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Melonelly? Se Travaglio c’azzecca… Per fortuna

  • Postato il 24 luglio 2026
  • Politica
  • Di Formiche
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  • 3 min di lettura
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Melonelly? Se Travaglio c’azzecca… Per fortuna

C’è un curioso paradosso nella politica italiana: a volte è proprio chi vorrebbe dimostrare l’incoerenza altrui a fotografare, involontariamente, una delle poche costanti strategiche del Paese. Marco Travaglio, nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano, lo fa quando osserva che, alla fine, “tutti i governi italiani” finiscono per convergere su posizioni occidentali e filo-atlantiche.

La conclusione è polemica. L’intuizione, invece, è tutt’altro che peregrina. Anzi: è probabilmente una delle cose più positive che si possano dire della politica estera italiana. Perché la collocazione internazionale di Roma non può essere una variabile dipendente dalle simpatie del momento, dalle letture ideologiche o dalle campagne elettorali.

Può cambiare il governo, può cambiare la maggioranza, può cambiare il tono della relazione con Washington. Ma alla fine l’Italia torna lì: dentro l’Occidente, dentro la Nato, dentro il rapporto transatlantico. Non per automatismo, ma per una ragione molto concreta. È quella la collocazione che garantisce al Paese credibilità, affidabilità e peso internazionale.

Travaglio, nel suo ragionamento, parte da una constatazione: Elly Schlein, che aveva iniziato la sua parabola politica su posizioni assai più critiche verso l’Alleanza atlantica e più problematiche rispetto al sostegno militare all’Ucraina, oggi appare molto più cauta. Sul dossier ucraino, osserva il direttore del Fatto, la segretaria dem sembra ormai muoversi dentro un perimetro occidentale. E anche sul rapporto con gli Stati Uniti, il Partito democratico ha avviato una riflessione tutt’altro che marginale.

Qui, però, la lettura può essere rovesciata. Non è necessariamente un cedimento. È, piuttosto, il segnale che quando un partito comincia a considerare concretamente l’ipotesi di governo, la responsabilità tende a prevalere sull’identità. E la responsabilità, in politica estera, significa sapere che l’Italia non può permettersi ambiguità sulla propria collocazione strategica. Il percorso del Pd è significativo e non parte da oggi.

Qualche tempo fa, ad esempio, la fondazione Demo ha promosso al Nazareno un seminario dedicato agli Stati Uniti, alle radici del trumpismo e al futuro dell’asse transatlantico, mettendo attorno allo stesso tavolo dirigenti dem, studiosi e osservatori come Nathalie Tocci, Mario Del Pero, Antonio Monda, Giovanna Botteri e Alberto Melloni.

Un’iniziativa sulla quale Formiche.net ha acceso i riflettori, raccontandone il significato politico: comprendere l’America, distinguere gli Stati Uniti dall’amministrazione Trump e, soprattutto, riaffermare la centralità del legame transatlantico.

Non è un dettaglio. Un partito che aspira a governare deve conoscere gli Stati Uniti, così come deve conoscere l’Europa. Deve poter discutere con Washington anche criticamente, ma senza mettere in discussione il quadro strategico dentro il quale l’Italia ha costruito la propria sicurezza e la propria influenza. L’autonomia non è neutralità. E il multilateralismo non è equidistanza tra democrazie e regimi autoritari.

È qui che la conclusione di Travaglio diventa, paradossalmente, una buona notizia.

Se davvero i governi italiani, quale che sia il loro colore politico, alla fine convergono verso una posizione occidentale e atlantica, significa che esiste una continuità di fondo della politica estera italiana. Una continuità che può essere discussa, aggiornata, persino reinterpretata, ma non cancellata a ogni cambio di maggioranza.

Il punto non è che Schlein debba diventare Giorgia Meloni. Né che il Pd debba rinunciare alle proprie differenze rispetto alla destra. Il punto è un altro: si può essere progressisti, europeisti, critici verso alcune scelte americane e contemporaneamente profondamente occidentali.

Anzi, proprio la capacità di tenere insieme queste dimensioni è ciò che distingue una forza di governo da una forza di protesta. La politica estera, del resto, presenta sempre il conto delle semplificazioni.

Il Pd sembra averlo capito.

E se Elly Schlein, in prospettiva, sta spostando il baricentro verso posizioni più chiaramente filo-occidentali e atlantiche, forse non è perché ha smesso di essere la Schlein barricadera delle origini.

È, molto probabilmente, perché sta iniziando a misurarsi con il peso della possibilità di governare. In questa prospettiva, l’Occidente resta il punto di approdo.

E per fortuna.

Autore
Formiche

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