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Riforma medici di famiglia divisa in due da Schillaci: decreto subito per riempire la Case di comunità (ed evitare il flop Pnrr)

  • Postato il 8 maggio 2026
  • Politica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Riforma medici di famiglia divisa in due da Schillaci: decreto subito per riempire la Case di comunità (ed evitare il flop Pnrr)

Ormai sembra essere un modus operandi rodato del ministero della Salute: annunciare in pompa magna una grande riforma, per poi spacchettarla in due parti. Una prima di carattere urgente, messa in campo tramite un decreto legge, per tentare di arginare un problema nel più breve tempo possibile. Un tappabuchi, diciamo. E una seconda parte, più strutturata e complessa, inserita in un disegno di legge che promette un cambiamento (e i relativi finanziamenti per realizzarlo), ma lo rimanda a data da destinarsi. È successo per le liste d’attesa, nell’estate elettorale del 2024, e accade di nuovo ora, con la riforma dei medici di famiglia. Per ridisegnare il ruolo della medicina generale, il ministro Orazio Schillaci sceglie di percorrere una strada già battuta: spezzare il provvedimento in due, per accelerare. L’obiettivo è cercare di non bucare la scadenza di giugno del Pnrr, scongiurando il rischio di perdere i fondi europei. Tra poco più di un mese, infatti, le Case di comunità dovranno essere pronte e operative. Ma, oltre ai gravi ritardi nella realizzazione delle strutture, ancora deve essere risolto il nodo della carenza di personale.

L’accelerazione politica è arrivata dopo il via libera della presidente del consiglio Giorgia Meloni. L’idea del governo è chiara: procedere con un decreto legge snello (che dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri a fine mese), composto da pochi articoli, per rendere operativi i presidi territoriali il prima possibile, coinvolgendo le Regioni nella stesura del testo. Per rifornire di professionisti le strutture del Pnrr, la norma prevede l’introduzione di un vincolo normativo che obbligherà medici di base e pediatri di libera scelta a svolgere una quota di attività nelle Case di comunità. Si parla di un impegno minimo di sei ore settimanali, modulato in base al numero di assistiti. Per farlo, il testo prevede l’introduzione di un doppio binario: le Regioni che soffrono di maggiori carenze d’organico o difficoltà organizzative potranno assumere i medici di famiglia come dipendenti del Ssn, superando il tradizionale modello della convenzione dei liberi professionisti. Inoltre, il provvedimento apre le porte delle nuove strutture territoriali anche a medici con specializzazioni affini, come geriatria e medicina interna.

Tutti gli altri aspetti della riforma, considerati meno urgenti, sono invece rimandati a data da destinarsi e verranno inseriti (forse) in un disegno di legge. Vale per la ristrutturazione della remunerazione – che non dovrebbe più basarsi sul numero di pazienti, bensì su un sistema di calcolo fondato su obiettivi e prestazioni effettive – come per l’istituzione della specializzazione universitaria in medicina generale. Con i tempi del Parlamento e la cronica mancanza di coperture, il rischio che queste novità restino sulla carta è molto alto. Ma d’altronde il governo al momento ha altre questioni più urgenti da fronteggiare, e tra queste ci sono le dure proteste dei sindacati di categoria. Il ministro Schillaci prova ad abbassare i livelli di scontro, parlando di un medico di famiglia che uscirà “potenziato” da questa riforma, finalmente libero dalle scartoffie, inserito in una squadra di professionisti e con nuovi strumenti digitali a disposizione, per “tornare a essere il garante della salute dei cittadini”. Ma la Fimmg è già sul piede di guerra. Il segretario Silvestro Scotti dichiara lo stato di agitazione, denunciando la totale assenza di confronto preventivo. Per la Federazione si tratta di una “forzatura istituzionale”, per la quale sono pronti a chiedere l’intervento della Corte Costituzionale. Il rischio, per i sindacati, è che per salvare i target del Pnrr si finisca per smantellare il rapporto di fiducia tra medico e paziente, trasformando l’assistenza territoriale in uno sportello burocratico.

Tutte le possibili iniziative di protesta consentite sono al vaglio, compresa la proclamazione di scioperi. Secondo la Federazione, intervenire sull’attuale assetto dell’assistenza primaria senza un reale confronto con chi opera quotidianamente nel settore significa mettere a rischio i diritti dei pazienti, più che proteggerli. Il sindacato sottolinea di non voler difendere interessi di categoria, ma piuttosto garantire a tutti i cittadini, indipendentemente dal territorio in cui vivono, la possibilità di continuare ad avere un medico di fiducia capace di conoscerli, seguirli e curarli nel tempo. Il rischio, sottolineano infine, è che, a causa dell’incertezza normativa e contrattuale, la professione sia “sempre meno attrattiva” per le nuove generazioni, aggravando di fatto la carenza di personale.

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Il Fatto Quotidiano

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