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“Prenderei a martellate i telefonini quando mi chiedono le canzoni sui display, è frustrante essere trattato come un juxebox. I tronisti DJ? Sono fuochi d’artificio”: così Cristian Marchi

  • Postato il 29 maggio 2026
  • Musica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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  • 7 min di lettura
“Prenderei a martellate i telefonini quando mi chiedono le canzoni sui display, è frustrante essere trattato come un juxebox. I tronisti DJ? Sono fuochi d’artificio”: così Cristian Marchi

A 50 anni appena compiuti, Cristian Marchi continua a guardare avanti senza nostalgia, forte di una carriera costruita tra club di tutto il mondo e hit che hanno segnato la dance italiana, come quella “Love Sex American Express” del 2008 che i suoi fedelissimi ancora oggi aspettano a ogni set per coronare la serata, “come fosse l’Ave Maria in chiesa”. Il DJ e produttore mantovano è tornato con “Amore Tonight”, nuovo singolo che celebra l’energia della notte e quegli incontri capaci di far sparire, per un istante, tutto il resto. A FqMagazine Marchi parla anche del confine sempre più sfumato tra DJ e personaggio nell’era degli influencer, e della pista da ballo che cambia pelle con nuove abitudini come il soft clubbing, senza però perdere la sua funzione più autentica: creare connessione.

Hai festeggiato il traguardo dei 50 anni o lo hai fatto passare in sordina?
Preferisco festeggiare i compleanni degli altri, ma condivido con grande orgoglio il fatto che gli anni passano e sono sempre sul pezzo.

Com’è invecchiare in un mondo come quello del clubbing che vive di continua novità?
Dipende da come vivi la vita e quali obiettivi ti sei prefissato. Io voglio continuare a fare quello che mi piace. Fino a quando avrò presenza scenica farò il DJ anche nei club, poi andrò avanti come produttore. C’è un tempo per tutto, non voglio arrivare a farmi compatire dal pubblico.

Ti riferisci a qualche collega?
Quando vedo alcuni colleghi molto più avanti d’età di me mi viene un velo di tristezza perché capisco che è una forzatura e potrebbero risparmiarsi certe scene. Hanno lavorato una vita intera e potrebbero tranquillamente fare altro, soprattutto se hanno acquisito certe competenze.

Come hai iniziato la carriera da DJ?
Ho cominciato in una radio locale della provincia di Mantova, trasmettevo in diretta il giovedì sera e il sabato pomeriggio. Poco dopo mi è stato chiesto di aprire una serata in un club dove suonava un DJ resident molto bravo. Avevo 14 anni, non ci volevano credere.

Sei stato decisamente precoce.
A casa mia si ascoltava tanta musica, e dalla radio riuscivo a fare dei tagli sulle canzoni con il duplicatore di cassette. Mi piaceva il risultato di quel collage. A casa di un amico che aveva il giradischi ho capito che amavo mettere musica e negli anni mi sono reso conto che dietro c’è anche una motivazione psicologica più profonda.

Quale?
Il DJ non è semplicemente una figura che si limita a mettere dischi, ma ha il grande potere di guidare le masse e cambiare l’umore della gente. Quando oggi mi chiedono che lavoro faccio, rispondo: “Vendo momenti di felicità alle persone”.

In famiglia che si diceva di questa tua passione?
Non mi hanno mai supportato, anzi mi hanno sempre demotivato perché il DJ veniva visto come un orchestrale fallito.

Quale futuro speravano per te?
La mia è una famiglia di grandi lavoratori, ma nessuno ha mai fatto l’imprenditore. Erano tutti idraulici, elettricisti, muratori. Speravano che anche io facessi un lavoro “normale”, da artigiano. Io stesso dai 15 ai 20 anni sono stato elettricista di giorno, la sera andavo in radio e di notte facevo il DJ.

Ti ricordi come hai speso i primi guadagni ottenuti con la musica?
In dischi e in una consolle di altissimo livello. È vero quando si dice che artisti e DJ hanno cachet importanti, ma è anche vero che chi fa questo lavoro con grande passione come me e vuole continuamente crescere, ha investimenti direttamente proporzionali alle entrate. All’epoca spendevo quasi un milione e mezzo di lire in dischi.

