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Pentiti attendibili sul patto di sangue da Cutro all’Emilia, le motivazioni della sentenza

  • Postato il 24 aprile 2026
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Pentiti attendibili sul patto di sangue da Cutro all’Emilia, le motivazioni della sentenza

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Pentiti attendibili sul patto di sangue da Cutro all’Emilia, le motivazioni della sentenza

Le motivazioni con cui i giudici blindano tre ergastoli per i delitti in Emilia, pentiti attendibili sul patto di sangue in un summit a Cutro


CUTRO – Pentiti attendibili. Per la Corte d’Assise d’Appello bis di Bologna, che ha inflitto tre ergastoli e una condanna a 18 anni nel processo per due delitti di ‘ndrangheta compiuti nel 1992 in Emilia, vittime Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, non ci sono dubbi. I percorsi di collaborazione con la giustizia intrapresi da Salvatore Cortese e Antonio Valeri sono coerenti. Le loro dichiarazioni non presentano elementi di «condizionamenti esterni, forzatura o eterodirezione». Anche quando ci sono divergenze su dettagli marginali, sono ricche di particolari «difficilmente acquisibili per via indiretta». I giudici hanno depositato le motivazioni della sentenza con cui, nell’ottobre scorso, accolsero quasi in toto le richieste della pm Antimafia Beatrice Ronchi, condannando all’ergastolo il boss Nicolino Grande Aracri, Antonio Ciampà e Angelo Greco e a 18 anni il solo Antonio Lerose.

IL PUNTO DI ROTTURA

Grande Aracri era già stato condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante dell’uccisione di Ruggiero, freddato il 22 ottobre ‘92 da un commando di finti carabinieri a Brescello. Ma doveva ancora difendersi dall’accusa di aver svolto un ruolo anche nell’omicidio di Vasapollo, assassinato il 21 settembre ’92 a Pieve a Reggio, mentre apriva la porta di casa sua a qualcuno che conosceva. Ciampà era accusato di essere il mandante di entrambi i delitti, mentre Greco e Lerose erano imputati per l’omicidio Ruggiero.
La nuova Corte d’Appello “smonta” il pilastro su cui si basava l’assoluzione di primo grado di Grande Aracri: la presunta mancanza di prove sulla data del summit decisionale.

LO SGARBO DI SANGUE

Il punto di rottura tra la prima sentenza e quella d’appello ruota attorno a un incontro avvenuto a Cutro, in un impianto di calcestruzzi vicino a una stalla. Per i giudici di primo grado, non c’era prova che quel summit mafioso fosse avvenuto prima del 21 settembre 1992, data dell’omicidio di Nicola Vasapollo. La Corte d’Appello, invece, definisce questa valutazione “parziale” e “omessa”.
I nuovi atti parlano chiaro: Cortese ha collocato con precisione l’ordine di morte subito dopo il 13 agosto 1992, giorno dell’uccisione di Paolo Lagrotteria, figlioccio di Gaetano Ciampà. Non fu una coincidenza. I Ciampà — compreso Gino Ciampà e Domenico alias “Culo di papera” — erano “neri” di rabbia. Invece di festeggiare un matrimonio, piangevano un alleato. Quell’omicidio era uno “sgarbo”, un guanto di sfida che andava punito con lo sterminio dei clan rivali: i Vasapollo e i Ruggiero.

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“VOI SAPETE MUOVERVI AL NORD”

È in quel momento, tra l’agosto e il settembre del ’92, che Nicolino Grande Aracri riceve l’investitura ufficiale dai capi società di Cutro. «Essendo che voi vi sapete muovere meglio al nord Italia… lo fate voi al nord», fu l’ordine dei Ciampà. Un mandato unitario, che comprendeva fin dall’inizio l’eliminazione sia di Vasapollo che di Ruggiero.
A conferma dell’attendibilità di questo scenario c’è un dettaglio quasi grottesco: la proposta di Gino Ciampà di inviare al nord, come rinforzo per il commando di fuoco, suo figlio Archelio. Un’offerta rifiutata seccamente da Grande Aracri perché il ragazzo era considerato «una persona un po’ grezza, che guardava le pecore», non adatta alle operazioni militari in Emilia.

