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Papà di giorno, pugile mestierante di sera, buttafuori di notte: la vita a incastri di Andrea Pesce. “Senza la boxe non potrei permettere ai miei figli una vita agiata”

  • Postato il 9 maggio 2026
  • Sport
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Papà di giorno, pugile mestierante di sera, buttafuori di notte: la vita a incastri di Andrea Pesce. “Senza la boxe non potrei permettere ai miei figli una vita agiata”

Alla cerimonia del peso a Valencia, dove l’indomani si sarebbe disputato un match nella categoria dei pesi massimi, la differenza di stazza tra l’italiano Andrea Pesce e lo spagnolo David Andres Romero era impressionante, tutta a vantaggio di quest’ultimo. Pesce è quello che nel gergo pugilistico viene definito un “mestierante” (“ma di lusso“, ci tiene a specificare): un pugile che gira il mondo affrontando avversari quasi sempre più forti e preparati, quindi spesso destinato a perdere. Romano, 41 anni, Pesce ha una famiglia bellissima: una moglie e quattro figli di età compresa tra l’anno e mezzo e i dodici. La sua vita è un incastro millimetrico tra la boxe professionistica, il lavoro notturno come buttafuori e la gestione domestica. “Riesco a essere un padre presente e a dare ai miei figli una vita agiata: scuola privata, vacanze e un bel contesto in cui crescere. Senza il pugilato non potrei permettermelo”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Il cuore e il coraggio di Pesce sono encomiabili, ma il dubbio rimane: certi incontri non sono un rischio per la salute del pugile? Hanno ancora un loro senso sportivo? Intanto Pesce continua a combattere, è tornato sul ring il 26 aprile sempre in Spagna, riuscendo questa volta a vincere.

Certi incontri non sono pericolosi?
“Ho affrontato gente fortissima e sono andato KO realmente una sola volta. Pugilisticamente ho un’intelligenza che mi fa capire quando posso competere e quando no. Serve scaltrezza nella boxe come nella vita: nel mio lavoro da buttafuori devo capire subito se uno è pericoloso o se sta solo millantando. Nella boxe se la disparità è troppa, metto il ginocchio a terra, come successo in Spagna, per evitare di farmi male”.

Ma così facendo non perde anche il pugilato?
“Io alla vigilia ero convinto di fare un bel match e finire il match ai punti, ero sereno. Ma l’avversario ha iniziato come un razzo, una situazione che non mi aspettavo. Io non parto mai sconfitto. Piuttosto dovrei dimagrire e scendere di alcune categorie, ma la mia alimentazione non è da atleta professionista: è difficile essere rigorosi quando lavori di notte in discoteca e fai il papà a tempo pieno”.

Ora è un peso massimo, ma lei ha esordito come superwelter (sotto i 69,9 kg).
“Ora però voglio scendere almeno tra i Cruiser, perdendo una decina di chili. Lì cambierebbe tutto, anche l’altezza degli avversari sarebbe diversa. Il mio sogno? Il titolo italiano dei pesi Cruiser”.

Cosa rappresenta per lei la boxe?
“Per me è un business, poi uno sport. Se non avessi entrate significative, non lo farei più. Se non avessi una famiglia così numerosa potrei vivere di sola boxe, ma per mantenere lo stile di vita servono entrambe le entrate”.

Cosa ci dice del suo passato complicato?
“Ho trascorso due notti in carcere per reati di droga e per questioni legate al recupero crediti, chiamiamolo così. È il rimpianto più grande della mia vita, mi vergogno profondamente anche a parlarne. Purtroppo è andata così e non si può tornare indietro”.

Attualmente combatte con licenza estone.
“In Estonia c’è meno burocrazia. In Italia ti fermano troppo spesso per KO tecnici che magari non sono nemmeno tali. Al momento ho un fermo medico in Italia per aver subito tre TKO in dodici mesi, quando io magari ho solo messo il ginocchio a terra volontariamente”.

Ha affrontato pugili di valore.
“Gente come Dave Allen, Andrii Rudenko, Marios Kollias e Diego Lenzi, che è veramente forte, il più bravo in Italia. Con lui abbiamo fatto uno show prima del match, ma è nato tutto in maniera naturale, tante provocazioni ma ora siamo amici, sarò sempre il suo primo tifoso”.

Fino a quando vuole proseguire?
“Fino ai 45 anni voglio combattere. Paura? Non fa parte del mio vocabolario. Se mi proponessero Moses Itauma? Non lo eviterei, anche se con i mancini vado in difficoltà”.

La famiglia come vive i suoi match?
“Mia moglie è abbastanza tranquilla. I figli a volte sono impressionati dai segni sul volto, ma spiego loro che servono sacrifici per ottenere qualcosa nella vita”.

Tra i due, qual è il suo lavoro più pericoloso?
“Sicuramente fare il buttafuori: lì non ci sono le regole del ring”.

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Il Fatto Quotidiano

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