parvenza dell’applicazione del diritto. L’apparato sovietico era in grado di imbastire un processo nel corso del quale gli imputati confessavano il tradimento alla causa comunista e si dichiaravano meritevoli di morte. Manco a dirlo: le ammissioni erano state estorte o con tormenti fisici in grado d’infrangere qualunque resistenza o con torture psicologiche, minacciando ritorsioni sui familiari. Perciò, il dibattimento poteva risolversi in poche ore. E, pronunciata la sentenza, gli imputati diventavano cadaveri negli stessi corridoi della Lubianka.

Così nel “processo dei 16”. Alla sbarra, ciascuno asserì di aver dato vita a un complotto per sostituire Stalin e, se necessario, ammazzarlo.

Le prime confessioni vennero da due agenti provocatori – Valentin Olberg e Konon Berman-Yurin – che, per ordine dei servizi segreti, si prestarono a fare il doppio gioco presentandosi nel ruolo di congiurati pentiti.

Gli altri seguirono ammettendo ciò che veniva contestato loro. Qualcuno aveva barattato la rinuncia a difendersi con la promessa di non essere fucilato. Qualcun altro si preoccupò di salvaguardare moglie e figli. Inutile. Pronunciata la sentenza, quando gli orologi segnavano il mezzogiorno del 25 agosto (1936), le due spie vennero freddate con una rivoltellata in testa in modo da togliersi di torno testimoni scomodi. Per gli altri 14 prepararono un plotone di esecuzione tanto che, al momento di sedersi a tavola, per la cena, Stalin ricevette il messaggio tranquillizzante secondo il quale le disposizioni erano state seguite «in tutto e senza inconvenienti».

Quasi tutto, per la verità. Perché, per eliminare i familiari degli imputati (che si erano assunti colpe inesistenti per proteggerli) servirono un altro paio di mesi e qualche sotterfugio maggiore.

Autore
Panorama

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