IL MATRIMONIO ROVINATO

«Già uno schiaffo non si tollera nel mondo criminale; mio padre è morto anche per quella ragione, per uno schiaffo». Con queste parole, Antonio Valerio ha tracciato davanti ai giudici il perimetro di un codice d’onore che non ammette sconti. Ma se uno schiaffo è una scintilla, l’onta di un matrimonio rovinato è un incendio. Nelle motivazioni della sentenza si legge come la decisione di sterminare i rivali non fosse solo una questione di controllo del territorio, ma una vendetta per un’offesa personale intollerabile subita dai Ciampà. «Vi immaginate che cosa può succedere a rovinare un matrimonio?», incalza Valerio nei verbali. È questa l’umiliazione suprema che trasforma il rancore in ordine di morte, portando i vertici di Cutro a pronunciare quella frase diventata il simbolo del processo: «Andate e ammazzate, che i soldi ve li mandiamo con la betoniera».

CORREZIONE DI TIRO

I giudici d’appello bis hanno corretto il tiro rispetto alla sentenza di primo grado, che aveva inizialmente sottostimato il valore delle rivelazioni di Antonio Valerio. Secondo la Corte, il primo giudice aveva errato nel ritenere che il collaboratore di giustizia non avesse indicato con chiarezza la fonte delle sue informazioni. Al contrario, i verbali dell’udienza dell’aprile 2019 – ripresi integralmente nelle motivazioni – restituiscono una ricostruzione cruda e dettagliata delle dinamiche di morte. Valerio riporta l’ordine impartito da “Coniglio”, nomignolo di Antonio Ciampà, con parole che non lasciano spazio a dubbi.

“ANDATE E AMMAZZATE”

«Andate e ammazzate… che i soldi ve li mandiamo con la butumiera». Un’immagine, quella dei soldi inviati a fiumi come metri cubi di calcestruzzo, che per i magistrati rappresenta un dettaglio genuino, tipico di chi ha vissuto dall’interno le logiche criminali della cosca. Per la Corte, dunque, non c’è alcuna genericità. Valerio ha saputo indicare con precisione come la volontà di uccidere Vasapollo e Ruggiero provenisse specificamente dai vertici del clan Ciampà, motivata da rancori nati nel mondo criminale che arrivavano a travolgere persino i legami matrimoniali. Le testimonianze di Valerio, ribadite con coerenza fino alle udienze più recenti del 2025, descrivono un mandato preciso partito da Cutro.

IL MANDATO DI MORTE

«Tonino Coniglio diede mandato a Grande Aracri… l’attivazione partì da lui», si legge nelle carte. Non si tratta di un’accusa generica, poiché il collaboratore specifica che l’ordine — la cosiddetta “imbasciata” — venne veicolato da figure del calibro di Nicolino Grande Aracri e Raffaele Dragone. La Corte sottolinea un punto tecnico dirimente. Valerio indica come fonte diretta proprio Grande Aracri, ovvero il boss già condannato in via definitiva per uno di quegli omicidi. Un dettaglio che, secondo i giudici, «smentisce l’assunto della Corte reggiana» (il primo grado) e blinda l’attendibilità del pentito.

IL KILLER “FORESTIERO”

A pesare nel giudizio dei magistrati è anche la profonda conoscenza che Valerio dimostra degli organigrammi criminali: i suoi trascorsi comuni con l’imputato, le visite alle storiche famiglie Pelle e Arena, confermano che il collaboratore non parla per «sentito dire», ma muovendosi in un ambiente che ha frequentato direttamente ai massimi livelli. Il verdetto d’appello bis fa luce anche sui momenti frenetici che precedettero l’esecuzione di Giuseppe Ruggiero a Brescello. Il piano originario subì un brusco cambio di programma. Inizialmente, il commando doveva contare su un killer “forestiero”, Aldo Carvelli, appositamente reclutato in Lombardia da Grande Aracri per evitare che la vittima potesse riconoscere i sicari. Ma Carvelli ebbe «difficoltà organizzative» e non arrivò in tempo per le fasi preparatorie.

