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Rachel Bespaloff e María Zambrano. Dalle ierofanie al superamento del tragico

Rachel Bespaloff e María Zambrano. Dalle ierofanie al superamento del tragico

Copertina : sx Rachel Bespaloff- María Zambrano

di Pierfranco Bruni


Come si vive nel tragico? Anzi, come lo si ascolta, come lo si attraversa, come si intreccia tra l’esilio e l’attesa? Mi camminano accanto due nomi. Ma è un solo cammino.
Rachel Bespaloff (1895-1949). María Zambrano (1904-1991). Due pilastri del pensiero occidentale del Novecento. Due donne che hanno fatto della filosofia uno scavo nel tempo. Non hanno fondato scuole. Hanno abitato l’esilio. E nell’esilio hanno trovato la forma più alta della luce: quella che nasce dalle macerie. Bespaloff e Zambrano non si incontrarono. Si corrispondono. La prima oppone al sistema il frammento. La seconda oppone alla ragione astratta la ragione poetica. Entrambe superano il tragico senza negarlo.
In Rachel Bespaloff il tracciato profondo è fatto da Agostino e Montaigne. Due riferimenti che tengono insieme tutto. Agostino e Montaigne costruiscono l’impalcatura. Da Agostino prende la confessione come metodo. Il tempo come lacerazione interiore. L’hic et nunc come luogo nel quale Dio parla. Da Montaigne prende il saggio come prova. L’io che si interroga senza sistema. La libertà come esercizio quotidiano. Tra i due si costruisce un’unità esemplare. Oltre la decadenza. Non si tratta di fuga. Bensì di un attraversamento.
Bespaloff legge la guerra. Legge la distruzione. E non risponde con l’ideologia. Risponde con l’ascolto. Il suo libro sull’Iliade è centrale. Omero non è un mito rassicurante. È un mito che mostra il conflitto. È la forza che schiaccia, è Achille che sceglie la morte breve, è Ettore che muore sapendo. Bespaloff chiama questo «ierofania dell’ascolto». Tra l’istante e la libertà si apre un varco. L’istante è ciò che brucia. La libertà è ciò che decide come stare nel bruciare. Per lei la filosofia non deve spiegare la tragedia. Deve starle accanto. Con parole brevi. Con una musica interiore. Il tutto è un vissuto che tocca il cuore e l’anima dentro la parola del pensiero filosofico.
In María Zambrano ci sono intrecci di ierofanie che fanno i conti con la filosofia. Agostino, Seneca, Unamuno, Ortega y Gasset, Machado sono la dimensione di una metafisica che supera ogni realtà devastante nel pensiero. In María Zambrano Agostino è ancora fondamento. Ma il cammino si allarga. Attraverso Seneca la stoicità si fa misura dell’anima. Attraverso Unamuno si vive il sentimento tragico della vita, Dio come fame. Attraverso Ortega y Gasset si ascoltano la ragione vitale e la circostanza. Attraverso Machado si incontra il poeta come pensatore. Ovvero la parola come cammino.
Zambrano costruisce la «ragione poetica». Non è irrazionalismo. È la ragione che sa tacere. Che sa ascoltare. Il tempo e il destino sono per lei assi portanti. Ma non sono categorie. Sono esperienza. Il tempo è ciò che ci separa e ci unisce. Il destino è ciò che ci chiama per nome. Anche Zambrano vive l’esilio. Spagna, Francia, America Latina. L’esilio non è biografia. È struttura del pensiero. Abita l’esilio come «ierofania dell’attesa». L’attesa non è passività. È disponibilità. È ascoltare gli dei senza pretendere una risposta immediata. Per Zambrano il mito non è passato. È un linguaggio originario. Vivere nell’ascolto degli dei significa riconoscere che l’uomo non possiede il senso. Lo riceve. È fondamentale.
L’esilio e il tragico sono condizioni dell’esistenza. Sono consapevolezza dell’esistere. Bespaloff fugge dall’Europa nazista. Zambrano fugge dal franchismo. Due esili diversi ma comparabili. Una sola conseguenza, importante e significante: la filosofia diventa superamento del tragico. Non negazione del tragico. Superamento.
Il tragico sembra dire che l’uomo è diviso. L’esilio invece sembra rispondere che, nonostante tutto, può stare in piedi. Entrambe rifiutano la certezza sistematica. Entrambe rifiutano la filosofia come potere. La loro certezza è altra. È la luce salvatrice. Non una metafisica astratta. Una luce che si fa gesto, lettura, attesa. Bespaloff trova la luce in Omero, che nomina la morte senza retorica. Zambrano trova la luce in Machado, che cammina senza meta ma con una direzione. Ci sono tre visioni, ma non un solo immaginario: il tempo, il mito, la libertà.
Allora parto da questi elementi che diventano archetipi della sapienza. In Bespaloff il tempo è istante. L’istante è taglio. È decisione. È Iliade. In Zambrano il tempo è durata. È attesa. È sogno. È cammino. In Bespaloff il mito è conflitto. La forza contro la pietà. In Zambrano il mito è origine. La voce che precede la logica. In Bespaloff la libertà è scelta nell’istante. In Zambrano la libertà è fedeltà all’attesa. Sono due grammatiche e un solo verbo: ascoltare.
È certo, comunque, che ci si trova di fronte a una filosofia contro il sistema. Bespaloff e Zambrano scrivono contro Sartre e contro la filosofia della storia. Non vogliono costruire mondi. Vogliono abitarli. Non vogliono spiegare il nulla. Vogliono nominare la luce.
Bespaloff lo fa con la sobrietà tipica della filosofia-letteratura francese. Frasi brevi. Taglio. Zambrano, invece, con un respiro spagnolo. Frasi lunghe. Onda. Ma entrambe dicono la stessa cosa: la filosofia deve farsi poesia per non mentire.
Ci sono eredità profonde. Rileggerle è necessario. Perché viviamo in un tempo di macerie. Bespaloff ci insegna a leggere Omero senza falsi eroismi. A stare nell’istante senza fuggire. Zambrano ci insegna a stare nell’attesa senza disperare. A parlare con gli dei senza idolatria. Con pazienza. Sono, in fondo, due donne che vivono due esili. O meglio, due pensieri. Bespaloff muore nel 1949, a cinquantaquattro anni. Lascia frammenti che bruciano. Zambrano muore nel 1991, a ottantasette anni. Lascia un cammino che continua.
Rachel Bespaloff e María Zambrano non offrono sistemi. Offrono una presenza costante all’interno di un pensiero forte. La loro filosofia è scavo nel tempo. È attraversamento del tragico. È certezza di luce in mezzo alle rovine. Una luce che non abbaglia. Ma illumina. E nell’illuminare si ascolta che l’uomo non è padrone. È ascoltatore degli istanti, dell’attesa e degli dei. Gli dei che sembrano eternità. Ma entrambe fanno i conti con il tempo.
Agostino è un cerchio, ma anche un infinito. Anzi, è una perpetua confessione che ha bisogno di una città nella quale, alla fine, Dio è la voce più autentica. Quella Città di Dio sa accogliere, in un solo tratto, Seneca e Montaigne. Non un’epistemologica sensazione, ma un’ermeneutica dell’emozione e delle percezioni tra il mito e il tempo.

Pierfranco Bruni


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