LUPITA SPIEGA OMERO A OMERO
- Postato il 15 luglio 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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Un'analisi affascinante su come il poeta greco Omero continua a essere reinterpretato e spiegato nel contesto contemporaneo. L'articolo esplora il percorso straordinario dell'Iliade e dell'Odissea attraverso i secoli, evidenziando come le sue opere fondamentali abbiano plasmato la cultura occidentale e rimangono ancora oggi strumenti pedagogici essenziali per comprendere la letteratura classica e la mitologia greca.
Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.
di Massimo Reina
Povero Omero.
Ha attraversato quasi tremila anni di storia, generato la letteratura occidentale, ispirato poeti, filosofi, pittori, registi e studiosi di ogni continente. Ma non aveva fatto i conti con Lupita Nyong’o.
L’attrice che nel nuovo film di Christopher Nolan interpreterà Elena e Clitennestra ha infatti individuato la grave lacuna sfuggita per secoli ai filologi:
«Quando leggi l’Odissea e l’Iliade, pochissimo tempo viene dedicato alla prospettiva delle donne. È tutto raccontato da un punto di vista prettamente maschile».
Per fortuna arriva il film moderno a mettere ordine. Lupita ci informa che stavolta si guarderanno le cose anche attraverso Elena e Clitennestra, osservando come la guerra abbia inciso sulle loro vite.
Benissimo.
Un regista ha tutto il diritto di ampliare una vicenda, cambiare prospettiva, spostare il centro narrativo e raccontare personaggi che nell’originale occupavano meno spazio. È accaduto migliaia di volte. Il teatro, il cinema e la letteratura vivono anche di reinterpretazioni.
Quello che diventa ridicolo è presentare questa scelta come la riparazione di una mancanza di Omero.
Perché Omero non aveva dimenticato la prospettiva femminile. Semplicemente non stava scrivendo il film di Christopher Nolan.
Sembra una distinzione elementare. Oggi, invece, è diventata archeologia intellettuale.
L’Iliade racconta soprattutto una guerra, l’ira di Achille, lo scontro tra eserciti, la morte, l’onore, la vendetta e la caduta degli uomini. Gli eserciti del mondo narrato da Omero erano composti da guerrieri maschi. Non perché il poeta avesse frequentato un circolo patriarcale clandestino, ma perché così funzionavano quelle società.
Che cosa avrebbe dovuto fare?
Interrompere il duello tra Ettore e Achille per inserire una riunione sulla parità salariale?
Creare una legione achea con quote obbligatorie?
Far approvare l’assedio di Troia da una commissione per l’equilibrio di genere?
È questa la malattia del presentismo: non si legge più un’opera per comprendere il mondo che racconta. La si interroga per scoprire se abbia superato l’esame morale del nostro tempo.
E naturalmente lo boccia.
Omero non poteva conoscere il linguaggio di oggi. Non aveva il consulente per la diversità. Non aveva il supervisore della sensibilità. Non aveva il dipartimento che controllava il minutaggio assegnato a ogni identità.
Aveva soltanto il talento.
Oggi evidentemente non basta.
Le donne che Lupita non ha visto
La dichiarazione diventa ancora più singolare quando si considera il ruolo delle donne nei poemi omerici.
Davvero nell’Odissea viene concesso “pochissimo tempo” alla loro prospettiva?
Atena non è una comparsa messa sullo sfondo per riempire l’inquadratura. È la divinità che protegge Ulisse, guida Telemaco, interviene nel viaggio e orienta continuamente gli eventi. Senza Atena, l’Odissea durerebbe probabilmente tre pagine e finirebbe molto male.
Penelope non è una casalinga passiva che aspetta il marito preparando la cena. Governa la casa, resiste ai Proci, li inganna con la tela, difende il proprio spazio e usa la stessa arma di Ulisse: l’intelligenza. Non brandisce una spada perché non ne ha bisogno.
Circe trasforma gli uomini in animali e domina il proprio territorio.
Calipso trattiene Ulisse sull’isola e gli offre l’immortalità.
Nausicaa lo soccorre e permette una svolta decisiva del viaggio.
Arete esercita autorità e giudizio alla corte dei Feaci.
Elena, nell’Iliade, è consapevole della tragedia che si è sviluppata intorno a lei, parla, ricorda, giudica e si accusa.
Andromaca pronuncia uno dei più intensi discorsi sulla guerra, non dal punto di vista del guerriero che cerca gloria, ma della moglie che vede avvicinarsi la propria rovina.
Ecuba, Briseide, Cassandra e Clitennestra appartengono a un universo nel quale le conseguenze della violenza maschile sulle donne sono tutt’altro che cancellate.
Si può sostenere che la narrazione privilegi gli uomini? Certamente. Il centro dell’Iliade è una guerra combattuta da uomini. Il protagonista dell’Odissea è Ulisse. Si può desiderare una rilettura diversa? Naturalmente.
