Portella della Ginestra oggi: quando il lavoro faceva paura al potere
- Postato il 1 maggio 2026
- Attualità
- Di Paese Italia Press
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di Francesco Mazzarella
Portella della Ginestra oggi: quando il lavoro faceva paura al potere
A 79 anni dalla strage del 1° maggio 1947, Portella non è solo memoria: è una domanda ancora aperta sulla giustizia sociale, sul ruolo della mafia, sui poteri rimasti nell’ombra e sulla libertà di un popolo che voleva terra, dignità e futuro.
Portella della Ginestra non è soltanto un luogo della memoria. È una ferita ancora aperta nella storia democratica italiana. Il 1° maggio 1947, in quella vallata tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato, migliaia di contadini, lavoratori, donne, uomini e bambini si erano riuniti per celebrare la festa del lavoro e rivendicare terra, pane, diritti, dignità.
Non erano lì per fare guerra.
Erano lì per dire che la miseria non poteva più essere destino.
Che il latifondo non poteva continuare a essere legge non scritta.
Che il lavoro non poteva restare sottomissione.
Che la terra, per chi la lavorava, non era solo proprietà: era vita.
Contro quella folla furono esplosi colpi di arma da fuoco. A sparare furono gli uomini della banda di Salvatore Giuliano, detto Turiddu, il bandito di Montelepre: una figura ambigua, controversa, costruita nel tempo tra mito popolare, violenza criminale, separatismo siciliano e rapporti opachi con pezzi di potere.
La strage provocò undici morti e numerosi feriti; secondo la ricostruzione storica e giudiziaria, avvenne pochi giorni dopo le elezioni regionali siciliane del 20 aprile 1947, nelle quali il Blocco del Popolo, formato da socialisti e comunisti, aveva ottenuto un risultato molto forte nell’isola.
Ma Portella non si può leggere solo guardando il dito che premette il grilletto.
chi aveva interesse a far sparare su quei contadini?
Perché Giuliano e la sua banda furono gli esecutori materiali, ma attorno a quella strage si muoveva un sistema più largo, più oscuro, più inquietante. Un sistema nel quale la mafia rurale, i grandi interessi agrari, ambienti politici conservatori e forze reazionarie trovarono una convergenza di interessi: fermare il movimento contadino, intimidire la sinistra sociale, impedire che il Sud povero e bracciantile diventasse soggetto politico.
Dentro questa trama di sangue il nome di Salvatore Giuliano resta centrale, ma non basta. Accanto a lui operarono uomini della sua banda come Gaspare Pisciotta, suo cugino e braccio destro, e altri componenti condannati nel processo di Viterbo: Antonino Terranova, Frank Mannino, Francesco Pisciotta, Antonino Cucinella, Giuseppe Cucinella, Nunzio Badalamenti, Pasquale Sciortino, Francesco Gaglio, Angelo Russo, Giovanni Genovese, Giuseppe Genovese, Vincenzo Pisciotta e Salvatore Passatempo.
La sentenza del 1952 individuò nella banda Giuliano la responsabilità della strage di Portella e degli assalti successivi alle Camere del Lavoro.
Ma ridurre Portella alla sola banda Giuliano significa fermarsi alla superficie visibile della tragedia. Già nei documenti immediatamente successivi alla strage emerse l’ipotesi di una realtà più ampia: un documento dell’Archivio Centrale dello Stato parlava di “organizzazione mandanti”, di “centri appoggiati mafia” e di uno “sfondo politico”. È una formula pesante, perché racconta che l’ombra mafiosa e politica non fu un’aggiunta successiva della memoria, ma una pista presente fin dall’inizio.
In quel territorio il potere mafioso non era un’entità astratta. Aveva volti, famiglie, relazioni, campagne, feudi, protezioni. Aveva un linguaggio preciso: il controllo della terra. Aveva un metodo: trasformare il bisogno in obbedienza. Aveva una funzione: garantire che l’ordine sociale dei latifondi, dei gabellotti e dei notabili non venisse scardinato dalla fame di giustizia dei contadini.
