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Raphael Gualazzi in Calabria: «È stato un grande onore esibirmi davanti a un pubblico così sensibile»

  • Postato il 7 settembre 2026
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Raphael Gualazzi in Calabria: «È stato un grande onore esibirmi davanti a un pubblico così sensibile»

Il Quotidiano del Sud
Raphael Gualazzi in Calabria: «È stato un grande onore esibirmi davanti a un pubblico così sensibile»

Da Sibari a Cerisano, due concerti in due luoghi suggestivi della Calabria: il doppio appuntamento di Raphael Gualazzi. Lo abbiamo intervistato per attraversare con lui la musica, il sogno e i territori ancora inesplorati del suono.


SIBARI E CERISANO (COSENZA) – Due concerti, due location suggestive, la stessa vertigine. Raphael Gualazzi ha attraversato la Calabria passando dalla profondità millenaria di Sibari alla pietra antica, austera e visionaria di Cerisano, e in entrambi i casi ha lasciato che fosse il pianoforte a tracciare la rotta. A Sibari, per gli eventi Magna Graecia Jazz Fest, Sybaris Folk e Sibaris Arte, fortemente voluti dal direttore dei Parchi archeologici di Crotone e Sibari Filippo Demma e realizzati con il contributo del MiC – Direzione Generale Spettacolo, in collaborazione con il XXV Peperoncino Jazz Festival (direzione artistica Sergio Gimigliano), Gualazzi ha spinto il piano solo oltre il confine della composizione, là dove la partitura si apre all’imprevisto e ogni nota può diventare una scoperta.

A Cerisano, per la 32esima edizione del Festival delle Serre, quella stessa materia incandescente ha preso velocità nel trio, con Anders Ulrich al contrabbasso e Gianluca Nanni alla batteria. Il pianoforte si è fatto scintilla, il contrabbasso profondità, la batteria impulso. Le note si inseguivano, si cercavano, si perdevano per ritrovarsi un istante dopo. E il Cortile del Pozzo di Palazzo Sersale è diventato uno spazio senza coordinate, dove il ritmo sembrava spostare persino il peso delle cose. È da questa Calabria sospesa tra archeologia e futuro che prende avvio la nostra intervista a Raphael Gualazzi. In controluce, la musica rivela una vera e propria poetica dell’esistenza: il movimento come condizione, la curiosità come disciplina, l’apertura come unica forma possibile di fedeltà a sé stessi.

Raphael Gualazzi, lei ha attraversato Sanremo, i grandi festival, le orchestre internazionali e linguaggi musicali molto diversi. In questa stagione è tornato due volte in Calabria, al “Sibari in fest” e al “Festival delle Serre”, portando il jazz anche dentro un borgo. Cosa significa tornare in questa terra?

«È stato un grande onore, soprattutto perché la Calabria possiede un’eredità culturale e musicale dalle radici profondissime. Il pubblico calabrese respira una storia che affonda nella tradizione greca e bizantina, in un sistema musicale che ha lasciato tracce importanti e che, per certi aspetti, è sorprendentemente vicino al jazz. Penso a tutto ciò che quella cultura ha consegnato alla musica occidentale e che continua a vivere, magari in forme sotterranee, nella sensibilità di questa regione».

Una sensibilità che passa dalla musica popolare…

«Certamente. C’è una tradizione popolare molto forte, con parentele che attraversano il Mezzogiorno e il Mediterraneo. Penso alla musica grecanica, ma anche a quella salentina, alla pizzica. Sono linguaggi diversi che condividono una matrice profonda: il ritmo, la dimensione collettiva, il rapporto quasi fisico con il suono».

Quanto conta, invece, il paesaggio in questa identità culturale?

«Moltissimo. La Calabria possiede un patrimonio storico, culturale e mitologico straordinario, ma anche una varietà paesaggistica capace di amplificare questa esperienza. È una terra che continua a offrire qualcosa da scoprire. E credo che anche questo contribuisca alla sensibilità del pubblico, alla sua capacità di entrare in relazione con forme musicali molto contaminate».

Raphael Gualazzi, ha percepito questa sensibilità nei due concerti?

«Sì, e in modo molto evidente. Credo che abbia a che fare anche con la storia musicale di questa regione e con l’eco dei tanti grandi musicisti calabresi e meridionali che hanno portato la loro cultura oltre oceano. L’emigrazione italiana negli Stati Uniti ha prodotto un incontro straordinario tra mondi diversi e ha contribuito a creare le condizioni per una contaminazione che, nel tempo, è diventata parte della nostra stessa storia musicale».