Ma dire che alle donne viene dedicato “pochissimo tempo” significa applicare ai poemi il cronometro della rappresentanza, ignorando il loro peso narrativo.
È come accusare Moby Dick di dedicare troppo spazio alla balena e troppo poco ai problemi dell’agricoltura.
Il protagonista, questo sconosciuto
C’è poi un’altra scoperta sconvolgente da comunicare ai censori moderni: una storia può avere un protagonista.
Nell’Odissea il protagonista si chiama Ulisse. Persino il titolo poteva fornire qualche indizio.
La vicenda racconta il suo ritorno da Troia, i suoi naufragi, i suoi inganni, le sue perdite e la sua lotta per rientrare a Itaca. È quindi sorprendente soltanto per chi ha perso il contatto con il concetto di narrazione che gran parte del poema segua il suo punto di vista.
Se un autore scrive un romanzo su una donna, non è obbligato a bilanciare ogni capitolo con la prospettiva di un uomo.
Se racconta una madre e sua figlia, non deve inserire un padre come contrappeso statistico.
Se il protagonista è un uomo, la storia non diventa sessista.
Se è una donna, non diventa automaticamente femminista.
È un racconto, non il consiglio di amministrazione di una società quotata.
L’idea che ogni opera debba distribuire equamente spazio, battute, eroismo e debolezza tra uomini e donne non produce uguaglianza. Produce storie scritte col bilancino.
Una battuta a lui.
Una a lei.
Un uomo valoroso.
Una donna ancora più valorosa.
Un cattivo maschio.
Una vittima femmina.
E possibilmente una protagonista minuta che abbatte sei mercenari di cento chili senza spettinarsi, perché la biologia è reazionaria e la gravità probabilmente misogina.
Il risultato non è emancipazione. È propaganda mal scritta.
Un personaggio femminile non diventa forte perché imita Rambo. Diventa forte quando è scritto bene.
Penelope è forte senza spezzare il collo a nessuno.
Andromaca è forte mentre supplica Ettore di non tornare in battaglia.
Atena è forte perché domina la strategia e il destino.
Circe è forte perché esercita potere.
La forza femminile non ha bisogno di essere misurata in pugni, esplosioni e cadaveri.
Ma Hollywood, che spesso non sa più creare personaggi, ha trovato una scorciatoia: prende l’eroe maschile tradizionale, gli cambia sesso o vi affianca una donna invincibile e annuncia di avere sconfitto il patriarcato.
Il patriarcato, informato della notizia, continua serenamente a dormire.
E ANCHE SE PENELOPE FOSSE STATA SOLTANTO UNA CASALINGA?
Ma facciamo pure un passo ulteriore.
Ammettiamo, per assurdo, che Penelope fosse davvero soltanto una moglie passiva in attesa del marito.
Ammettiamo che Circe fosse una povera sventurata.
Ammettiamo che Elena non avesse alcuna consapevolezza della tragedia provocata intorno a lei.
E allora?
Chi se ne importa?
Davvero ogni personaggio femminile deve essere obbligatoriamente forte, indipendente, dominante, guerriero, stratega, sovrano, filosofo e possibilmente capace di mettere al tappeto sei uomini armati prima dell’intervallo pubblicitario?
Da quando una donna tranquilla è diventata una donna sbagliata?
Da quando una casalinga è diventata una figura offensiva?
Da quando una moglie che attende il marito, una madre che protegge la famiglia o una ragazza fragile devono essere considerate personaggi moralmente inferiori?
In nome della liberazione femminile si è finiti paradossalmente per disprezzare milioni di donne reali.
La donna è degna soltanto quando combatte, comanda, uccide, guida un esercito o umilia un uomo?
Se cucina, accudisce, aspetta, ama o sceglie una vita semplice, allora è vittima del patriarcato?
Questa non è emancipazione.
È un nuovo modello obbligatorio.
Prima la donna doveva stare in casa.
Ora deve uscire di casa, prendere una spada, comandare una flotta e dimostrare di essere migliore di tutti gli uomini presenti.
In entrambi i casi qualcuno decide al posto suo quale forma debba avere una donna “giusta”.
E anche questa è una forma di sessismo.
Solo più moderna, più elegante e con un ufficio stampa migliore.
Un autore ha il diritto di raccontare una donna forte.
Ha anche il diritto di raccontarne una fragile.
Una regina.
Una serva.
Una guerriera.
Una casalinga.
Una donna coraggiosa.
Una donna spaventata.
Una donna intelligente.
Una donna ingenua.
Perché le donne, esattamente come gli uomini, non sono una categoria morale uniforme.
Sono esseri umani.
E gli esseri umani non devono rappresentare sempre un modello positivo.
Devono essere personaggi credibili.
Omero non doveva distribuire attestati di emancipazione.
