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“Ndrangheta stragista”, l’Appello bis conferma l’ergastolo per Graviano e Filippone

  • Postato il 11 luglio 2026
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“Ndrangheta stragista”, l’Appello bis conferma l’ergastolo per Graviano e Filippone

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“Ndrangheta stragista”, l’Appello bis conferma l’ergastolo per Graviano e Filippone

Sentenza “Ndrangheta stragista”, ergastolo per Graviano e Filippone. Tra i reati contestati l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo. Nel processo di appello bis confermata la condanna, l’asse con la mafia siciliana.


REGGIO CALABRIA – Il processo di appello bis scaturito dall’inchiesta denominata “Ndrangheta stragista” si è concluso con la condanna all’ergastolo del boss siciliano Giuseppe Graviano e di Rocco Santo Filippone, indicato come uomo di potere all’interno del clan Piromalli di Gioia Tauro. La sentenza è stata letta ieri pomeriggio, dopo quasi venti ore di camera di consiglio, dalla Corte d’assise di appello di Reggio Calabria (Angelina Bandiera, presidente, Caterina Asciutto, giudice a latere), che ha dovuto valutare i contenuti dell’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e gli elementi da approfondire secondo i rilievi della Corte di cassazione.

La Suprema corte, infatti, aveva annullato con rinvio il primo processo di appello, conclusosi nel 2020 con una sentenza sempre di condanna al carcere a vita per i due imputati. Decisione peraltro confermativa della sentenza di primo grado. Anche il secondo grado bis ribadisce che Graviano e Filippone sono stati ispiratori e partecipi di una strategia del terrore – decisa sia da Cosa Nostra sia dalla mafia calabrese – che raggiunse il suo acme nell’agguato del 18 gennaio 1994, nel quale morirono a Scilla due valorosi carabinieri: Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Un attacco a simboli dello Stato con un fine diabolico: far percepire la potenza delle cosche e la capacità delle stesse di dichiarare guerra alle istituzioni democratiche. Un piano distruttivo, nelle intenzioni, che aveva nelle sua genesi anche la pianificazione di una serie di attentati all’Arma dei carabinieri, poi realmente compiuti.

SENTENZA NDRANGHETA STRAGISTA: LA STRATEGIA DEL TERRORE DEGLI ANNI NOVANTA E IL COLLEGAMENTO TRA CALABRIA E SICILIA NEL PROCESSO A GRAVIANO E FILIPPONE

La vicenda al centro di questo procedimento rappresenta una delle pagine più inquietanti della storia italiana del fine secolo scorso. Gli inizi degli anni ’90, precisamente nel 1993, furono insanguinati da attacchi al cuore di città simbolo: la strage di via dei Georgofili a Firenze, l’attentato alla Chiesa di San Giorgio al  Velabro e di San Giovanni  in Laterano a Roma furono intese come la dichiarazione di guerra proclamata dall’antistato. Il martirio di Garofalo e Fava rientra a pieno titolo nella logica di un attacco che avrebbe dovuto stabilizzare gli equilibri e al quale avrebbero dato linfa anche pezzi di politica e massoneria deviate. ’Ndrangheta e Cosa nostra si esaltarono di fronte ad una tale prospettiva, fino a sferrare i primi potenti colpi. Tutto questo è stato materiale di studio dei magistrati Giuseppe Lombardo e Walter Ignazzitto, che rappresentarono l’accusa nel processo di primo grado.

Pm e investigatori dell’Arma produssero fascicoli su fascicoli, arrivando intanto all’individuazione di un collegamento tra la Sicilia e la Calabria. C’è un passaggio dell’indagine, che viene considerato significativo anche nella valutazione delle carte, proseguita fino alla sentenza di ieri, e cioè le convinte considerazioni di stima che Filippone rivolge, senza sapere di essere intercettato, nei confronti di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo.

I LEGAMENI CON I CORLEONESI, LA DOPPIA AFFILIAZIONE E LE EVOLUZIONI DELLE COSCHE

Filippone li indica, in una intercettazione in carcere, come i veri eredi di Riina. Sarebbero loro gli unici a poter ambire al ruolo che fu di Zi Totò, l’indiscusso leader dei Corleonesi. ’Ndrangheta stragista è stata un’inchiesta che ha consentito anche di scoprire, attraverso la rivelazione riscontrata del collaboratore Girolamo Bruzzese, il rito della doppia affiliazione. In sintesi, boss storici della ’ndrangheta  erano stati battezzati anche in Sicilia, arrivando ad avere ruoli di comando anche al di là dello Stretto. La doppia affiliazione non è un particolare di scarso interesse, perché va a confermare l’esistenza di una sinergia criminale tra le due mafie.

E la logica di far sprofondare nel terrore un’intera nazione trova supporto e consolidamento nella collaborazione lucidamente folle e criminale. Del resto non va dimenticato che dopo la vittoria militare nella guerra ottenuta dai De Stefano e dai Piromalli sulla vecchia ’ndrangheta, sarebbero cambiate, come ebbe a  sottolineare nella sua prima arringa il pm Lombardo, la pelle e la  struttura delle cosche. Quella fase avrebbe significato l’inizio di nuovi e più spregiudicati interessi, di una mafia calabrese che fa politica, che entra nei gangli del potere pubblico, che investe miliardi nel traffico di droga e per questo non vuole intromissioni.

SENTENZA, NDRANGHETA STRAGISTA: LE DIFESE DI GRAVIANO, IL PROFILO DI FILIPPONE E LE RADICI STORICHE DELLE STRAGI

Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, anche secondo i giudici del processo di appello bis, di questa logica sarebbero stati interpreti, fino a programmare una vera e propria ribellione, alzando il tiro e il livello di competizione. A nulla sono valsi i contenuti della dichiarazioni spontanee di Graviano prima dell’inizio della Camera di consiglio dell’altro ieri. Ai giudici ha detto di non avere mai avuto contatto con i Piromalli e di non essere mai stato nella zone in cui gli uomini della cosca della Piana di Gioia Tauro avrebbero agito. Graviano, dunque, si è smarcato dai suoi presunti sodali e di conseguenza da Filippone, del quale i magistrati hanno sempre disegnato un profilo quasi da eminenza grigia.

Un uomo salito ai vertici del potere già nel 1969, anno in cui si tenne il summit di Montalto, una sorta di conferenza criminale nel quale la mafia calabrese cominciò a mutare. I primi forti segnali del mutamento si sarebbero svelati  ad inizio anni Settanta con l’eliminazione di Antonio Macrì e Mico Tripodo, boss temuti e rispettati in tutto il mondo, rappresentanti di una mafia fatta di codici e di limiti invalicabili. Quei limiti, che gli emergenti vollero oltrepassare. La folle stagione delle stragi è figlia anche di quel diabolico pregresso.

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