Così la storia dell’emigrazione entra, indirettamente, nella storia del jazz italiano…

«Assolutamente. Il rapporto tra l’Italia e la cultura afroamericana nasce anche da lì. All’inizio del Novecento ci fu un interesse fortissimo per quella musica: musicisti, intellettuali e filantropi cominciarono a studiarla, ad ascoltarla, a imitarla. È una storia fatta di fascinazione, ma anche di ricerca. Un episodio emblematico è quello di Louis Armstrong, che durante il fascismo arrivò a esibirsi in Italia, in un teatro sotterraneo. È un fatto che racconta bene quanto fosse forte, nonostante tutto, l’interesse verso quella musica».

Ma quando una cultura musicale viene importata, dove finisce l’emulazione e dove comincia una voce autonoma?

«È proprio questo il punto. A un certo momento non si tratta più semplicemente di imitare la cultura afroamericana, ma di assimilarla e trasformarla. Di trovare un suono che sia nostro. L’Italia ha avuto una lunga storia di questo processo e il Sud, con la sua complessità culturale, ne rappresenta una parte importante. Il jazz, in fondo, è proprio questo: non una forma chiusa, ma una materia capace di accogliere, metabolizzare e restituire. E forse è per questo che trova una risonanza così naturale in una terra come la Calabria, dove culture diverse si sono incontrate per secoli e continuano ancora oggi a lasciare tracce l’una nell’altra».

Raphael Gualazzi, lei parla di un approccio monistico al concerto: il luogo, i musicisti, il pubblico e la musica sembrano diventare un’unica materia. È così che concepisce la dimensione live?

«Sì, assolutamente. Credo che sia proprio questa interazione a creare lo spettacolo. Io preferisco lasciare la scaletta abbastanza indefinita, perché molto nasce dall’insieme: dall’interazione con i musicisti, tra i musicisti stessi, con il pubblico e con il luogo che ci accoglie. Un paesaggio, un’architettura, persino la natura possono diventare parte dell’ispirazione e generare atmosfere che poi entrano nella musica. È come se il luogo ci accogliesse e instaurasse con noi un linguaggio non detto, fatto di emozioni. Un linguaggio che attraversa le improvvisazioni, i temi, le relazioni che si creano sul palco».

Non esiste una separazione netta tra ciò che avviene sul palco e ciò che lo circonda. È un rapporto continuo, una sorta di osmosi?

«Esatto. Probabilmente, è proprio questo l’aspetto più interessante dell’esperienza dal vivo: non sapere esattamente dove finisca la musica e dove cominci tutto il resto».

Lei attraversa jazz, blues, soul, musica classica, cantautorato ed elettronica. Se dovesse improvvisare adesso la colonna sonora di questo momento della sua vita, da quale suono partirebbe?

«Probabilmente da qualcosa che abbia il suono di Béla Bartók e di Aleksandr Skrjabin».

Due mondi molto diversi, ma entrambi capaci di spingersi oltre la forma. È ancora questo che cerca quando si siede davanti al pianoforte?

«Oggi cerco soprattutto la relazione con gli altri strumenti: il pianoforte deve ascoltarli e lasciarsi attraversare da ciò che accade intorno».

Il pianoforte, più che uno strumento da dominare, diventa un interlocutore?

«Sì. E in questa relazione diventa fondamentale l’ascolto. Ascoltare gli altri significa anche imparare a riconoscere, in ciò che potrebbe sembrare un errore o una deviazione, un’opportunità. Una chiave, un’altra possibilità di lettura. Quello che sembra diverso può aprire una strada nuova, può diventare persino una via di luce. Questo vale nella musica come nella vita. Attraverso l’ascolto possiamo trasformare ciò che non comprendiamo, ciò che non coincide con le nostre aspettative, in qualcosa che ci arricchisce».

In questi concerti calabresi ha suonato in formazioni diverse. Partiamo dal trio: che cosa cambia nel suo modo di concepire la musica quando ci sono Anders Ulrich al contrabbasso e Gianluca Nanni alla batteria?