Tra i nomi che ricorrono nelle ricostruzioni storiche sul potere mafioso dell’area vi è quello di Francesco “Ciccio” Cuccia, boss mafioso di Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi, già sindaco e figura simbolica di quella mafia rurale capace di muoversi tra territorio, consenso, intimidazione e interessi agrari.
Cuccia rappresenta bene un punto decisivo: la mafia non era soltanto criminalità armata, ma struttura di potere locale, capace di controllare lavoro, terra, mediazione sociale e paura.
Si trattava di governare il territorio.
La mafia di quella stagione sapeva che la richiesta di giustizia sociale era pericolosa. Perché un popolo che si organizza è meno ricattabile. Un contadino che prende coscienza dei propri diritti non si piega più facilmente al gabelloto, al padrino, al notabile, al politico che promette protezione in cambio di obbedienza.
La riforma agraria non minacciava soltanto i grandi proprietari: minacciava un’intera architettura di dominio fondata sulla paura, sulla dipendenza e sul silenzio.
Ecco perché Portella non fu soltanto una strage contro i lavoratori. Fu una strage contro la speranza.
Fu un messaggio.
Un messaggio contro i poveri che alzavano la testa.
Contro i contadini che non accettavano più il latifondo come destino.
Contro un Sud che provava a diventare soggetto politico.
Contro il lavoro quando smette di essere fatica muta e diventa coscienza collettiva.
Nel primo avvio delle indagini furono denunciati anche quattro mafiosi di San Giuseppe Jato: Giuseppe Troia, Salvatore Romano, Elia Marino e Pietro Grigoli, riconosciuti da alcuni testimoni oculari, ma poi prosciolti in istruttoria perché le testimonianze non furono ritenute sufficientemente attendibili.
Questo passaggio va raccontato con precisione: non stabilisce una loro colpevolezza giudiziaria, ma mostra quanto fin dall’inizio l’ipotesi mafiosa fosse presente nelle indagini.
Il nodo dei mandanti, invece, rimase il grande buco nero di Portella.
Durante il processo, Gaspare Pisciotta accusò figure politiche di primo piano, tra cui i monarchici Giovanni Alliata di Montereale, Tommaso Leone Marchesano e Giacomo Cusumano Geloso, e chiamò in causa anche Bernardo Mattarella, Mario Scelba ed Ettore Messana, ispettore generale di Pubblica Sicurezza.
Quelle accuse furono dichiarate infondate dalla Corte d’Assise di Viterbo, anche perché Pisciotta fornì versioni diverse e contraddittorie. Ma il fatto che quei nomi siano entrati nel processo racconta il clima di sospetto, opacità e intreccio tra banditismo, politica e apparati che accompagnò l’intera vicenda.
Qui bisogna essere chiari: la verità giudiziaria condannò la banda Giuliano. Non condannò mandanti politici esterni. Ma la verità storica continua a interrogare il Paese su ciò che rimase fuori dall’aula: le coperture, le convenienze, le protezioni, il rapporto tra mafia e potere agrario, il contesto politico del dopoguerra, la paura delle classi dirigenti davanti all’avanzata del movimento contadino.
Portella, infatti, appartiene a quella lunga storia italiana in cui il sangue dei più deboli viene spesso versato da mani visibili, mentre le responsabilità più alte restano avvolte nella nebbia.
Salvatore Giuliano, in questa storia, appare come una figura utile e sacrificabile. Utile perché capace di agire con ferocia sul territorio. Utile perché già immerso in una zona grigia fatta di illegalità, protezioni, legami e ambiguità. Sacrificabile perché, dopo aver servito interessi più grandi di lui, poteva essere isolato, trasformato nel volto unico della colpa, ridotto a spiegazione comoda di una vicenda molto più complessa.
E la mafia? La mafia non fu semplice contorno criminale. Fu parte di un sistema di controllo. Fu garanzia violenta di un ordine antico. Fu il braccio sporco di un mondo che non voleva perdere privilegi.
Per questo Portella della Ginestra resta una strage politico-mafiosa non soltanto per i colpi sparati, ma per il messaggio che quei colpi portarono: fermare i contadini, colpire la sinistra sociale, difendere il latifondo, intimidire chi chiedeva terra e dignità.
