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Non divieti ma uso consapevole delle chatbot per gli adolescenti. La proposta di Pastorella

  • Postato il 24 aprile 2026
  • Interviste
  • Di Formiche
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  • 4 min di lettura
Non divieti ma uso consapevole delle chatbot per gli adolescenti. La proposta di Pastorella

Un caso di cronaca negli Stati Uniti, finito in tragedia, ha acceso un faro su un fenomeno ancora poco esplorato: il rapporto sempre più stretto tra adolescenti e chatbot. Non solo strumenti, ma interlocutori capaci di entrare nella sfera emotiva. Da qui prende le mosse la proposta di legge firmata da Giulia Pastorella, deputata di Azione, che prova a colmare un vuoto normativo mentre la politica, ancora concentrata sui social, fatica a stare al passo con l’evoluzione tecnologica.

Pastorella, da dove nasce questa iniziativa?

Nasce da un fatto di cronaca statunitense, un suicidio legato a una relazione degenerata con un chatbot. Da lì mi sono chiesta se fosse un caso isolato o un segnale più ampio. Approfondendo, ho visto che non era così: Fondazione Carolina, Save the Children e Scuola.net stavano già lavorando su dati che mostrano un uso crescente di questi strumenti anche per supporto emotivo. A quel punto ho capito che il tema non era ancora davvero entrato nel dibattito pubblico e politico.

La politica è in ritardo?

Sì, ed è evidente. Siamo ancora fermi ai social, che restano un tema importante ma non sufficiente. I giovani sono già oltre. I chatbot e l’intelligenza artificiale fanno parte della loro quotidianità in modo molto più profondo, anche sul piano personale e relazionale. È un tema generazionale che la politica deve iniziare ad affrontare seriamente.

Qual è l’obiettivo della proposta di legge, in definitiva?

Non è un approccio proibizionista. Non voglio limitare l’accesso dei giovani alla tecnologia, sarebbe sbagliato. L’obiettivo è introdurre tutele specifiche. Da un lato, rendere effettiva la verifica dell’età, dando attuazione a norme già esistenti e collegandoci anche alle iniziative europee, come l’app per l’age verification che in Italia sarà integrata nell’app IO. Dall’altro, capire che tipo di utenza abbiamo davanti, distinguendo chiaramente tra minori e maggiorenni.

Il cuore del provvedimento è il limite alla memoria delle conversazioni. Perché?

Perché è lì che si gioca la partita. Se un chatbot conserva a lungo conversazioni emotive, può arrivare a conoscere molto bene un ragazzo e sviluppare una relazione continuativa, quasi personale. Limitare la memoria a cinque giorni serve proprio a evitare questo: ridurre la possibilità che si crei un legame emotivo profondo e che il chatbot diventi troppo pervasivo nella vita di un minore. Parliamo solo della sfera emotiva, non dell’uso generale dello strumento.

Esistono già norme su contenuti pericolosi. Cosa manca?

È vero, l’istigazione al suicidio o all’autolesionismo sono già illegali. Ma qui siamo in una zona grigia: quella del coinvolgimento emotivo. Non sempre si tratta di contenuti esplicitamente vietati, ma di dinamiche relazionali che possono avere effetti importanti sulla fragilità dei ragazzi. È questo spazio che oggi non è regolato e che la proposta prova a intercettare.

I giovani sono consapevoli dei rischi?

In parte sì. Molti sanno che un uso eccessivo può avere effetti negativi sulle relazioni umane. Il punto è che non è più un’alternativa secca tra online e offline: il rischio è che il chatbot arrivi a sostituire l’interazione umana, soprattutto nei momenti di fragilità.

Che clima politico si aspetta attorno a questa proposta?

Mi aspetto qualcosa di simile a quanto visto sui social: in teoria tutti d’accordo, in pratica molta fatica a portare a casa risultati concreti. Ci sono proposte ferme da mesi. Tuttavia noto interesse trasversale: alla presentazione della proposta di legge alla Camera era presente anche un esponente della maggioranza, presidente della Commissione Trasporti e Digitale. Questo mi fa pensare in un interesse sul tema anche da parte della maggioranza. 

Serve un intervento europeo?

Assolutamente sì. Un’azione efficace deve essere almeno a livello europeo. Il tema è meno maturo rispetto a quello dei social, ma proprio per questo è importante iniziare a porlo anche nelle sedi Ue, intercettando una tendenza che riguarda diversi Paesi e spingendo verso un’armonizzazione delle regole. La pressione degli Stati membri può fare la differenza e spingere l’Ue in questa direzione. 

Autore
Formiche

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