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Occidente. Un destino che non si rinnega e una identità da recuperare 

In sintesi

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Occidente. Un destino che non si rinnega e una identità da recuperare 

Pierfranco Bruni 

Soltanto chi non conosce e non sa può entrare in contatto con amori e sensi di difesa del mondo islamico. Chi conosce e sa, nonostante tutto, non può che difendere l’Occidente e sentirsi erede di una precisa identità che è quella occidentale. La “ragione” e anche la “rabbia” – per dirla con Oriana Fallaci – nascono proprio dal fatto che l’Europa non ha saputo e non riesce a porre al centro l’Occidente, pur con tutte le sue manchevolezze. La ferita profonda sta nel fatto che l’Europa non ha avuto il coraggio di mettere al primo punto la coscienza delle sue radici, che sono giudaico-cristiane (1).

Appunto, soltanto chi non è stato nei Paesi a prevalenza islamica, oltre la sua storia, non può capire e fa dell’islamismo una ideologia con la quale combattere un presunto nemico. Chi invece ha vissuto e attraversato quei luoghi sa che lì non si costruisce l’individuo, ma la massa. E attraverso la massa, il potere vero e la non-libertà. Ida Magli ha condotto una dura battaglia su questo tema fino a dire: “Dobbiamo limitare l’ingresso in Italia ai musulmani, oppure l’Italia sarà perduta. Dobbiamo difendere la nostra libertà di pensiero, le conquiste delle donne, dobbiamo ricordare la fatica che abbiamo fatto per difendere i nostri diritti” (2).

Concordo con questa visione, perché altrimenti sarebbe tutto inutile: dare un senso alla nostra stessa appartenenza significherebbe negare la fatica con cui ci siamo liberati. Mi ripeto: chi non sa non ha il diritto di parlare. Chi sa? Chi conosce direttamente la realtà musulmana. Chi è stato in quei luoghi. Perché è lì che si costruiscono le “masse” e attraverso queste il potere. Così come ammoniva Spengler: “La massa è la fine, è il nulla radicale” (3). Per questo è banale discutere sulle democrazie in senso formale. Le democrazie fattibili non nascono da un atto costituzionale ma dal vero concetto di libertà. Si pensi che la stessa definizione era usata dai Paesi dell’Est comunista: si autodefinivano Repubbliche Democratiche.

Dobbiamo svegliarci dal tramonto dell’Occidente per ricordare ancora Spengler: “Una civiltà muore quando la sua anima ha realizzato la somma delle sue possibilità sotto specie di popoli, lingue, forme di fede, arti, Stati, scienze; essa allora si riconfonde con l’elemento animico primordiale”. Quando si perde l’anima, la civiltà muore. Ed è proprio questo ciò che sta accadendo. Accade perché non si è voluta stabilire in Europa una priorità identitaria (4). Se si pensa alla storia come matrice della prassi, bisogna anche comprendere che “La storia c’insegna che venendo meno la fede si giunge alla scienza e che il dubbio nella scienza subentrante dopo un certo periodo di ottimismo critico riconduce alla fede” (5).

Perché chi considera soltanto il dettato della democrazia come seme delle masse non ha ben compreso che, sempre con Spengler, “La democrazia è l’instrumento con il quale il denaro distrugge la politica” (6). Siamo giunti infatti al punto cruciale nel quale la democrazia non è una conquista ma una concessione, al contrario della libertà, perché questa è “spirituale” e “non viene concessa: o c’è o manca. Ma non viene nemmeno pretesa, bensì dimostrata, e di essa vive il mondo” (7). Ed è ciò che afferma uno dei più interessanti filosofi del Novecento, Ernst Jünger: “Lo spirito libero penetra nell’immobilità, spalanca il tempo antico e venerando come un cofano dal quale estrae tesori” (8).

Quindi o difendiamo la nostra identità come destino o saremo collocati nel sottoscala delle assurde anomalie delle nostre imbecillità. Quando capiremo che siamo Occidente sino al midollo avremo consumato tutto il tempo concesso. Svegliamoci una buona volta da un “meriggiare pallido e assorto” e troviamo la via di casa, che è quella della spiritualità che ci rende Popoli e Civiltà. Certo, il fascino per l’Oriente resta.  Ma si tratta di un ben altro Oriente. Come restano il fascino e il mistero per una letteratura persiana e mediterranea ma anche questi sono altri percorsi che interessano aspetti di una meditazione sull’anima (9).

NOTE

O. Fallaci, La Rabbia e l’Orgoglio, Rizzoli, Milano 2001.
I. Magli, intervista in La Repubblica, 15 gennaio 2015; poi in Dopo l’Occidente, L’Espresso, 2012. Testo integrale: “Dobbiamo limitare l’ingresso in Italia ai musulmani, oppure l’Italia sarà perduta. Dobbiamo difendere la nostra libertà di pensiero, le conquiste delle donne, dobbiamo ricordare la fatica che abbiamo fatto per difendere i nostri diritti: ma come, abbiamo appena cominciato ad emanciparci dai nostri veli, dalle nostre velette, e ammettiamo che si torni indietro di secoli?”.
O. Spengler, Anni della decisione (Jahre der Entscheidung, 1933), ed. it. Clinamen, Firenze 2021.
O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della Storia mondiale (Der Untergang des Abendlandes, 1918-1922), ed. it. a cura di R. Calabrese Conte, M. Cottone, F. Jesi, trad. J. Evola, Longanesi, Milano 2008, vol. II.
O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, cit., vol. I 
O. Spengler, Anni della decisione, cit.
E. Jünger, Trattato del Ribelle (Der Waldgang, 1951), ed. it. Adelphi, Milano 1990.
E. Jünger, Il cuore avventuroso (Das abenteuerliche Herz, 1929), ed. it. Guanda, Parma 1995.
Penso in modo particolare alla poesia e al pensiero di Rumi e Kajiamm.

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