Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

OMERО CORRETTO DALL’UFFICIO DIVERSITÀ

  • Postato il 15 luglio 2026
  • Editoriale
  • Di Paese Italia Press
  • 0 Visualizzazioni
  • 8 min di lettura
In sintesi

L'articolo affronta il tema della riscrittura di opere classiche secondo i canoni moderni della diversità. Analizza come testi letterari storici, frutto di lunghe tradizioni, vengono oggi sottoposti a revisioni per adeguarsi agli standard contemporanei di inclusione. Un dibattito che tocca il rapporto tra conservazione del patrimonio culturale e evoluzione dei valori sociali, sollevando interrogativi sulla legittimità di modificare capolavori del passato.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

OMERО CORRETTO DALL’UFFICIO DIVERSITÀ

di Massimo Reina

Ormai funziona così.

Un autore impiega anni, talvolta secoli di tradizione, per costruire un personaggio, un mondo, una mitologia. Poi arriva una piattaforma americana con il suo esercito di consulenti, responsabili della diversità, esperti di sensibilità, supervisori dell’inclusione e sacerdoti del politicamente corretto. Leggono tre righe, inorridiscono e sentenziano: «Qui manca rappresentazione».

Omero, evidentemente, non aveva frequentato il corso aziendale obbligatorio sull’inclusività. Tolkien, poveretto, ignorava i parametri ESG. I cantori antichi non disponevano di un dipartimento Risorse umane abbastanza aggiornato. Così oggi tocca a Netflix, Amazon e Hollywood correggere tremila anni di cultura.

Per fortuna sono arrivati loro.

Elena di Troia, Achille, gli elfi, i miti, i poemi, le leggende: tutto può essere revisionato, ricolorato, riassemblato e restituito al pubblico con il bollino etico sulla confezione. Il contenuto conta poco. L’importante è che la locandina sembri compilata con il manuale Cencelli delle identità.

Un personaggio bianco? Sospetto.

Biondo? Gravissimo.

Maschio? Da sorvegliare.

Eterosessuale? Probabilmente frutto di una rimozione coloniale.

Fedele alla descrizione dell’autore? Addirittura reazionario.

Nel nuovo film di Christopher Nolan tratto dall’Odissea, Lupita Nyong’o interpreta Elena di Troia e Clitennestra. Chiariamo subito una cosa, prima che arrivi la polizia morale con il manganello di gommapiuma: Lupita Nyong’o è un’attrice eccellente. Una delle migliori della sua generazione.

Il problema non è lei.

Il problema è chi pensa che il talento di un’attrice renda automaticamente sensata qualsiasi assegnazione. Seguendo questa teoria, Anthony Hopkins potrebbe interpretare Muhammad Ali, Morgan Freeman Maria Antonietta e Danny DeVito Gengis Khan. Chi protesta? Razzista, sessista, grassofobico e probabilmente pure ostile alla transumanza.

Il cinema, però, non è il gioco dei mimi alla festa aziendale.

Se si porta sullo schermo un personaggio sedimentato da secoli nell’immaginario collettivo, il suo aspetto non è sempre un dettaglio intercambiabile come il colore delle tende. Fa parte della sua costruzione narrativa. Non perché esista una graduatoria biologica delle carnagioni, ma perché i personaggi hanno un’identità.

Concetto rivoluzionario, ormai.

Elena è una figura della mitologia greca, collocata in un mondo greco, descritta attraverso formule poetiche precise e tramandata per millenni con caratteristiche riconoscibili. Cambiarne l’aspetto è possibile. Naturalmente. Nel cinema tutto è possibile.

Ma almeno si abbia il coraggio di chiamare l’operazione col suo nome: reinterpretazione.

Non “fedeltà allo spirito”.

Non “lettura contemporanea”.

Non “aggiornamento necessario”.

Reinterpretazione. In certi casi, stravolgimento. In altri, trovata pubblicitaria. A volte, semplice provocazione da conferenza stampa.

La libertà artistica non è un sacramento che impedisce al pubblico di ridere. Un regista può rappresentare Napoleone come un guerriero vichingo di due metri, ma lo spettatore conserva il diritto di domandarsi se abbia visto un film storico o una pubblicità di profumo.

