Mondiali, da Franco Baresi a Ronaldo: i campioni del mondo senza aver giocato un minuto
- Postato il 10 giugno 2026
- Calcio
- Di Il Fatto Quotidiano
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Se si trattasse di un articolo di cuore, allora sarebbero sicuramente Marco Amelia e Angelo Peruzzi i protagonisti assoluti: scrittori di favole meravigliose, seppur restando sempre e solo sullo sfondo. Campioni del mondo, sì, ma senza scendere mai in campo. E quella di Amelia e Peruzzi è una schiera piuttosto ampia: i portieri di riserva sono una costante dei campioni del mondo a minuti zero. Con loro ci sono anche Ivano Bordon e Giovanni Galli, per citare solo l’ambito azzurro, e poi tra quelli più noti c’è Pepe Reina, campione con la Spagna nel 2010 alle spalle di Iker Casillas, o Bernard Lama con la Francia del 1998, forse anche per una questione di pura scaramanzia: Laurent Blanc baciava la pelata di Fabien Barthez prima di ogni gara, e con le treccine di Lama l’idillio sarebbe stato decisamente più complicato.
Insomma, la solitudine dei numeri 12 (e dei 23), nel 99,9 per cento dei casi spettatori silenziosi dei trionfi dei propri compagni: dal mitico Ricardo La Volpe nel 1978, passando per Roman Weidenfeller nel 2014 e Steve Mandanda nel 2018, fino a Gerónimo Rulli nel 2022, oscurato sia in campo che fuori dallo strabordare del Dibu Martínez. Non manca l’eccezione che conferma la regola, come la storia di Gianpiero Combi, che nel 1934 non avrebbe dovuto nemmeno esserci; e invece, dopo la rottura del braccio del titolare designato Carlo Ceresoli, fu richiamato a furor di popolo per guidare l’Italia alla vittoria.
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E poi ci sono gli altri campioni a zero minuti. I calciatori di movimento, anime e corpi di una spedizione che incidono nello spogliatoio senza mai calpestare l’erba. Uno dei più grandi difensori della storia del calcio, Franco Baresi, è diventato campione del mondo a Spagna 1982 senza mai giocare – quando invece avrebbe meritato la gloria eterna dodici anni più tardi, nel 1994, dopo una finale mostruosa contro il Brasile, rientrato miracolosamente a tempo di record da un’operazione al menisco per poi arrendersi solo ai rigori. Con lui, in quel gruppo dell’82, c’erano l’elegante “Zar” Pietro Vierchowod, Beppe Dossena, Franco Selvaggi e Daniele Massaro, che Baresi avrebbe poi ritrovato nel grande Milan.
Allargando l’orizzonte oltre i nostri confini, la galleria dei “fantasmi d’oro” si arricchisce di aneddoti straordinari. Nel 2010, mentre la Spagna di Del Bosque incantava il pianeta con il suo tiki-taka, l’equilibratore silenzioso Raúl Albiol guardava i compagni dalla panchina, preservando muscoli e silenzio per una medaglia d’oro che brilla identica sul petto. Nel 2018, invece, la Francia si laureava campione in Russia potendo contare sul carisma d’esportazione di Adil Rami: zero minuti sul rettangolo verde, ma un ruolo da leader emotivo insostituibile nello spogliatoio di Didier Deschamps, celebrato dai compagni come un vero e proprio amuleto portafortuna.
Ma la storia dei Mondiali sa essere anche un paradosso temporale. Nel 1994, negli Stati Uniti, il Brasile sollevava la sua quarta coppa trascinato da Romário. Pochi ricordano che in quella rosa figurava un ragazzino di diciassette anni, con l’apparecchio ai denti e il nome “Ronaldinho” sulle spalle per distinguerlo dal compagno Ronaldo Rodrigues. Quel ragazzino era il Fenomeno, Ronaldo Luís Nazário de Lima. Non giocò un solo secondo in America, quasi a voler custodire l’energia per il futuro. Si sarebbe rifatto, eccome se si sarebbe rifatto, prendendosi il pianeta nel 2002 da capocannoniere e protagonista assoluto.
Diverso e decisamente più cupo è il destino che legò Daniel Passarella al Messico nel 1986. Già capitano e simbolo dell’Argentina campione nel 1978, il Gran Capitán fu costretto a guardare l’epopea di Diego Armando Maradona dalla tribuna. Ufficialmente fu un’infezione intestinale a estrometterlo dai giochi, seguita da uno strappo muscolare. Qualcuno, però, nel ritiro dell’Albiceleste, sussurrava di una presunta maledizione, una spaccatura insanabile tra la vecchia guardia e il nuovo re Diego che trasformò quel trionfo in un esilio dorato per il vecchio leader.
Cosa resta, allora, a questi campioni senza voto in pagella? Resta la certezza che la Coppa del Mondo non si vince in undici, e nemmeno in quattordici. Si vince nella sofferenza degli allenamenti, nelle parole giuste dette prima di entrare in un tunnel, nella dignità di chi accetta di essere secondo perché il bene comune vale più della gloria personale. Non avranno sudato la maglia nei novanta minuti decisivi, ma l’oro della medaglia che portano al collo non è meno lucido. Perché in fondo, anche per scrivere le storie più belle, c’è sempre bisogno di qualcuno che sappia reggere l’inchiostro.
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