Piero Carella saluta il “suo” Legino: “La mia vittoria più grande non è una coppa, ma aver tolto i ragazzi dalla strada”
- Postato il 8 agosto 2026
- Calcio
- Di Il Vostro Giornale
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Savona. Ci sono persone che finiscono per identificarsi con una società sportiva. Per il Legino, quel nome è Piero Carella. Quarantasei anni da presidente, una vita trascorsa sul campo, tra allenamenti, tornei, riunioni, trasferte, lavori di manutenzione, raccolte fondi e migliaia di ragazzi cresciuti con la maglia verdeblu. Oggi, con la fusione tra Legino e Savona Fbc, Carella lascia la presidenza della società che ha guidato per quasi mezzo secolo e diventa presidente onorario del nuovo corso. Questa è la sua ultima intervista che voluto rilasciare a IVG.
“Mi sono innamorato del Legino quasi per caso – racconta -. Nel 1980 arrivai per fare il portiere. Per due anni feci il portiere-allenatore, poi capii che allenare non faceva per me e diventai direttore sportivo. Nel 1985 il presidente Giacomo Ferrari mi chiese di sostituirlo per un anno. Doveva essere una soluzione temporanea. Invece ci sono rimasto quarantasei anni”.
Un’avventura costruita giorno dopo giorno, quando il calcio dilettantistico significava soprattutto sacrificio. “Abbiamo vissuto anni durissimi. Ci allenavamo dalle dieci di sera a mezzanotte a Zinola, il settore giovanile non aveva un campo, bisognava inventarsi tutto. Ma non ci siamo mai arresi“, sottolinea.
Tra le intuizioni che hanno cambiato la storia della società c’è anche l’acquisizione della matricola della Veloce, un passaggio destinato a rivelarsi fondamentale. “Presi la matricola della Veloce, mantenendo il nome Veloce-Legino. Quella scelta ci ha salvato tante volte. Con il regolamento di allora l’anzianità della matricola aveva un peso enorme nei ripescaggi e ci permise di rimanere in categoria in diverse occasioni”, ricorda Carella.
Negli anni arrivarono anche altri passaggi decisivi: la crescita della struttura del Ruffinengo, i tornei, il bar, il ristorante, la capacità di autofinanziarsi quando gli sponsor erano pochi. “Il volontariato è sempre stato la nostra forza – continua commosso -. Preferivo cento persone che venivano a fare i panini, le bruschette o a sistemare il campo piuttosto che uno sponsor importante. Si creava un senso di appartenenza incredibile. Le famiglie vivevano il Legino come una seconda casa”.
Un modello che ha permesso alla società di crescere e diventare un punto di riferimento per il territorio: “Sono passati allenatori che poi hanno fatto carriera, tanti ragazzi sono arrivati al Genoa, alla Sampdoria e in categorie importanti. Ma la soddisfazione più grande non è mai stata vedere qualcuno diventare professionista”, aggiunge.
Carella si ferma qualche secondo prima di spiegare quale sia, per lui, il ricordo più bello. “La Coppa Italia è stata una gioia enorme, ma la mia vittoria più grande è un’altra: aver tolto tanti ragazzi dalla strada. Oggi sono padri, mi fermano, mi salutano, portano i loro figli al campo e ricordano quegli anni con affetto. Sono queste le cose che mi ripagano di tutto”, aggiunge.
Nel racconto trovano spazio anche i momenti più difficili. “Ho perso più di sessanta persone che hanno fatto parte della nostra famiglia e diversi ragazzi troppo giovani. Sono ferite che ti rimangono dentro per sempre – aggiunge Carella -. Quando vivi una società come una famiglia, ogni perdita la senti come qualcosa di tuo“.
Tra i passaggi più significativi della sua lunga esperienza c’è anche il ritorno di Fabio Tobia, con cui per anni i rapporti si erano interrotti. “L’ho richiamato quando il settore giovanile stava attraversando un momento difficile. Gli ho dato fiducia e lui ha fatto un lavoro straordinario. Senza di lui avrei mollato molto prima. Io ho sempre lasciato lavorare gli allenatori: in quarantasei anni non ho mai esonerato un tecnico a stagione in corso. Se sceglievo una persona, la portavo fino alla fine”, spiega Carella.
Negli ultimi anni, però, mantenere in piedi una società dilettantistica è diventato sempre più complicato. “Le regole sono cambiate, il volontariato è diminuito, i costi sono aumentati. Fare calcio oggi è molto più difficile rispetto a una volta. A un certo punto ho capito che bisognava pensare al futuro del Legino prima che fosse troppo tardi”.
Da qui la scelta della fusione con il Savona Fbc, una decisione maturata nel tempo. “Quando ho conosciuto questa dirigenza ho trovato persone serie e li ringrazio. Ho visto entusiasmo, attaccamento alla città e la volontà di costruire qualcosa di importante. Ho detto subito che il Legino doveva continuare a vivere anche dentro il nuovo Savona: con i nostri allenatori, con il nostro settore giovanile, con la nostra storia. Ho chiesto che sulle maglie ci fossero entrambi gli stemmi e che il nostro patrimonio umano non andasse disperso“.
Una scelta che, per Carella, rappresenta il modo migliore per garantire continuità a quanto costruito in quasi mezzo secolo. “Prima che il Legino rischiasse di sparire, abbiamo scelto di costruirgli un futuro. Era la cosa giusta da fare”, aggiunge.
Il nuovo Savona ripartirà dall’Eccellenza e Carella non nasconde la propria soddisfazione. “Savona merita categorie importanti. Ha sofferto troppo negli ultimi anni. Spero che questa sia davvero la volta buona – spiega – Se andrò a vedere il Savona? Sono stato invitato, vedremo più avanti magari andrò. Adesso non me la sento, ho bisogno di riposo”.
Guardandosi indietro, però, il presidente onorario non parla di trofei o classifiche. “Se sono arrivato fin qui è grazie alle persone che mi sono state accanto. Da solo non avrei fatto nulla. Il Legino è stato una famiglia prima ancora che una società di calcio. Ed è questo che porterò sempre con me”.
In ultimo un passaggio sul possibile ritorno di Stephan El Shaarawy, cresciuto proprio nel Legino, in maglia Genoa: “Sarei contento di rivederlo qui in Liguria, ha fatto un percorso straordinario e sono felice. Sarò sempre un suo tifoso”.
Finisce così l’ultima intervista del presidente che più di ogni altro ha scritto la storia del Legino. Da oggi inizia un nuovo capitolo, ma dentro il Savona Fbc continueranno a vivere quarantasei anni di sacrifici, passione e appartenenza. Perché, come insegna Piero Carella, una società può cambiare nome, ma non deve mai perdere la propria anima.