“Marilyn, il mito compie 100 anni”: a Borgia, il Festival d’Autunno racconta la donna oltre l’icona
- Postato il 11 settembre 2026
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“Marilyn, il mito compie 100 anni”: a Borgia, il Festival d’Autunno racconta la donna oltre l’icona
“Marilyn, il mito compie 100 anni”: il Festival d’Autunno racconta la donna oltre l’icona. La prima esecuzione assoluta dello spettacolo, commissionato dal Festival all’Orchestra La Corelli di Ravenna, andrà in scena l’11 settembre, alle ore 21, all’Anfiteatro Villa Pertini di Borgia. L’intervista alla protagonista Mariska Bordoni.
BORGIA (CATANZARO) – Tutti conoscevano Marilyn Monroe. Pochi conoscevano Norma Jeane. La prima era il sorriso smagliante, la chioma bionda, il celebre abito bianco plissettato che il vento della metropolitana solleva in una scena destinata a entrare per sempre nella storia del cinema. Un’immagine che racchiude tutta la potenza del mito: bellezza, sensualità, glamour. La seconda era la donna che, lontano dalle luci della ribalta e dalle copertine patinate, si guardava allo specchio e vedeva soprattutto le proprie insicurezze, cercava disperatamente l’amore e conviveva con il timore di non essere mai all’altezza.
È proprio nel tentativo di andare oltre l’icona che il mondo ha imparato a conoscere, alla ricerca della donna che si nascondeva dietro la diva di Hollywood, che prende forma “Marilyn, il mito compie 100 anni”, la nuova produzione del Festival d’Autunno ideato e diretto da Antonietta Santacroce. Un progetto che, più che celebrare la leggenda, prova a restituirle una voce autentica, scavando nell’anima del personaggio costruito dallo star system.
Nel centenario della sua nascita, Marilyn Monroe torna sul palcoscenico attraverso le pagine più intime della sua vita: diari, lettere, appunti e poesie che raccontano la complessità di una donna inquieta e sensibile, sospesa tra il bisogno di essere amata, la ricerca della verità e il desiderio di sentirsi finalmente libera di essere sé stessa. Venerdì 11 settembre, alle ore 21, all’Anfiteatro Villa Pertini di Borgia, sarà Mariska Bordoni a dare corpo e voce a questa doppia identità, nella prima esecuzione assoluta dello spettacolo, commissionato dal Festival all’Orchestra La Corelli di Ravenna.
Una sfida interpretativa tutt’altro che semplice per la cantante e attrice, chiamata a confrontarsi con una delle figure più celebri dell’immaginario collettivo. Nella nostra intervista, Mariska Bordoni racconta il percorso che l’ha portata dentro la psicologia di Marilyn, la scoperta delle sue contraddizioni, il confronto con i suoi pensieri più profondi e il sorprendente legame tra quelle fragilità e il nostro presente.
Marilyn Monroe è un’icona apprezzata in tutto il mondo. Cosa significa per lei interpretare la donna che si nascondeva dietro quell’immagine?
«Lavorare sulla parte più interiore di Marilyn è stato un bellissimo viaggio. Non è semplice interpretare un personaggio così iconico senza rischiare di intaccarne l’immagine, ma allo stesso tempo scavare nella sua vita privata, nelle sue fragilità e nelle sue insicurezze permette di renderlo più vicino a noi. Marilyn ha tante sfaccettature che la rendono un personaggio universale».
Lo spettacolo racconta Marilyn Monroe e Norma Jeane, la diva e la donna. Qual è stata la sua chiave di lettura per entrare nella sua parte più intima e fragile?
«Il testo mi ha aiutata molto. Marilyn stessa sosteneva che, per essere un bravo attore, bisogna scavare dentro di sé e cercare la verità. Ho raccolto tanta documentazione. Ho guardato diversi documentari sulla sua vita, cercando di comprenderla il più possibile. Quando si interpreta un personaggio realmente esistito, è fondamentale conoscerlo, o almeno provare a conoscerlo il più profondamente possibile».
Diari, lettere, appunti e poesie permettono di entrare nella dimensione più profonda di Marilyn. Quanto è stato importante confrontarsi con i suoi testi per costruire il personaggio?
