Nainggolan a cuore aperto: "Mio padre mi abbandonò a 5 anni, l'ho rivisto e mi ha chiesto dei soldi. Mai più sentito, è morto e non mi manca"
- Postato il 8 ottobre 2026
- Di Virgilio.it
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In Italia, ma in realtà in tutti i club europei in cui ha giocato, lo ricordiamo sia per le sgroppate impetuose che per le mattane fuori dal campo, per le sigarette e l’alcol che ne hanno limitato una carriera fatta di alti e bassi. Oggi Radja Nainggolan gioca ancora, nel Patro, in serie B belga. Non ha smesso di fumare anche se è passato alle sigarette elettroniche, e si confessa a cuore aperto a Nieuwsblad, meravigliosi ricordi dell’Indonesia, il paese del padre con cui non ha mai avuto un vero rapporto. Il signor Marianus Nainggolan, un indonesiano protestante dell’etnia batak, abbandonò lui, la madre e la sorella gemella Riana lasciandoli in condizioni precarie quando Radja era ancora un bambino, motivo per cui i due furono cresciuti unicamente dalla mamma, che morì nel 2010.
L’abbandono da parte del padre
Quando Radja Nainggolan ha esordito con i Diavoli Rossi nel 2009, il paese di suo padre Marianus era ancora un mistero per lui. “Non potevo avere dubbi sulla nazionale perché non conoscevo il paese. Sono cresciuto a Linkeroever, tra africani e maghrebini. La cultura indonesiana mi era sconosciuta. Quando avevo circa cinque anni, mio padre se n’è andato. Non l’ho più rivisto. Fino al 2013, quando sono stato invitato lì per un tour ben retribuito di due settimane. È stato divertente e ho iniziato ad apprezzare quello stile di vita. Nainggolan era il nome di un clan nel nord di Sumatra, molto tempo fa”. Quella prima visita, seguita poi da un tour con la Roma, suscita curiosità sulle sue origini.
Anche se significa ricongiungersi con suo padre. L’uomo che ha abbandonato moglie e figli. “Durante quella visita nel 2013, c’erano cinquemila persone ad aspettarmi all’aeroporto. Lui era in prima fila. Gli sono semplicemente passato accanto. Non mi ha dato fastidio. Ho conosciuto altri membri della famiglia in quell’occasione. Mi hanno convinto a dargli una possibilità. Alla fine di quelle due settimane, sono finalmente andato a cena a casa sua. C’era anche il resto della famiglia. Lui viveva in una tenuta privata con una villa e una piscina. È in quei momenti che mi vengono in mente pensieri del tipo: ‘Ma dai, amico, com’è possibile che non hai mai pensato ai tuoi figli?’ Una volta, io e mia sorella da piccoli gli abbiamo mandato un’email chiedendogli dei soldi, e lui ci ha risposto con 75 euro. Ci compri un paio di pantaloni e spariscono. …Durante quella cena, gli ho rivolto a malapena due parole. Ci siamo scambiati i numeri di telefono dopo, però. Con l’idea: vediamo come si evolvono le cose, prendiamocela con calma. Due settimane dopo, mi ha chiesto lui dei soldi. È stato allora che ho messo una pietra sopra. Non l’ho più visto né sentito.”
Il rapporto con lo zio
Poi torna sui legami familiari. “Il fratello minore di mio padre non ha lasciato il Belgio fino a quando non ho compiuto 10 anni. Avevo un legame con lui. Così, una volta in Indonesia, sono andato subito a trovarlo a Bali, abbiamo giocato a biliardo e siamo andati a cena fuori. Lì ho avuto modo di riavvicinarmi un po’ alla mia famiglia. Le zie, i loro figli, persino i loro nipoti. Parlo ancora regolarmente con alcuni di loro. Ma avevo chiarito loro una cosa: se volete contattarmi, lasciate stare mio padre. Hanno rispettato la mia richiesta. Lui aveva provato a contattarmi all’epoca, ma non l’ho più visto da allora. È morto di recente. Mi hanno mandato delle foto di lui, nella bara. Non mi ha turbato. Se morisse mio zio, lo troverei molto peggio.”
L’amore per l’Indonesia
L’Indonesia l’ha riscoperta solo nel 2023, dopo sei mesi trascorsi alla SPAL: “Stavo pensando di smettere di giocare a calcio. Finché l’ex presidente dell’Inter, ora a capo della Federazione calcistica indonesiana, non mi ha invitato a fare da ambasciatore per i Mondiali Under 17. Ho trascorso due settimane meravigliose lì. Dopo, non sapevo cosa fare. Finché non ho ricevuto una telefonata in cui mi chiedevano se volevo andare a giocare lì. Ho accettato con grande piacere, ma volevo giocare solo a Giacarta o a Bali. Si è scoperto che la squadra della polizia statale, il Bhayangkara FC, poteva aver bisogno di me. Così mi hanno mandato lì per sei mesi. Quello che ho guadagnato non era male : 400.000 euro in sei mesi. Per il costo della vita lì, ero strapagato come mai prima d’ora.
Non parla la lingua. “Il Bahasa non è difficile, però. Non ha grammatica. Usano sempre le parole per intero. E si riconoscono anche le cose: un asciugamano si dice handuk ” . Si stava divertendo, anche se il calcio veniva giocato in modo disorganizzato e nessuno veniva alle partite in casa. “Era la squadra della polizia e tutti sono un po’ contrari a questo, sai. Però ho giocato con dei bravi ragazzi, che sarebbero diventati poliziotti dopo la carriera. Hai mai visto ‘ Le prigioni più dure del mondo’ su Netflix? Le storie che si sentono dagli uomini rinchiusi lì a Bali. Per un po’ di droga che in Olanda o in Belgio sarebbe considerata per uso personale, lì ti prendi dieci anni di carcere. La gente non osa fare niente lì. I poliziotti devono principalmente dirigere il traffico. Vivevo al 28° piano. Se volevo comunicare con gli amici in Belgio erano le dieci di sera qui e le cinque del mattino lì. Poi all’improvviso iniziava la preghiera del mattino. Non scherzo, cinquanta moschee contemporaneamente, una ad ogni angolo. Il che a volte rendeva difficile dormire. Ma durante il Ramadan, mi alzavo con loro la mattina per mangiare. Era bello.”
Il grande rimpianto
Infine il rimpianto sull’aver scelto la nazionalità belga: “In Indonesia ci sono settantamila persone lì per una partita contro il Vietnam o l’Iraq; ecco quanto sono fanatici. Lì girano anche soldi. I giocatori sono persino sponsorizzati da Louis Vuitton, Hublot, Rolex… Mentre un giocatore della nazionale come Ivar Jenner ha giocato solo per lo Jong Utrecht qui. La fama che si ottiene lì, l’attenzione mediatica, l’immagine… puoi sfruttarla anche in futuro, quando smetterai di giocare. All’epoca non ci pensavo, ma ora che ho 38 anni, vedo le cose diversamente. Soprattutto se ripenso alla mia carriera in nazionale e a come si è conclusa sotto la guida di Martinez. Avrei potuto avere una carriera di quindici anni nella nazionale indonesiana.”