«Il trio esalta innanzitutto la dimensione fisica e acustica degli strumenti: il contrabbasso, la batteria, il pianoforte. Si crea una combinazione infinitesimale di frequenze che non è mai identica a se stessa. È un po’ come dire che non si passa mai due volte nello stesso fiume: ogni volta che suoniamo, quelle frequenze si rigenerano e producono qualcosa di diverso».

È questa irripetibilità che rende così particolare l’esperienza dal vivo…

«Assolutamente, sì. La musica, insieme alla danza e al teatro, appartiene a quelle forme d’arte che si rigenerano ogni volta che vengono attraversate. Puoi suonare lo stesso brano, con gli stessi musicisti, e non sarà mai davvero lo stesso brano. Ogni interpretazione è diversa perché diversa è l’interazione che la genera. È una forma d’arte che vive nel presente e si rinnova continuamente nell’interplay tra i musicisti».

L’improvvisazione non è semplicemente una parentesi rispetto alla composizione, ma il luogo in cui la musica torna a nascere?

«Sì, e il trio valorizza moltissimo proprio questo elemento naturale, autentico, acustico. L’improvvisazione e l’interplay permettono alla musica di attraversare mondi diversi: può passare da un’aria d’opera a un omaggio alla musica italiana e internazionale, dalla musica da cinema a un brano del Great American Songbook, fino alle mie composizioni, quelle più conosciute e quelle che fanno parte del mio DNA artistico».

Raphael Gualazzi, cosa succede quando questa formazione si amplia?

«Nel quintetto, al trio si aggiungono l’organo Hammond e la tromba. È una formazione che apre un’altra dimensione sonora, più legata alla tradizione soul e alle sonorità afroamericane. Ho scritto per questi musicisti anche delle linee vocali, perché in questo caso la componente vocale e l’interazione con essa diventano importanti quanto quella strumentale».

È come se ogni formazione avesse una propria grammatica?

«Sì, e proprio per questo mi piace poter declinare lo stesso repertorio in modi differenti. Con il quintetto possiamo trovarci dentro un reggae, in una ballad lentissima sostenuta dai cori, in un brano funk, magari di matrice african funk, oppure in una ballata arpeggiata».

Cambia la formazione, cambia il paesaggio sonoro. Dal trio alla big band, dall’orchestra alle formazioni più intime: quanto la diversa architettura dell’ensemble modifica la sua idea stessa di repertorio?

«Il mio repertorio ha ormai una ventina d’anni di vita, sia dal punto di vista autorale sia come interprete e rivisitatore di brani che appartengono alla mia storia musicale. Poterlo continuamente rileggere attraverso organici diversi significa, in fondo, permettergli di non diventare mai definitivo».

Raphael Gualazzi, quanto la relazione con musicisti e formazioni diverse ridefinisce il suo modo di intendere la musica?

«Molto. Ma anche la mia voce cambia in funzione di quel dialogo. Non la percepisco come un marchio di fabbrica o come una cifra stilistica, piuttosto come un’opportunità musicale. Non mi sono mai considerato un cantante in senso stretto: utilizzo la voce come un’estensione del pianoforte, quasi come un altro elemento della sua sonorità. In un concerto sinfonico, per esempio, posso permettermi di cantare a filo di voce, utilizzare determinati falsetti e valorizzare le sfumature più delicate. Con una big band, invece, può essere necessario un registro più pieno. In altre formazioni la voce si adegua ancora diversamente, fino a diventare a tutti gli effetti uno strumento».

È quasi un cambio di paradigma: non è lo strumento ad accompagnare la voce, ma voce e strumento sembrano appartenere alla stessa materia sonora. Dico bene?

«Sì, credo sia proprio così. C’è un’interazione continua tra le due dimensioni. Non mi piace percepire la musica in senso gerarchico, neppure dal punto di vista estetico. Mi interessa piuttosto che gli elementi entrino in relazione e che ciascuno possa modificare l’altro».

Raphael Gualazzi, ha lavorato con musicisti e sensibilità molto diverse. Cosa deve avere un artista per riuscire ancora a sorprenderla?

«Mi interessa molto di più il percorso del risultato. Trovo affascinante scoprire che determinate sensibilità, presenti nel lavoro di un artista, siano il risultato di un percorso che lo ha portato a confrontarsi con qualcosa di completamente diverso da ciò che poi restituisce artisticamente. È lì che si riconosce una ricerca autentica».

C’è qualcuno che l’ha colpita particolarmente in questo senso?