«Ha avuto un peso enorme. È stato un grande privilegio, perché mi ha dato la possibilità di scoprire aspetti di Marilyn che non avevo mai conosciuto. Allo stesso tempo, non è stato semplice: ci sono frasi e passaggi molto intensi, anche emotivamente impegnativi. Guardando Marilyn attraverso i film, le fotografie e le immagini, è difficile cogliere la sua interiorità. Bisogna andare oltre l’apparenza. Questo tema può essere esteso ai giorni nostri. Marilyn parla spesso di maschera sociale e credo che sia un aspetto estremamente attuale. Viviamo in un mondo in cui, soprattutto sui social, l’immagine rischia di essere scambiata per la realtà: vediamo vite perfette su Instagram o TikTok, ma dietro quelle immagini può esserci tutt’altro».
Ha una formazione che unisce musical, canto e recitazione. Quanto questa multidisciplinarità l’ha aiutata ad affrontare una figura così complessa?
«Molto. Ci sono alcuni momenti dello spettacolo, come “Diamonds are a girl’s best friend” e “Bye bye baby”, in cui questa multidisciplinarità emerge particolarmente. Sono anche momenti che sottolineano il contrasto tra la Marilyn luminosa, quella che il pubblico vede sul palco, e la donna più fragile che emerge nel retroscena. Il canto e la musica permettono inoltre di alleggerire i passaggi più intensi e creare un equilibrio all’interno dello spettacolo».
Lavorando a questo spettacolo, c’è qualcosa che le ha fatto cambiare il suo sguardo su Marilyn Monroe ?
«Sapevo che non fosse una persona semplice anche dietro le quinte, ma non immaginavo fino a che punto potessero arrivare le sue insicurezze e quel senso di non sentirsi all’altezza. Ho capito anche quanto spesso costruiamo un guscio per mostrarci forti agli occhi degli altri, mentre dentro possiamo avere delle fragilità. Credo che proprio quella sensibilità, di cui Marylin forse aveva paura, sia stata anche la sua forza. È ciò che le ha permesso di dare profondità e autenticità ai personaggi che interpretava».
La musica originale di Damiano Drei si intreccia con le musiche dei film di Marilyn Monroe. Che rapporto si crea, sul palco, tra la sua voce e l’Orchestra La Corelli?
«La musica è una chiave di lettura ancora più potente, perché accompagna la recitazione e dà maggiore forza alle parole e al messaggio che si vuole trasmettere. Damiano Drei ha creato musiche e temi che cambiano in relazione allo stato d’animo del personaggio».
Marilyn era una donna alla continua ricerca di amore, libertà e verità. Temi estremamente attuali. A suo parere, è anche questo aspetto a spiegare perché il suo mito continui a parlare al pubblico, a distanza di cento anni dalla sua nascita?
«Assolutamente sì. Credo che siano tante le tematiche che rendano Marilyn ancora oggi un mito universale. Penso alla sua continua ricerca di un amore vero, che andasse oltre l’apparenza, e alla difficoltà nell’incontrarlo. Lei diceva di averlo trovato in Arthur Miller, eppure si è sposata più volte».
Se Marilyn fosse davanti a lei per pochi minuti, non come personaggio da interpretare ma semplicemente come donna, cosa le direbbe?
«La ringrazierei. E le direi che è bellissima, dentro e fuori, e che probabilmente non si è mai resa conto fino in fondo del valore che aveva».
Quale aspetto della donna e dell’artista si augura che il pubblico possa scoprire attraverso questo spettacolo?
«Mi auguro di riuscire a restituire soprattutto l’immagine di un’artista a tutto tondo. Ho scoperto che Marilyn era un’attrice molto considerata all’epoca. Era quasi maniacale nello studio e nella preparazione dei suoi personaggi. Era anche una performer completa, capace di confrontarsi con la danza, il canto e il palcoscenico. È stata però fortemente identificata con l’immagine della donna sexy. Un’immagine così potente da impedirle di essere riconosciuta fino in fondo per le sue capacità artistiche e di affrontare ruoli diversi».
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“Marilyn, il mito compie 100 anni”: a Borgia, il Festival d’Autunno racconta la donna oltre l’icona