Fare il DJ vuol dire vivere di notte. Ti ha cambiato in qualche modo e ti ha tolto qualcosa?
Spero non mi abbia tolto la salute (scherza, ndr). In realtà non mi ha tolto niente, anzi mi ha dato la possibilità di conoscere gente bellissima, ma anche un sacco di “scappati di casa” perché mamma discoteca dà da mangiare a tutti. Sono felice di come sia riuscito a percorrere questa strada nel modo più sano possibile.

Spesso si parla di un ambiente segnato dagli eccessi.
Quelli non riguardano solo il mondo della notte, ma anche le realtà di grandi professionisti come notai, avvocati, dottori… In 35 anni di carriera non mi sono mai drogato e neanche ubriacato. Conduco una vita da atleta, vivo a dieta e mi alleno.

Qual è stato il DJ set più assurdo della tua carriera?
Ricordo un boat party pazzesco a Sydney. C’era gente talmente ubriaca che si buttava in mare. In settimana gli australiani sono precisi, impeccabili, li vedevo andare in palestra, ma nel weekend si devastano.

Che cosa pensi dei tanti eventi che puntano sulla nostalgia degli anni ’90 e dei primi Duemila? Perché non riusciamo a lasciarli andare?
Fanno parte della nostra comfort zone. Molte volte abbiamo bisogno di sentirci dire le stesse cose per tornare a quel periodo in cui eravamo più spensierati. È musica che ci fa star bene, perché privarsene? Io personalmente cerco di guardare avanti, ma nei miei set non suono solo musica nuova nuova, metto anche pezzi vecchi – magari remixati – poiché la gente risponde sempre molto bene. Sono dei cavalli di battaglia, in fondo.

Anche perché se non suonassi “Love Sex American Express” ti si rivolterebbero contro.
In ogni serata, appena salgo in consolle, ancor prima di iniziare, ho almeno tre persone che mi mostrano sul telefonino, con quei display che prenderei volentieri a martellate, la scritta: “Metti Love Sex American Express”. È veramente frustrante. Da una parte quella canzone è il mio passepartout, dall’altra è un’arma a doppio taglio.

Ti dà fastidio essere “costretto” a suonarla?
No, l’adoro e chiaramente mi ha cambiato la vita. Sono felicissimo di suonarla anche in versioni sempre aggiornate, peròmi infastidisce quando il pubblico mi si approccia come se fossi un jukebox.

Che cosa pensi invece di influencer e tronisti DJ? Non c’è il rischio che passi il messaggio che chiunque può fare questo lavoro?
In realtà non serve un patentino per fare il DJ, come non serve per parlare sui social. Oggi tutti cercano una community a cui vendere il proprio personaggio, e le serate sono la cosa che permette un po’ a tutti di monetizzare. Mi dà fastidio quando si associa il termine DJ a persone che con la musica non hanno nulla a che fare, ma è anche vero che molti sono come fuochi d’artificio: qualche secondo e spariscono.

Oggi conta di più la musica o il personaggio?
Voglio essere un sognatore e dico la musica, dato che mi ha sempre ripagato. In altri casi conta di più il personaggio, perché sui social ci sono persone che sono diventate delle macchiette e si sa che la gente tende a seguire i “casi umani”.

Il soft clubbing, fatto di meno eccessi e più benessere, è solo una moda o rappresenta una vera svolta?
Funziona, è un modo di divertirsi diverso rispetto alla notte, e le persone hanno un altro tipo di energia. Il soft clubbing però va regolamentato allo stesso modo di discoteche e locali notturni per quel che riguarda autorizzazioni e dintorni. E poi, diciamoci la verità, il buio rende tutto più sexy. Di giorno si vede se non ci si è fatti i baffetti o non si sono depilate le braccia (ride, ndr).

Madonna è tornata dopo 20 anni alla dance, nei giorni scorsi Charli xcx ha dichiarato che il dancefloor è morto. Tu che momento vedi per la scena dei club?
La scena dance non muore mai, ha subìto delle mutazioni come tutti gli ambienti a causa della socialità digitale, ma credo fortemente che in un mondo così connesso come quello di oggi la connessione più importante sia ancora quella umana. La musica unisce. Poche altre cose hanno questo potere.

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