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Paleochirurgia sul cranio di un bambino

  • Postato il 15 giugno 2026
  • Di Focus.it
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Paleochirurgia sul cranio di un bambino
Nel cuore dell'Uzbekistan meridionale, a pochi chilometri dall'attuale confine con l'Afghanistan, è stata scoperta la sepoltura di due bambini, di tre e cinque anni, collocati l'uno accanto all'altro: sul cranio del più grande, ci sono segni di un'operazione chirurgica al capo eseguita circa 4.000 anni fa. La sepoltura è emersa dagli scavi condotti a Djarkutan, uno dei principali insediamenti urbani dell'antica Battriana settentrionale, durante la campagna di aprile 2026. A riportarla alla luce è stata la missione congiunta dell'Università del Salento, dell'Università Statale di Termez e dell'Istituto Archeologico di Samarcanda. Il risultato, affermano i ricercatori, è la più antica testimonianza documentata di chirurgia cranica nell'intera Asia centrale.. I segni del bisturi Il cranio apparteneva a un bambino di circa cinque anni, sepolto insieme a uno più piccolo, di circa tre anni. L'analisi ha rivelato segni di trapanazione, una procedura chirurgica che prevedeva la rimozione di una porzione dell'osso cranico. Gli archeologi sottolineano che questo tipo di operazione richiedeva una precisa conoscenza dell'anatomia, una tecnica chirurgica consolidata e probabilmente anche cure post-operatorie.. La trapanazione è tra le pratiche mediche più antiche documentate al mondo. In diverse civiltà è stata impiegata per trattare traumi alla testa, epilessia, emicranie o disturbi comportamentali gravi. Ma nell'ambito di una comunità dell'Età del Bronzo, il confine tra cura del corpo e pratica rituale era probabilmente molto più sfumato di quanto potremmo immaginare oggi. I ricercatori ipotizzano che l'intervento potesse avere una doppia valenza, terapeutica e rituale al tempo stesso, riflettendo l'intreccio tipico delle prime culture tra medicina e sistema di credenze. Sebbene le testimonianze di trapanazioni antiche siano relativamente comuni in alcune aree del mondo, il fatto che questa procedura sia stata eseguita su un bambino così piccolo ha lasciato i ricercatori perplessi. È proprio questa peculiarità a rendere il ritrovamento così straordinario: non si tratta quindi solo di un primato geografico e cronologico.. Chi operava e perché? La questione più spinosa non riguarda la tecnica, ma il contesto umano e sociale in cui questa procedura si inseriva. Chi aveva le conoscenze per praticare un'apertura nel cranio di un bambino? Era una figura con autorità medica, religiosa, o entrambe le cose? E soprattutto: perché tentare un simile intervento su un individuo così giovane? I laboratori del Salento stanno analizzando i reperti paleogenetici e antropologici per chiarire quali specialisti potessero disporre di tali conoscenze anatomiche e per quale ragione l'intervento sia stato tentato su un bambino così piccolo. Le risposte definitive non sono ancora disponibili, ma ogni ipotesi apre una prospettiva diversa sulla vita sociale e spirituale di questa comunità.. Djarkutan e la civiltà dell'Oxus Djarkutan non era un insediamento periferico. Era uno dei centri più significativi della cosiddetta Civiltà dell'Oxus, nota anche come Complesso Archeologico della Battriana e della Margiana (BMAC): una delle grandi culture del Bronzo antico, fiorita tra il 2500 e il 1500 a.C. nell'area degli odierni Uzbekistan, Turkmenistan e Afghanistan settentrionale, con diramazioni fino all'Iran orientale e alle coste del Golfo Persico.. Djarkutan ne era uno dei centri più rappresentativi, una città organizzata in quartieri, con architettura monumentale, ceramica di alta qualità e pratiche mediche di sorprendente complessità. La fine della civiltà dell'Oxus si ritiene sia stata innescata da cambiamenti climatici che portarono all'inaridimento di importanti corsi d'acqua. Prima di questa crisi, però, la regione costituiva un crocevia fondamentale per scambi di merci, idee e tecnologie su distanze enormi.. Come si studia la vita a Djarkutan Il progetto di ricerca, avviato nel 2024 sotto la direzione congiunta del professor Enrico Ascalone dell'Università del Salento, abbraccia discipline che vanno dall'archeobotanica all'archeozoologia, dall'antropologia fisica alla paleogenetica, passando per topografia e archeometria. L'obiettivo non è soltanto catalogare oggetti e tombe, ma ricostruire nella sua interezza la vita quotidiana di chi abitava Djarkutan: l'ambiente, l'alimentazione, la salute, le cerimonie funebri. La missione si inserisce inoltre in un programma di ricerca più ampio che include le indagini nei siti iraniani di Shahr-i Sokhta e Jiroft, in collaborazione con il Research Institute of Cultural Heritage and Tourism dell'Iran, costruendo un asse di ricerca che dal Salento si estende fino al cuore dell'Asia centrale attraverso le civiltà del Bronzo..
Autore
Focus.it

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