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Oltre “Bella ciao”: i brani simbolo della lotta partigiana che hanno accompagnato l’Italia verso la Liberazione

  • Postato il 25 aprile 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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  • 5 min di lettura
Oltre “Bella ciao”: i brani simbolo della lotta partigiana che hanno accompagnato l’Italia verso la Liberazione

“Bella ciao” è la più nota perché è diventata il simbolo globale della libertà ma le canzoni della Resistenza sono tante. Nei rifugi di montagna, nelle città occupate o nelle prigioni, questi canti, facili da memorizzare, sono stati una delle forme più autentiche dell’espressione popolare. Abbiamo raccolto per voi la play list di questi brani che hanno fatto la Storia.

Bella ciao – Secondo l’Associazione nazionale partigiani è diventata un inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra, quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi mentre secondo altri fu proprio di alcune formazioni della Resistenza ma forse mai o poco cantata, prima della fine del conflitto, nella versione oggi nota. La “Bella ciao” partigiana riprende la struttura del canto dell’Ottocento “Fior di tomba” che Costantino Nigra riporta in numerose versioni tra i Canti popolari del Piemonte, pubblicati per la prima volta nel 1888, tra i quali uno inizia con il verso “Sta mattina, mi sun levata”. Nigra riporta anche una variante veneziana che inizia con “Sta matin, me son levata”. Le varie versioni raccontano la storia di una donna che vuol seguire per amore un uomo, anche se ciò comporterà la morte e l’essere seppellita, tanto le genti che passeranno diranno “che bel fiore”. Infine, alcuni sostengono che sia stata preceduta dalla “Bella ciao” delle mondine.

Fischia il vento – Scritta nel 1943 ad Albenga dal partigiano Felice Cascione su una melodia russa (la celebre “Katiuscia”) è diventata l’inno delle Brigate Garibaldi per celebrare la lotta partigiana contro il nazifascismo, la fame, il freddo e il desiderio di libertà, con i noti versi “scarpe rotte e pur bisogna andar”. Il testo rappresenta la dura vita in montagna, la necessità della lotta e l’ideale della “rossa primavera”. Oltre alle versioni popolari, il brano è stato reinterpretato da vari artisti, tra cui i Modena City Ramblers e i Talco.

Pietà l’è morta – Il brano riprende un’aria della tradizione militare italiana che fu utilizzata dagli alpini nella prima guerra mondiale e successivamente in Russia e in Albania. La melodia è infatti quella di “Sul ponte di Perati”, un canto della Brigata alpina “Julia” impegnata sul fiume Vojussa, al confine greco-albanese, per la campagna italiana di Grecia del 1940-41. Il testo è stato composto dal partigiano Nuto Revelli nella primavera del 1944 presso il Vallone dell’Arma a Demonte. È stata interpretata dai Modena City Ramblers in collaborazione con Ginevra Di Marco. Quarant’anni prima I Gufi avevano eseguito anche loro il brano. Anche il Coro delle Mondine di Novi ha inserito la canzone nel proprio album “Se vedeste i mundaris”.

Festa d’aprile – È stata composta da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli nel 1948 sulla base degli stornelli trasmessi da Radio Libertà, l’emittente clandestina attiva nella provincia di Biella dall’autunno 1944 all’aprile 1945. E’ diventata diffusissima nel periodo a ridosso della Liberazione. Una esecuzione recente è quella degli Yo Yo Mundi, che hanno introdotto “Festa d’aprile” nel loro album del 2005 “Resistenza”. Una variante della canzone, è stata diffusa dal carcere di Genova dai brigatisti durante il periodo del sequestro Sossi.

Dalle belle città – Conosciuta anche come “Siamo i ribelli della montagna”, è uno dei canti più significativi della Resistenza italiana, composto nel marzo 1944 sull’Appennino ligure-piemontese dai partigiani della terza Brigata Garibaldi “Liguria”. Il testo racconta l’abbandono delle città e della vita civile per rifugiarsi sulle montagne e lottare per la libertà contro il nazifascismo. È stata composta da Emilio Casalini (“Cini”) e Angelo Rossi (“Lanfranco”) alla cascina Grilla e reinterpretata da vari artisti, inclusi i Modena City Ramblers e il Duo di Piadena.

La Badoglieide – Secondo la testimonianza di Nuto Revelli, il testo è nato la notte tra il 25 e il 26 aprile del 1944, da una improvvisazione sulla musica della canzonetta “E non vedi che sono toscano”. La canzone, fortemente anti-monarchica e anti-badogliana, è stata anche cantata, con il testo modificato, dai militari della Repubblica Sociale Italiana. Nel testo vengono ricordati molti episodi della storia italiana di quegli anni: la guerra d’Etiopia e il ducato di Addis Abeba, la guerra di Francia, la campagna italiana di Grecia, Grazzano, paese natale di Badoglio, dove egli, dopo le dimissioni, si ritirò a vita privata (“giocavi alle bocce”), la campagna italiana di Russia, il 25 luglio 1943 giorno della caduta del fascismo (“alla fine di luglio”), i bombardamenti americani sull’Italia (“sull’Italia calavan le bombe”, l’armistizio di Cassibile (“Vittorio calava i calzon”), la fuga di Vittorio Emanuele terzo (“la fuga ingloriosa”), la guerra di liberazione italiana (“Noi crepiamo sui monti d’Italia”). Oltre al re e a Mussolini, vengono ricordati anche Enrico Adami Rossi e Clara Petacci.

“Compagni fratelli Cervi” – È un celebre canto partigiano composto nel 1944 dai membri del distaccamento “Fratelli Cervi” nel reggiano. È stata dedicata ai sette fratelli fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943. Il brano, spesso interpretato da Giovanna Daffini, esalta la lotta per la libertà e il sacrificio partigiano, con un testo che invita alla battaglia e alla resistenza. È stata composta sull’aria di una canzone irredentista (“Dalmazia”). Esiste anche un diverso testo poetico dedicato ai fratelli Cervi scritto da Gianni Rodari, spesso associato alla memoria della loro storia.

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Il Fatto Quotidiano

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