LA PARANOIA DI ESSERE UCCISI

È qui che emerge la divergenza tra i due pentiti, risolta ora dai giudici a favore di Valerio. Mentre Cortese aveva una memoria più sfocata sull’effettiva presenza di Carvelli (ragiona per «deduzione»), Valerio ha fornito dettagli visivi impressionanti. Ha raccontato dello sconcerto e dell’inquietudine provata nel vedere Carvelli apparire all’ultimo momento nel covo di Modena: temeva un “traggiro”, un’imboscata interna ai suoi danni. L’aspetto psicologico ha la sua parte, nel racconto di Valerio, che descrive la paranoia costante dei criminali, se temono di essere uccisi anche dai propri alleati.

DETTAGLI CHE BLINDANO IL VERDETTO

A convincere i giudici della precisione di Valerio sono i dettagli logistici, quasi fisici, di quella notte. Il collaboratore ha ricordato la difficoltà nel fare manovra nel cortile della vittima perché i complici seduti dietro — Lerose e lo stesso Carvelli — erano molto alti e gli coprivano la visuale dallo specchietto retrovisore. Una circostanza confermata persino dalle perizie tecniche sulle stature degli imputati e dalle deposizioni della Squadra Mobile dell’epoca.
Nonostante il tentativo dell’imputato Angelo Greco di screditare Cortese accusandolo di agire per rancore, la Corte ha ritenuto che queste “piccole” verità materiali – come la disposizione dei killer nell’auto o il timore di Valerio di essere ucciso dai suoi stessi compagni – siano la prova di un racconto autentico. Valerio, a differenza di Cortese, faceva parte del commando che entrò nel cortile. La sua è la testimonianza di chi impugnava il volante.

KILLER TRAVESTITO DA CARABINIERE

L’incertezze su chi sedesse esattamente nei sedili posteriori non scalfiscono quello che i giudici definiscono il “nucleo essenziale” della narrazione. Se il primo grado la Corte si era persa nei dettagli marginali, la nuova sentenza mette a fuoco i punti di convergenza totale tra Antonio Valerio e Salvatore Cortese.
Entrambi i collaboratori descrivono infatti una scena identica per quanto riguarda il ruolo di Angelo Greco. Un killer travestito da carabiniere, armato, a bordo di una Fiat Uno camuffata da auto di servizio, giunto sotto casa di Giuseppe Ruggiero per fare fuoco e poi fuggire con i complici. Ciò che conta è che entrambi i pentiti indichino Greco come l’esecutore materiale dell’agguato mortale. Per la Corte, la “chiamata in correità” è dunque piena e granitica: le divergenze sugli altri componenti del commando rimangono sullo sfondo rispetto alla certezza del ruolo di Greco e Lerose nel sangue di Brescello.

GLI ADESCAMENTI

L’attendibilità di Cortese e Valerio, secondo i giudici, non poggia solo sulla ricostruzione del delitto Ruggiero, ma sulla descrizione di un intero sistema operativo. I due collaboratori hanno fornito riscontri incrociati su episodi inediti, come la consegna di una pistola con silenziatore portata da Cortese proprio a Valerio e Greco, o i ripetuti tentativi – poi falliti – di eliminare il terrorista reggiano Paolo Bellini. Piani complessi, che prevedevano persino l’uso di una donna come “esca”. I tentativi di adescare Bellini sono descritti in modo conforme da entrambi i pentiti in diverse udienze.

I CREDITI DELLA MONTAGNA

Valerio e Cortese hanno spiegato come il boss Nicolino Grande Aracri vantasse un potere quasi assoluto su Angelo Greco, avendolo aiutato ad affermarsi criminalmente a San Mauro Marchesato. Questi debiti di riconoscenza, legati alle attività illecite nell’entroterra calabrese (tra Mesoraca, Petilia Policastro e San Mauro), erano il collante che obbligava i killer a eseguire gli ordini senza esitazione. Valerio li ha chiamati «crediti della montagna». Per la Corte d’Appello, la coincidenza di questi racconti su dinamiche così specifiche e “interne” rappresenta la prova definitiva.

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