Portella ci dice che quando il lavoro diventa coscienza, il potere si innervosisce. Quando i poveri smettono di chiedere favori e iniziano a chiedere giustizia, qualcuno prova sempre a rimetterli al loro posto. Ieri con le armi. Oggi, spesso, con altri strumenti: precarietà, ricatto occupazionale, solitudine sociale, disinformazione, clientelismo, dipendenza economica.
Per questo Portella della Ginestra parla ancora.
Parla a un’Italia in cui il lavoro è spesso precario, povero, intermittente, umiliato.
Parla ai giovani costretti a partire.
Parla ai braccianti sfruttati.
Parla ai lavoratori invisibili.
Parla alle famiglie che non riescono più a vivere con uno stipendio.
Parla a ogni Sud lasciato ai margini e poi accusato di non correre abbastanza.
La mafia di oggi forse non ha sempre bisogno di sparare in una vallata. A volte le basta entrare negli appalti, nei servizi, nella sanità, nei rifiuti, nelle cooperative, nel bisogno di lavoro. A volte le basta offrire una scorciatoia dove lo Stato arriva tardi. A volte le basta trasformare la dignità in concessione.
E allora Portella non è un monumento fermo. È una lente.
chi controlla oggi il lavoro?
Chi decide chi deve avere possibilità e chi deve restare escluso? Chi guadagna dalla povertà? Chi si arricchisce quando i diritti diventano favori? Chi ha ancora paura di una comunità che si mette insieme?
La strage di Portella della Ginestra ci ricorda che la democrazia non muore solo nei palazzi. Può essere ferita anche in una valle, davanti a un popolo in festa. Può essere colpita quando chi chiede pane viene trattato come nemico. Può essere tradita quando la politica non protegge i deboli, ma si piega agli interessi dei forti.
Ecco perché i nomi non vanno rimossi. Salvatore Giuliano, Gaspare Pisciotta, gli uomini della banda, i mafiosi indicati nelle prime indagini e poi prosciolti, i boss rurali come Ciccio Cuccia, i notabili accusati ma non condannati: tutti questi nomi, con responsabilità diverse e piani diversi, ci aiutano a capire che Portella non fu il gesto folle di un bandito isolato.
Fu l’esplosione sanguinosa di un sistema che vedeva nei contadini organizzati una minaccia.
Un sistema fatto di lupara e salotti.
Di montagne e palazzi.
Di latifondo e politica.
Di mafia e paura.
Di silenzi e convenienze.
Per questo il 1° maggio non può essere soltanto una ricorrenza. Deve tornare a essere una domanda viva sul senso del lavoro, della giustizia e della partecipazione.
Perché quei contadini non chiedevano privilegi. Chiedevano futuro.
E forse il modo più vero per onorare i morti di Portella non è soltanto deporre una corona, ma impedire che il lavoro torni a essere ricatto. Impedire che la mafia continui a nutrirsi di abbandono. Impedire che i poveri vengano ricordati solo quando sono vittime e dimenticati quando chiedono diritti.
Portella della Ginestra non appartiene solo ai libri di storia.
Appartiene a ogni lavoratore che ancora oggi chiede rispetto.
A ogni giovane che non vuole emigrare per esistere.
A ogni donna e uomo che non accetta di essere invisibile.
A ogni comunità che sceglie di non restare in silenzio.
A ogni cittadino che sa che la memoria non serve a commuoversi, ma a prendere posizione.
Perché Portella ci consegna una verità semplice e terribile: quando il popolo diventa comunità, il potere ingiusto trema.
E finché ci saranno lavoro umiliato, territori abbandonati, mafie travestite da normalità e diritti trasformati in favori, Portella continuerà a parlare.
Ma dal cuore ferito del nostro presente.
Ricostruzioni storiche e giudiziarie sulla strage di Portella della Ginestra; sentenza del processo di Viterbo del 1952; documentazione dell’Archivio Centrale dello Stato; fonti enciclopediche e storiche sul ruolo della banda Giuliano e sul contesto politico-mafioso dell’epoca.
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