Il problema del nuovo conformismo culturale è proprio questo: pretende la massima libertà per chi modifica le opere e nessuna libertà per chi critica le modifiche.

Loro possono cambiare tutto.

Tu non puoi osservare nulla.

Se un produttore trasforma un personaggio, è creatività.

Se uno spettatore nota la trasformazione, è odio.

Se un autore inventa un mondo coerente, è prigioniero del proprio tempo.

Se una multinazionale lo altera per ragioni commerciali, è progresso.

Praticamente la libertà artistica vale soltanto per chi ha l’abbonamento a una piattaforma e un ufficio comunicazione abbastanza potente da spiegare al pubblico ciò che deve pensare.

Prendiamo Gli anelli del potere.

Arondir è un personaggio inventato da Amazon, dunque non esiste una descrizione tolkieniana violata direttamente. Questo va detto per onestà. Ma il punto non cambia: Amazon non ha creato una nuova saga fantasy. Ha acquistato il nome, l’universo, il prestigio e il pubblico di Tolkien.

Poi ha preteso di usare quel mondo come una scenografia neutra in cui inserire la propria sensibilità aziendale.

È come affittare la Cappella Sistina per una festa e spiegare che, siccome gli invitati sono originali, si possono ridipingere gli affreschi.

Tolkien costruì la Terra di Mezzo con un’identità culturale precisa, radicata nelle mitologie europee settentrionali, nelle lingue inventate, nelle genealogie, nei popoli, nei territori, nelle leggende. Non mise insieme personaggi a caso per raggiungere la quota minima di rappresentanza geografica.

E no, rispondere «ma è fantasy» non risolve nulla.

È fantasy anche Il Trono di Spade, ma se improvvisamente un drago partorisse una Fiat Panda, qualcuno potrebbe legittimamente chiedere spiegazioni. È fantasy Harry Potter, ma se Voldemort venisse sconfitto da un ispettore dell’Agenzia delle Entrate armato di cartella esattoriale, la natura fantastica dell’opera non renderebbe la scena automaticamente coerente.

La fantasia non è assenza di regole.

È invenzione di regole.

Un mondo immaginario è credibile quando rispetta la propria logica interna. Altrimenti non è fantasy. È una riunione di sceneggiatori che hanno perso il verbale.

Lo stesso accadde con Achille in Troy – La caduta di Troia, interpretato da David Gyasi. Anche lui ottimo attore. Anche lui vittima, più che beneficiario, di una scelta pensata per produrre articoli, polemiche e certificati di virtù.

Achille è un eroe greco, tradizionalmente descritto con caratteristiche precise. Farlo interpretare da un attore di origine ghanese può essere una scelta artistica. Ma bisogna spiegarne il senso. Non basta comunicare che il casting è inclusivo, come se “inclusivo” fosse una parola magica capace di trasformare qualsiasi incongruenza in capolavoro.

Il sospetto è che spesso non ci sia alcun significato artistico.

C’è il reparto marketing.

La polemica è prevista, preparata e desiderata. Prima si compie una scelta destinata a dividere il pubblico. Poi si attende la reazione. Infine ogni critica viene classificata come razzismo. A quel punto la produzione ha ottenuto pubblicità gratuita, superiorità morale e una scusa pronta in caso di insuccesso.

Il film non è andato bene?

Non è colpa della sceneggiatura.

Non è colpa dei dialoghi.

Non è colpa degli effetti speciali.

È colpa del pubblico arretrato che non era ancora pronto.

Hollywood ormai non produce più soltanto film. Produce assoluzioni preventive.

Ed è qui che il presunto progressismo mostra il suo volto più paternalista.

Le persone nere meriterebbero storie proprie. Eroi propri. Regine, guerrieri, esploratori, sovrani, rivoluzionari e miti provenienti dalle immense culture africane. Meriterebbero produzioni ricche, sceneggiature ambiziose, grandi registi e campagne mondiali.

Invece cosa offre loro l’industria?

Gli avanzi dei classici europei.

