Più irregolari, più sfruttamento. Borgo Mezzanone non si supera con nuovi ghetti

  • Postato il 18 marzo 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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di Yvan Sagnet e Simona Moscarelli

Borgo Mezzanone non è solo un luogo di degrado. È il punto in cui si concentrano alcune delle contraddizioni più dure dell’agricoltura italiana: lavoro povero, documenti fragili, case introvabili, trasporti insufficienti, sfruttamento.

Attorno all’ex CARA, e soprattutto lungo la pista, si è formata negli anni una realtà molto più ampia di un semplice centro per richiedenti asilo. Oggi lì vivono lavoratori agricoli, richiedenti asilo, ex richiedenti, persone con permessi precari e persone senza permesso. La condizione materiale è sotto gli occhi di tutti: baracche, rifugi di fortuna, servizi carenti, rifiuti, collegamenti difficili, isolamento. Non è solo povertà. È una segregazione che si è consolidata nel tempo.

Negli ultimi anni, su Borgo Mezzanone, non sono mancati fondi e interventi. Nel 2017 la Prefettura di Foggia ha bandito la gestione del CARA per oltre 33,2 milioni di euro. Nel 2024 è stata pubblicata l’aggiudicazione di oltre 3 milioni di euro per la gestione di un centro da 80 posti. In questi giorni la Regione Puglia ha presentato un progetto da più di 13 milioni di euro per riconvertire una parte dell’area in foresteria per 324 lavoratori regolarmente soggiornanti impiegati nelle filiere agricole. A queste cifre si aggiungono altri lavori e interventi messi in campo negli anni.

Il punto, quindi, non è dire che non si sia fatto nulla. Il punto è che, nonostante i soldi spesi e i progetti annunciati, la pista è ancora lì. E questo dovrebbe bastare a capire che il problema non è solo costruire nuovi posti o sistemare edifici esistenti.

Borgo Mezzanone non è soltanto una questione di alloggio o di ordine pubblico. È anche un problema di lavoro, documenti, trasporti, accesso alla casa, residenza e servizi. Il nodo vero è far funzionare insieme tutti questi livelli. Quando questo raccordo non tiene, il sistema informale continua a occupare lo spazio che resta scoperto. Manca infatti un sistema capace di far incontrare in modo rapido e trasparente domanda e offerta di lavoro agricolo. E manca anche un coordinamento stabile tra imprese, centri per l’impiego, istituzioni, servizi territoriali, trasporti e politiche abitative: quando questo meccanismo non funziona, a organizzare il lavoro resta il caporale.

Ed è per questo che il caporale continua a svolgere, in modo illegale e opaco, funzioni che il sistema regolare non riesce ancora a garantire in modo semplice e immediato: trovare manodopera in fretta, organizzare gli spostamenti verso i campi, mettere in contatto chi cerca braccia e chi cerca lavoro.

Purtroppo anche nell’ultimo progetto c’è un limite evidente. Anche se si costruiscono 324 posti, la pista non si svuota. I numeri non tornano e i requisiti escludono una parte rilevante di chi ci vive. Il risultato più probabile è che una minoranza entri nella struttura, mentre la maggior parte resti fuori. Il progetto regionale è infatti destinato a lavoratori regolarmente soggiornanti, mentre la pista è un insediamento dove vivono anche migliaia di persone che non hanno una posizione stabile.

Ed è qui che si tocca con mano come la politica abbia prodotto un effetto preciso: il decreto Cutro, convertito nella legge 50 del 2023, ha ristretto le ipotesi di protezione speciale e quindi gli spazi della regolarità per persone già presenti in Italia. In un contesto come Borgo Mezzanone questo significa più persone sospese tra permessi fragili, rinnovi incerti e rischio di cadere nell’irregolarità. E più irregolarità significa anche più sfruttamento. Chi non ha un titolo stabile di soggiorno non può affittare una casa, avere una residenza, accedere ai servizi e muoversi nei canali regolari del lavoro. Così cresce la dipendenza dai circuiti informali e si allarga il bacino di manodopera a bassissimo costo.

E allora una domanda nasce spontanea: in un’agricoltura sotto pressione, schiacciata da margini ridotti e costi sempre più difficili da sostenere, quanto pesa la disponibilità di una manodopera irregolare, povera e ricattabile? Quanto di questo sistema continua a reggersi proprio su lavoratori abbastanza presenti da lavorare, ma troppo precari per sottrarsi allo sfruttamento?

Per questo, se si vuole davvero ridurre il potere del caporale e svuotare la pista, la parola da rimettere al centro è regolarizzazione. Non come slogan, ma come strumento concreto di governo del lavoro e del territorio. Regolarizzare significa dare accesso a un contratto vero, a una casa, alla residenza, ai trasporti, ai servizi. Significa togliere persone da quella zona grigia in cui oggi diventano più ricattabili e più sfruttabili.

Il confronto con la Spagna aiuta a capire la posta in gioco. A gennaio 2026 il governo Sánchez ha annunciato una regolarizzazione straordinaria per stranieri già presenti nel Paese. È una scelta politica chiara: far emergere chi già vive e lavora sul territorio, invece di lasciarlo nell’ombra. Anche in Italia bisognerebbe ripartire da qui. Perché Borgo Mezzanone non si supera solo con nuove strutture. Si supera riducendo il numero di persone costrette a vivere e lavorare senza uno status stabile, senza casa, senza trasporti e senza alternative reali.

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Il Fatto Quotidiano

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