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“Mi sento in imbarazzo e mi vergogno a parlare di calcio”: Ceuta torna in campo dopo la crisi migratoria. La sfida all’Andorra nella partita dei confini

  • Postato il 15 agosto 2026
  • Calcio
  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Mi sento in imbarazzo e mi vergogno a parlare di calcio”: Ceuta torna in campo dopo la crisi migratoria. La sfida all’Andorra nella partita dei confini

Sabato la Segunda División spagnola propone una partita che, per essere capita, ha bisogno prima di una cartina geografica e soltanto dopo della classifica. Lo stadio non è in Spagna: si gioca a Encamp, nel Principato di Andorra. La squadra ospite è spagnola, ma arriva dall’Africa: l’AD Ceuta rappresenta la città autonoma affacciata sul Mediterraneo e confinante con il Marocco. Un club di un altro Stato contro una squadra spagnola di un altro continente, dentro la Segunda División spagnola.

Per l’FC Andorra, giocare in Spagna è un’anomalia diventata tradizione. Il club nacque nel 1942, quando nel Principato non esisteva ancora una federazione calcistica nazionale: sarebbe arrivata soltanto nel 1994. I fondatori chiesero allora l’autorizzazione a FIFA e federazione spagnola, iscrivendosi alla federazione catalana. Ottant’anni dopo è ancora così: maglia blu, gialla e rossa come la bandiera andorrana, sede in uno Stato sovrano, campionato oltreconfine. È l’unica società del Principato a disputare stabilmente competizioni straniere.

Dal 2018 quell’anomalia ha acquistato anche un volto famoso. L’ingresso del gruppo Kosmos di Gerard Piqué ha trasformato una società che dieci anni prima aveva rischiato di sparire in un progetto capace di raggiungere il professionismo. La scalata è stata rapidissima e ha portato con sé un’identità tecnica riconoscibile. Dall’altra parte c’è Ceuta, dove per arrivare in Spagna non bisogna andare verso nord: ci si è già dentro. La città è territorio spagnolo sulla costa nordafricana, separata dalla penisola dallo Stretto e appoggiata fisicamente al Marocco. Anche il suo calcio ha trascorso decenni alla periferia. Quando nel 2025 l’AD Ceuta conquistò la Segunda, il calcio professionistico tornò in città dopo 45 anni.

Dietro la rinascita c’è il progetto costruito durante la presidenza di Luhay Hamido: dalle categorie minori all’ascesa del 2021, poi la Primera Federación e infine il salto fra i professionisti. “Questo non si ottiene in una stagione”, ha spiegato Juan Hosé Romero, allenatore del Ceuta. “È il risultato del lavoro, dello sforzo e della crescita di un intero progetto”, ha spiegato l’allenatore che alla vigilia del match ha dichiarato: “Mi sento un po’ in imbarazzo e mi vergogno a parlare di calcio, visti gli eventi che stiamo vivendo in città. E penso che il calcio, in quanto piattaforma, debba prendere posizione su quanto sta accadendo qui. È una situazione molto seria”.

Quella promozione ha consegnato alla Segunda anche una delle trasferte più singolari del calcio europeo. Perché ogni volta che il Ceuta gioca in casa, il campionato spagnolo attraversa idealmente il Mediterraneo. Romero, al momento dell’approdo tra i professionisti, non nascose l’enormità del salto: “Arriviamo nell’élite, nella cosiddetta sesta lega del mondo”, aggiungendo che sarebbe stato “qualcosa di straordinario per Ceuta”. Straordinario lo è stato davvero: nella scorsa stagione i ceutí hanno affrontato due volte proprio l’Andorra e lo hanno battuto sia al Murube, 2-1, sia nel Principato, 2-0. Il calendario 2026-27 ha deciso di ripartire esattamente da lì.

Ma quest’estate il confine che circonda Ceuta ha smesso brutalmente di essere soltanto una linea sulla mappa. A fine luglio decine di migliaia di persone hanno raggiunto l’enclave dal Marocco via terra e mare, provocando una delle più gravi crisi migratorie vissute dalla città negli ultimi anni. Reuters ha riferito di circa 72 mila arrivi nell’arco di una settimana; la maggior parte è successivamente rientrata, mentre oltre un migliaio di minori non accompagnati risultavano ancora presenti all’inizio di agosto. Il governo locale ha chiesto aiuto a Madrid e alle altre regioni spagnole per l’accoglienza. Oggi, 15 agosto, mentre intorno a Ceuta si continua a discutere di chi possa attraversare un confine e a quali condizioni, la sua squadra lo farà per la ragione più normale possibile: andare a giocare una partita.

Sarebbe facile caricare Andorra-Ceuta di significati che ventidue calciatori non hanno chiesto di portare sulle spalle. Eppure proprio qui sta il fascino della partita. Ceuta e Andorra appartengono al calcio spagnolo arrivandoci da direzioni opposte. L’Andorra non è Spagna, ma ha scelto il suo campionato quando ancora non possedeva il proprio. Ceuta è Spagna, ma basta guardare il planisfero per trovarla in Africa. Una ha attraversato un confine sportivo, l’altra vive quotidianamente sopra un confine politico. Entrambe, in modi diversi, ricordano quanto siano insufficienti le cartine quando provano a spiegare appartenenza e identità. Sabato, però, ci sarà un momento in cui tutte queste linee perderanno importanza. Il pallone verrà messo al centro, l’arbitro fischierà e Andorra e Ceuta torneranno a essere soltanto due squadre con zero punti alla prima giornata.

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Il Fatto Quotidiano

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