Maldive, ecco com'è morto il sub soccorritore: risvolti sconvolgenti
- Postato il 20 maggio 2026
- Esteri
- Di Libero Quotidiano
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Maldive, ecco com'è morto il sub soccorritore: risvolti sconvolgenti
Le operazioni di recupero non potevano essere più internazionali di così: per riportare a terra i corpi dei quattro italiani morti durante l’immersione di giovedì scorso alla “grotta degli squali” (la Thinwana Kandu) di Alimathà, nelle Maldive, sono impegnati tre subacquei professionisti finlandesi della Dan Europe (Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, tre esperti mica da poco che hanno già partecipato al salvataggio, nel 2018, dei dodici ragazzini intrappolati in una caverna in Thailandia), a loro sono affiancati un altro esperto e la guardia costiera maldiviana, inoltre l’attrezzatura di cui hanno bisogno è fornita dal Regno Unito e dell’Australia.
È uno sforzo collettivo, è l’umanità che si fa carico di una tragedia e tenta il tutto e per tutto per dare alle famiglie di Monica Montefalcone, di sua figlia Giorgia Sommacal, di Federico Gualtieri e di Muriel Oddenino almeno un corpo su cui piangere (quello di Gianluca Benedetti, la quinta vittima, è l’unico al momento ritrovato e, ieri sera dopo le 22, è stato messo su un volo in partenza da Malè per raggiungere l’Italia).
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Ci si dà da fare, non si sta fermi un attimo: ché sì, è vero, tecnicamente le immersioni per il recupero sono complesse, sono difficili, sono peraltro complicate da un meteo ballerino dato che sta iniziando la stagione dei monsoni, però no, di mollare non ci si pensa nemmeno, le autorità hanno già un piano in due fasi, in due “calate”, una per oggi e l’altra per domani, con lo scopo di riportare in superficie due salme alla volta.
Ogni immersione non può superare le tre ore, d’altronde si tratta di scendere a una profondità di meno cinquanta, forse qualcosina in più, metri sotto il mare e il monito che i maldiviani hanno già esplicitato è che al minimo ostacolo, al più piccolo intoppo, dovrà essere interrotta: è già successo, tra l’altro, che un sommozzatore esperto come Mohamed Mahudhee, un sergente della marina di Malè, abbia perso la vita proprio in questo modo, cioè scendendo in quella grotta maledetta per trovare i nostri connazionali («Lo conoscevamo tutti», racconta chi ancora non se ne capacita, «gli avevamo detto di non scendere, non aveva l’attrezzatura adatta. Ma ci sono state troppe pressioni»).
Già, ci sono gli occhi di mezzo mondo su questi atolli da cartolina diventati un incubo di acqua: la certezza, per adesso, è che Montefalcone, Sommacal, Gualtieri e Oddenino sono stati individuati nello stesso punto, sono in fondo a un tunnel alla fine della seconda “camera” della grotta, dove tutto è buio. Si sono spinti fin lì evidentemente in gruppo. Cosa sia successo, perché dei sub preparati e meticolosi come loro siano morti in quel modo, in quanto tempo e per quale ragione, non lo sappiamo ancora.
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Sappiamo, però, perché lo dice il portavoce del presidente maldiviano Mohamed Muizzu, che tra le carte, i permessi e le autorizzazioni che garantivano ai cinque italiani di immergersi in quelle acque e a quelle profondità, non compaiono due nomi dei sub che sono stati poi (letteralmente) inghiottiti dagli abissi: c’è un via libera ufficiale «con validità dal 3 al 17 maggio» per «sei atolli diversi fra cui anche quello di Vaavu (quello dell’incidente, ndr)», sopra «è citata correttamente l’imbarcazione, la Duke of York, e l’attrezzatura: ma non sappiamo quale avessero con loro durante l’immersione perché fa parte dell’indagine». Il team di ricerca composto da Gualtieri, Oddenino e Montefalcone poteva spingersi «tra zero e cinquanta metri».
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Mancherebbero, quindi, all’appello Sommacal e Benedetti. Ma per la prima il babbo Carlo (che da giorni segue con apprensione ogni sviluppo della faccenda) sostiene di non crederci «assolutamente, poi diranno che c’erano le autorizzazioni per due e non per tre: ne ho già sentite di tutti i colori», mentre per il secondo Orietta Stella, l’avvocato del tour operator Albatro top boat (quello che gestisce la nave sulla quale viaggiava la comitiva assieme a una ventina di altri italiani), specifica che «Benedetti era istruttore, il più alto in grado sullo yacht: il permesso di cui si parla non è per le immersioni ma per l’attività scientifica, ad averlo dovevano essere i ricercatori e non le guide, ed è scontato che i ricercatori non si immergessero senza guide».