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Nel 2029 si andrà in pensione a 67 anni e 6 mesi, le tabelle della Ragioneria di Stato fino al 2031

  • Postato il 23 settembre 2026
  • Lavoro
  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

La Ragioneria dello Stato ha pubblicato le nuove proiezioni sui requisiti pensionistici per il prossimo decennio. Secondo le tabelle ufficiali, nel 2029 l'età minima per accedere alla pensione salirà a 67 anni e 6 mesi, con ulteriori incrementi previsti fino al 2031. Questo adeguamento automatico segue l'evoluzione della speranza di vita della popolazione italiana, determinando un progressivo innalzamento dell'età pensionabile in linea con le dinamiche demografiche del Paese.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Nel 2029 si andrà in pensione a 67 anni e 6 mesi, le tabelle della Ragioneria di Stato fino al 2031

L’età per andare in pensione continuerà a salire nei prossimi anni, seguendo l’andamento della speranza di vita. A tracciare il quadro è la Ragioneria generale dello Stato nel consueto rapporto annuale sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario.

Le tabelle elaborate dalla Rgs delineano una progressione dei requisiti che, secondo le proiezioni, porterà l’età della pensione di vecchiaia fino a 67 anni e 8 mesi nel 2031. Il primo aumento arriverà nel 2027, quando per la pensione di vecchiaia saranno necessari 67 anni e un mese. Nel 2028 il requisito salirà a 67 anni e tre mesi, per arrivare a 67 anni e sei mesi nel 2029. Due anni dopo, nel 2031, l’età prevista sarà di 67 anni e otto mesi.

Si tratta, per gli anni più lontani, di proiezioni legate al meccanismo di adeguamento dei requisiti alla speranza di vita e non di un calendario definitivo già fissato per legge. Le stime della Ragioneria sono costruite sulla base delle previsioni demografiche e degli scenari macroeconomici disponibili.

Pensione anticipata, oltre 43 anni di contributi

L’aumento riguarda anche la pensione anticipata, per la quale il requisito è legato agli anni di contribuzione e non all’età anagrafica. Nel 2027 saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi, che diventeranno 43 anni e un mese nel 2028. Nel 2029 il requisito salirà a 43 anni e quattro mesi, mentre nel 2031 arriverà a 43 anni e sei mesi. Per le donne è previsto un anno di contribuzione in meno. Nel 2029, dunque, il requisito sarebbe di 42 anni e quattro mesi, mentre nel 2031 salirebbe a 42 anni e sei mesi.

Anche in questo caso la progressione è collegata all’adeguamento automatico alla speranza di vita. L’effetto è quello di rendere progressivamente più lungo il periodo di permanenza al lavoro sia per chi accede alla pensione di vecchiaia sia per chi punta all’uscita anticipata attraverso la contribuzione.

La spesa pensionistica al 17,1% del Pil nel 2041

Il rapporto della Ragioneria non si limita ai requisiti per il pensionamento, ma fotografa anche l’evoluzione della spesa previdenziale nel lungo periodo. Il dato più significativo è il picco previsto nel 2041, quando la spesa pensionistica raggiungerà il 17,1% del Pil, rimanendo su quel livello anche nei tre anni successivi.

La crescita, spiega la Rgs, è legata soprattutto all’aumento del numero delle pensioni rispetto a quello degli occupati, effetto della transizione demografica e, in particolare, dell’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom. A contenere solo in parte questa dinamica contribuiranno l’aumento dei requisiti minimi per l’accesso alla pensione e il progressivo effetto del sistema contributivo sul calcolo degli assegni. La graduale applicazione del contributivo come metodo generalizzato di calcolo porterà infatti a un contenimento della spesa rispetto a quanto sarebbe avvenuto con un sistema interamente retributivo.

Dopo il picco, la traiettoria dovrebbe invertirsi. Dal 2045 la spesa pensionistica in rapporto al Pil è prevista in progressiva diminuzione, fino al 16,2% nel 2050 e al 14% nel 2070. La riduzione sarà determinata dalla progressiva uscita dal sistema delle generazioni del baby boom e dalla stabilizzazione, seguita da una diminuzione, del rapporto tra il numero delle pensioni e quello degli occupati. Anche in questa fase continuerà a incidere l’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita.

Pensioni, sanità e assistenza: nel 2044 la spesa al 25,5% del Pil

Il quadro cambia se, oltre alle pensioni, si considerano anche la sanità e la long term care, cioè l’assistenza di lungo periodo. Nel complesso, la spesa pubblica collegata all’invecchiamento della popolazione rappresenta una componente particolarmente rilevante dei conti pubblici. La dinamica è stata fortemente condizionata dalla pandemia. Nel 2020, a causa dell’emergenza Covid e del crollo del Pil, il rapporto tra questa spesa e il prodotto interno lordo è arrivato al 25,3%.

Con la successiva ripresa dell’economia, il rapporto è sceso di 3,3 punti percentuali, fino al 22,1% del Pil nel 2023. La tendenza tornerà però a essere crescente: secondo le proiezioni della Ragioneria, si arriverà al 23,2% nel 2030, per poi raggiungere il massimo del 25,5% nel 2044.

Dopo quel punto è prevista una nuova discesa, fino al 23% del Pil nel 2070. Anche in questo caso il principale fattore di pressione resta l’invecchiamento della popolazione, mentre nel lungo periodo peseranno gli effetti della transizione demografica e dell’adeguamento dei requisiti pensionistici.

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Il Fatto Quotidiano

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