Non crea un nuovo eroe: ricolora Achille.

Non racconta una grande regina africana: cambia Elena.

Non esplora mitologie ignorate dal pubblico occidentale: inserisce qualche volto nero in un universo già famoso e poi pretende gli applausi per il coraggio.

Che audacia.

È la stessa audacia di chi compra un mobile usato, lo vernicia e si proclama designer.

Questa sarebbe inclusione?

No. È pigrizia creativa travestita da rivoluzione.

È colonialismo culturale al contrario soltanto in apparenza: invece di riconoscere alle altre culture il diritto di esistere con la propria storia, le si incorpora nel canone occidentale come decorazione. Come se per acquisire dignità un attore nero dovesse necessariamente interpretare un personaggio bianco già consacrato.

Non gli si concede un nuovo mito.

Gli si presta quello degli altri.

E poi si chiama emancipazione.

Il paradosso è che questa ossessione finisce per ridurre gli attori alla loro pelle, proprio mentre afferma di voler superare il colore della pelle.

Un attore non viene scelto perché perfetto per il personaggio, ma perché la sua presenza invia il messaggio giusto. Diventa un simbolo, una quota, un comunicato stampa ambulante.

Altro che antirazzismo.

È il razzismo dei virtuosi: quello che vede prima il colore e poi, forse, l’artista.

Naturalmente ci sono reinterpretazioni riuscite. Il teatro ne vive da secoli. Un casting non tradizionale può avere forza, bellezza e significato. Può illuminare un testo da una prospettiva nuova. Ma deve esserci un’idea. Una visione. Un motivo.

Non basta la foto di gruppo.

Non basta distribuire le etnie come le figurine e poi dichiarare conclusa la rivoluzione culturale.

Il pubblico non è obbligato a fingere che ogni scelta sia geniale soltanto perché accompagnata dalle parole “diversità” e “inclusione”. Anche perché il vero rispetto delle differenze consiste nel riconoscerle, non nel fingere che siano tutte sostituibili.

Nel raccontare Nelson Mandela, la sua identità africana è essenziale.

Nel raccontare Martin Luther King, il suo essere nero nell’America segregazionista è essenziale.

Nel raccontare una regina africana, la sua appartenenza storica e culturale è essenziale.

Ma quando si parla di un personaggio europeo, improvvisamente l’identità diventa un dettaglio trascurabile. Curiosa teoria. Le identità contano moltissimo, tranne quelle che il progressismo considera abbastanza colpevoli da poter essere smontate e distribuite.

Il nuovo dogma non elimina il doppio standard.

Lo rende virtuoso.

Il punto, dunque, non è proibire.

È smettere di prendere in giro il pubblico.

Volete creare un’Africa mitologica popolata da eroi, divinità, guerrieri ed elfi neri?

Fatelo. Sarebbe magnifico.

Volete costruire un universo fantasy multiculturale?

Inventatelo.

Volete rileggere l’Odissea in chiave africana, asiatica o futuristica? Dichiaratelo.

Ma non prendete Omero, Tolkien e la tradizione occidentale, modificateli secondo la moda del trimestre e poi spiegateci che chi se ne accorge è un troglodita.

Non è razzismo chiedere coerenza.

Non è odio pretendere rispetto per un’opera.

Non è intolleranza distinguere tra rappresentazione e manipolazione.

È soltanto uso della ragione. Facoltà ormai sospetta, perché non sufficientemente inclusiva verso la stupidità.

Il vero progresso non consiste nel correggere retroattivamente i classici. Consiste nel produrre nuovi classici.

Ma per farlo occorrono idee, talento e coraggio.

Molto più semplice cambiare il colore a un personaggio, convocare una conferenza sull’inclusione e attendere gli applausi.

Omero ha scritto l’Odissea.

Hollywood, per ora, ha inventato il correttore politico automatico.

E purtroppo non si può nemmeno disattivare dalle impostazioni.

È modulistica.

Massimo Reina

L'articolo OMERО CORRETTO DALL’UFFICIO DIVERSITÀ proviene da Paese Italia Press.

Autore
Paese Italia Press

Potrebbero anche piacerti