Quando Joshua Wong avvertiva che con la Cina niente è gratis
- Postato il 4 settembre 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Joshua Wong doveva tornare libero a gennaio. Ora rischia di trascorrere molti altri anni in carcere. Ma per capire perché il nuovo procedimento contro uno dei volti più riconoscibili del movimento democratico di Hong Kong abbia un significato che va oltre il suo destino personale bisogna tornare indietro di qualche anno. E, per una volta, anche in Italia.
Mercoledì Wong, oggi 29enne, si è dichiarato colpevole davanti all’Alta Corte di Hong Kong dell’accusa di cospirazione e collusione con forze straniere, il secondo procedimento a suo carico ai sensi della National Security Law imposta da Pechino nel 2020. La sentenza arriverà più avanti. L’accusa può comportare una pena da tre a dieci anni e, nei casi considerati più gravi, fino all’ergastolo. Wong sta già scontando quattro anni e otto mesi per sovversione nel cosiddetto caso degli “Hong Kong 47”.
Il cuore della nuova vicenda giudiziaria è particolarmente significativo. I procuratori sostengono che Wong, insieme, tra gli altri, all’attivista oggi in esilio Nathan Law, abbia cercato di convincere governi stranieri a imporre sanzioni e altre misure contro Hong Kong e la Cina. È precisamente quella strategia di internazionalizzazione della battaglia per Hong Kong che Wong perseguiva apertamente negli anni delle grandi proteste.
Ed è qui che la storia incrocia direttamente l’Italia.
Nel novembre 2019, Wong aveva spiegato la sua situazione e quella del suo Paese parlando dalla sala stampa del Senato, al quale partecipò in videocollegamento dopo che le autorità di Hong Kong gli avevano impedito di partire. L’incontro era stato organizzato su iniziativa del Partito Radicale e di Fratelli d’Italia. Al tavolo sedevano, tra gli altri, Adolfo Urso — allora senatore di opposizione e vicepresidente del Copasir, oggi ministro delle Imprese e del Made in Italy — e l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata. Erano presenti parlamentari di maggioranza e opposizione.
Il messaggio portato da Wong a Roma appare oggi quasi come un documento di un’altra epoca. L’Italia era appena diventata il primo Paese del G7 ad aderire alla Belt and Road Initiative e Wong contestava apertamente la linea di non ingerenza del governo italiano di allora. “Non esistono pranzi gratis”, avvertiva. Roma, sosteneva, non avrebbe dovuto dipendere eccessivamente dagli interessi economici cinesi e avrebbe dovuto riconsiderare i rapporti economici con Pechino, seguendo anche l’esempio americano nella risposta alle violazioni dei diritti a Hong Kong.
Sette anni dopo, il cortocircuito è evidente: il tentativo di portare la questione di Hong Kong nelle istituzioni e nelle capitali straniere — Washington, ma anche Roma e altre capitali occidentali — è al centro dell’ultimo procedimento che potrebbe prolungare notevolmente la detenzione di Wong.
Anche l’Italia, nel frattempo, è cambiata. Fratelli d’Italia, che allora contribuiva a portare Wong al Senato dall’opposizione, oggi guida il governo. E Roma non fa più parte della Belt and Road Initiative. Quella discussione del 2019 appartiene quindi non soltanto alla storia di Wong, ma anche a una fase ormai superata del rapporto italiano con la Cina.
Una previsione diventata realtà
Formiche ha seguito quella parabola negli anni, dagli appelli rivolti all’Italia agli arresti, dalla stretta sulla partecipazione politica fino all’imposizione della National Security Law. E nell’archivio della testata c’è una frase che, riletta oggi, assume un peso particolare.
Nel giugno 2020, mentre Pechino si preparava a imporre la nuova legge, Wong avvertiva: “Sono convinto che ogni parola che pronuncio oggi potrebbe essere la prova di un crimine nell’aula di un tribunale cinese nel prossimo futuro”. Formiche riportò quelle parole pochi mesi dopo, raccontando uno dei suoi arresti.
La previsione era più precisa di quanto forse persino Wong potesse immaginare. La National Security Law ha segnato lo spartiacque della storia recente di Hong Kong. Pechino e il governo locale sostengono che la legislazione abbia restituito stabilità alla città dopo le proteste, talvolta violente, del 2019. Per i suoi critici, invece, la legge ha fornito gli strumenti per smantellare progressivamente l’ecosistema politico che aveva reso possibile il movimento democratico. Partiti e organizzazioni della società civile si sono sciolti, media indipendenti hanno chiuso, mentre molti dei protagonisti dell’opposizione sono finiti in carcere o hanno lasciato Hong Kong.
Wong concentra questa trasformazione nella propria biografia. Aveva appena 15 anni quando, nel 2012, divenne uno dei protagonisti delle proteste studentesche contro il progetto di introdurre l’educazione nazionale cinese nelle scuole. Due anni dopo fu uno dei volti dell’Umbrella Movement. Nel 2016 contribuì a fondare Demosisto e tentò poi di trasformare la mobilitazione di piazza in partecipazione politica istituzionale. Le sue candidature furono bloccate; Demosisto si sciolse poche ore dopo l’approvazione della National Security Law; Wong finì in carcere. Nathan Law, suo compagno di battaglie politiche, è oggi in esilio e ricercato dalle autorità di Hong Kong.
Il secondo processo per sicurezza nazionale chiude così, almeno simbolicamente, un cerchio. Il ragazzo che cercava di convincere parlamentari e governi stranieri a interessarsi del futuro di Hong Kong è oggi perseguito proprio per avere trasformato quella richiesta di attenzione internazionale in azione politica.
Quando parlò al Senato italiano nel 2019, Wong disse che denunciare ciò che stava accadendo a Hong Kong “dentro le mura delle istituzioni italiane” aveva un significato particolare. Oggi quelle mura sono anche una piccola parte della storia per la quale rischia di rimanere in carcere molto oltre il prossimo gennaio.