Marotta e la ricetta per l’Inter sostenibile che non piace ai tifosi
- Postato il 14 luglio 2026
- Di Panorama
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La strategia gestionale di Marotta per l'Inter punta sulla sostenibilità economica e sulla valorizzazione dei giovani talenti, una scelta che garantisce competitività ma genera dibattiti tra la tifoseria. Il presidente nerazzurro predilige un modello di mercato equilibrato, evitando investimenti massicci in favore di una crescita strutturata. Questo approccio, sebbene vincente sul campo, non sempre soddisfa chi vorrebbe trasferimenti più ambiziosi e immediate gratificazioni competitive.
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E’ la squadra che parte con lo scudetto cucito sulla maglia, con in aggiunta la coccarda della Coppa Italia. Quella che ha vinto di più nelle ultime stagioni, che ha sistemato i conti anche fuori dal campo e che – unica italiana – si è arrampicata anche quasi fino alla vetta dell’Europa che conta. Eppure il clima che circonda l’avvio di stagione dell’Inter campione d’Italia è diverso da quello che ci si potrebbe aspettare in una situazione di normalità.
Il mercato langue, i colpi fin qui sono andati a vuoto, Cristian Chivu garantisce sulla qualità della rosa che si appresta a guidare per il secondo anno, il presidente Beppe Marotta parla e la gente mormora. Insoddisfatta. Spaventata dall’idea che la logica del fondo californiano Oaktree e della capofila che sta in testa stia accompagnando il club in un lento, ma inesorabile, processo di spostamento degli obiettivi: dalle vittorie in campo alla valorizzazione dell’asset in vista di una futura (non immediata) cessione al miglior offerente. La logica del fondo, appunto, quella che i tifosi dell’Inter hanno osservato con distaccata superiorità nelle ultime stagione del Milan vicino di casa e rivale di sempre.
Cosa significa sostenibilità nell’azienda Inter?
E’ così? Non necessariamente, anche se la sostenibilità più volte evocata da Marotta, non solo nell’incontro con i giornalisti ad apertura della stagione sportiva che va a cominciare, è un mantra indifferibile e corretto per l’azienda calcistica italiana e allo stesso tempo un rospo duro da digerire per gli appassionati. In fondo il presidente dell’Inter non ha detto nulla di diverso dai concetti espressi nei mesi scorsi e cioè che i colpi di testa non sono concessi, il calcio italiano è lontano anni luce da quelli più ricchi ed evoluti, non può competere sul mercato quando si muove una big della Premier League (e non solo) che ha budget superiori per due o tre volte e, di conseguenza, che si debba sopperire con la “creatività” che significa tanto ma non tutto.
Creatività nelle parole di Marotta è “cercare giocatori sconosciuti ma validi in prospettiva” o anche investire decine di milioni di euro per sviluppare la filiera del settore giovanile che all’Inter funziona già, come dimostra la presenza di Pio Esposito in prima squadra e quella di Stankovic jr da quest’anno, ma che troppo spesso nell’immaginario collettivo si è trasformata nella convinzione di una modifica genetica del club da grande a farm team. Un salto indietro impossibile da digerire per chi è abituato da sempre a correre per vincere.
Cosa ha fatto fin qui Oaktree con l’Inter
Solo percezione o c’è un fondamento di verità? Entrambe le cose. Oaktree è dentro l’Inter dal 2021, anno in cui ha garantito con un finanziamento la continuità aziendale nell’era difficile di Steven Zhang. Dal 2021 l’Inter ha vinto tanto ed è sempre stata iper competitiva, dunque il tifoso dovrebbe fidarsi anche perché quando il fondo è subentrato alla guida del club nel maggio 2024 l’indirizzo non è cambiato: sono stati confermati tutti i dirigenti sportivi, Marotta a pieni poteri, non c’è stata alcuna cessione pesante “per fare cassa” e i big della rosa che hanno affrontato discorsi contrattuali sono stati trattenuti spingendo sul monte ingaggi.
E’ innegabile, però, che con il passare dei mesi i manager di Oaktree abbiano progressivamente concluso la fase di esplorazione interna della società e del suo funzionamento e siano passati a quella degli indirizzi su cui innestare presente e futuro. Quando a Marotta viene chiesto se può essere un problema che nelle ultime sessioni di mercato il target massimo degli investimenti sia stato 25 milioni di euro, si tocca il cuore della questione. Può un club che ambisce ad essere vincente in Italia e competitivo in Europa porsi questo limite? La risposta è no. E’ incompatibile con lo status di grande del calcio e più vicino a una sorta di laboratorio in cui il risultato è importante ma non l’unica cosa che conta.
La scommessa pericolosa di puntare (da outsider) sull’Europa
Davanti a questa osservazione, Marotta replica che il “colpo di testa” da 50 milioni di euro Oaktree lo aveva autorizzato e rispondeva al nome di Marco Palestra: trattativa saltata quando si è palesato il Chelsea. Un anno fa il limite dei 25 milioni era stato superato immaginando di prendere Lookman oppure Koné. Marotta non mente, il tifoso però obietta che nessuno dei tre alla fine è arrivato e che parte di questi fallimenti è dovuta anche ad errori di strategia e tempistiche di comunicazione tra cuore (fondo) e braccio operativo (Appiano Gentile) non funzionali nel calcio moderno.
Il problema per Marotta, insomma, è che la sua analisi sulla necessità di avere la sostenibilità come stella polare, l’interpretazione del gap non rammendabile nel medio periodo con il resto dell’Europa e la necessità di investire su strutture (settore giovanile e stadio) prima che su giocatori lasciandosi aperta la porta a qualche deroga, fin qui ha funzionato solo nella prima parte. Non nella seconda che è quella capace di (ri)generare entusiasmo anche in un ambiente che non dovrebbe avere problemi ad averne avendo appena festeggiato lo scudetto.
In definitiva, l’Inter rimane il maschio Alpha della Serie A e fa bene a non nascondersi dietro al paravento della necessità di correre solo per il quarto posto. E’ un po’ più rischioso il rilancio sul cammino in Champions League perché uscire a febbraio con il Bodo Glimt è stato deludente ma la prospettiva non necessariamente sarebbe stata quella di poter tornare a competere per il titolo e difficilmente potrà esserlo quest’anno. Comunicare insieme le due cose – sostenibilità e ambizioni – crea un cortocircuito emotivo nel tifoso e lo obbliga a un atto di fede. Operazione difficile e rischiosa.