«Una musicista che mi interessa molto è Daniela Pes. È un’artista sarda e trovo straordinario il lavoro che sta facendo. Ma immagino ci siano moltissimi altri musicisti che ancora non conosco e che spero di incontrare presto».

Nel suo percorso torna spesso la parola “sogno”. Cosa significa oggi, per lei, sognare musicalmente?

«Il sogno offre la possibilità di trascendere e, proprio per questo, di ritrovare il valore dell’attimo presente, guardandolo con occhi nuovi. Non è una fuga dal presente, ma un modo per tornarci con maggiore consapevolezza, con uno sguardo più attento e con quella gratitudine che, credo, dovremmo coltivare in ogni momento».

Qual è il disco che sente di avere ancora dentro, quello che non ha ancora realizzato?

«Non saprei dirlo con precisione. Forse è proprio questo il bello: continuare a non sapere esattamente quale sarà la forma successiva».

Raphael Gualazzi, c’è qualcosa di lei che il pubblico ancora non conosce?

«Probabilmente sì. Ma lo scopriremo domani».

Guardando indietro, c’è una scelta della sua carriera che rifarebbe esattamente allo stesso modo? E ce n’è una che oggi correggerebbe?

«Non rimpiango niente di quello che ho fatto. Credo che tutto sia accaduto come doveva accadere. Anche ciò che mi è piaciuto meno è diventato un’opportunità per capire meglio ciò che mi piace e ciò che non mi piace, e per delineare sempre di più una strada autentica e coerente con il mio percorso».

Torniamo a uno dei luoghi simbolici della sua storia: Sanremo. C’è un’immagine di quei giorni che ancora oggi porta con sé?

«Sì. Ricordo gli occhi lucidi di mio padre quando mi ha abbracciato dopo che avevo vinto tutti i premi possibili di quell’edizione. Per lui fu una soddisfazione enorme. E per me quello è stato il premio più grande».

Raphael Gualazzi, dopo tanti palchi, tanti incontri e tanta strada, c’è un ricordo che custodisce nel cuore?

«Ce ne sono tanti, ma forse i più belli sono proprio quelli più semplici. Ho avuto la fortuna di suonare davanti a 37.000 persone, ma anche di fronte a 200.000 persone, in festival straordinari in tutto il mondo. Eppure, se penso a un momento particolarmente emozionante, torno sempre a un piccolo locale del Vermont, credo si chiamasse “The Black Door”. Ero ospite di un gruppo in cui suonava anche Gabe Jarrett, il figlio di Keith Jarrett. Ricordo che, quando ho iniziato a suonare, a un certo punto ho visto le persone alzarsi e cominciare a ballare. È stato un riconoscimento incredibile».

Dopo questa esperienza calabrese, quali sono i prossimi territori che attraverserà la sua musica?

«Sto terminando alcune colonne sonore e ne ho ricevute altre. E poi c’è un nuovo progetto discografico, di cui per il momento non posso anticipare molto, ma che nei prossimi sei mesi inizierà sicuramente a prendere forma. Continuerà anche il dialogo con il cinema, ma sempre più con l’animazione e con le arti visive. Di recente è proseguita la collaborazione con la Scuola del Libro di Urbino, storico istituto d’arte, nata in occasione del centenario della scuola. Gli allievi hanno realizzato un’animazione sul mio brano French Cartoon, partendo da un soggetto che avevo affidato loro e sviluppandolo poi attraverso il loro linguaggio. È stata una vera simbiosi artistica, ed è un’esperienza che vorrei continuare a coltivare».

Cosa la affascina, in particolare, di questa contaminazione tra linguaggi diversi?

«La possibilità che un’arte riesca, in qualche modo, a togliere la parola all’altra e, nello stesso tempo, a restituirle qualcosa che da sola non riuscirebbe a dire. È proprio lì che nasce qualcosa di nuovo: le due arti si incontrano e arrivano insieme in un territorio ancora più sconosciuto, e per questo più interessante».

Raphael Gualazzi, qual è il suo sogno nel cassetto?

«È molto semplice: poter continuare a fare questo meraviglioso lavoro ogni mattina, con la stessa passione e con una curiosità sempre più grande. Per me la musica è un privilegio immenso».

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Raphael Gualazzi in Calabria: «È stato un grande onore esibirmi davanti a un pubblico così sensibile»

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