Non doveva assicurarsi che ogni figura femminile diventasse un esempio educativo per le generazioni future.
Stava raccontando una storia.
Punto.
E una storia non è tenuta a rendere tutti nobili, forti, moderni e moralmente approvati.
Può raccontare anche persone deboli, passive, contraddittorie o dipendenti.
Anzi, dovrebbe farlo.
Perché la vita è piena di persone così.
Il vero insulto alle donne non sarebbe rappresentare una casalinga.
Sarebbe sostenere che una casalinga vale meno di una guerriera.
Non sarebbe raccontare una donna che aspetta il marito.
Sarebbe trattarla come una creatura inferiore perché non conduce una rivolta armata.
Non sarebbe descrivere una donna fragile.
Sarebbe negarle il diritto di esserlo.
La cultura woke, mentre proclama di voler liberare le donne dagli stereotipi, ne ha costruito uno nuovo e ancora più rigido: la donna deve essere invincibile, autosufficiente, sarcastica, fisicamente imbattibile e possibilmente priva di qualsiasi bisogno affettivo.
Non è più un personaggio.
È un comunicato politico con le gambe.
E allora sì: anche se Penelope fosse stata una casalinga passiva, Omero non avrebbe dovuto rendere conto a Lupita Nyong’o, a Hollywood, ai consulenti della diversità o al tribunale morale del 2026.
Avrebbe dovuto rendere conto soltanto alla propria storia.
Ed è già abbastanza.
Perché la libertà artistica comprende anche il diritto di raccontare personaggi che non piacciono al presente.
Altrimenti non è più arte.
È modulistica.
Lupita interpreta Elena, ma processa il poema
Le parole di Lupita Nyong’o sono legittime. Lei ha diritto di apprezzare una versione che approfondisce Elena e Clitennestra. Anzi, può essere un’ottima scelta narrativa.
Ma il problema nasce quando il nuovo adattamento viene celebrato perché finalmente concede alle donne ciò che il testo antico avrebbe negato.
“Finalmente” rispetto a che cosa?
Omero raccontava il mondo miceneo attraverso la mentalità e la tradizione poetica del proprio tempo. Non aveva l’obbligo di anticipare il femminismo contemporaneo, esattamente come non aveva l’obbligo di occuparsi di ambientalismo, identità digitale o diritto alla disconnessione.
E soprattutto non va assolto o condannato.
Va letto.
Possiamo riconoscere che il mondo antico fosse profondamente patriarcale. Possiamo analizzare la condizione femminile, la schiavitù, la guerra, il potere e la violenza. Possiamo persino utilizzare i poemi per comprendere quanto la società sia cambiata.
Ma modificare una storia e poi suggerire che la versione nuova sia moralmente superiore perché “dà voce” a chi prima non l’aveva significa confondere l’arte con un corso aziendale.
L’arte non è obbligata a distribuire certificati di presenza.
Omero non aveva trascurato le donne. Aveva scelto il centro della propria narrazione.
Nolan può sceglierne un altro. Nessuno scandalo.
Ma Nolan non completa Omero.
Fa Nolan.
E Lupita non scopre le donne dell’Odissea. Al massimo le interpreta secondo una prospettiva contemporanea.
Che è un’operazione legittima, forse interessante e persino bellissima. Ma non trasforma l’originale in un reperto difettoso da restaurare.
Il doppio miracolo woke
La cultura woke riesce così a realizzare due miracoli contemporaneamente.
Prima cambia Elena, affidando il simbolo della bellezza greca a un’attrice che non corrisponde all’immagine tramandata dal mito.
Poi spiega che anche la narrazione di Omero aveva bisogno di essere riequilibrata.
Non basta correggere il personaggio.
Bisogna correggere pure l’autore.
E chi solleva un dubbio viene collocato nel reparto dei razzisti e dei sessisti, dove ormai finiscono tutti quelli che distinguono un adattamento da una sostituzione e una critica letteraria da un’operazione ideologica.
Il punto non è il talento di Lupita Nyong’o, che è indiscutibile.
Il punto non è nemmeno vietarle di interpretare Elena.
Il punto è la pretesa di spacciare ogni scelta contemporanea per un progresso morale rispetto all’opera originaria.
Un’attrice nera scelta per Elena non rende il film antirazzista.
Una maggiore attenzione a Clitennestra non rende Omero sessista.
Una donna protagonista non rende automaticamente una storia migliore.
Esattamente come un uomo protagonista non la rende peggiore.
Conta la scrittura.
Concetto antico, quindi probabilmente da aggiornare.
Il passato non è un software
La storia non è un’applicazione da aggiornare ogni volta che cambia il regolamento linguistico di Hollywood.
Un’opera del passato può urtare la nostra sensibilità. Può rappresentare una società ingiusta. Può contenere idee che oggi rifiutiamo.
È proprio per questo che va conservata.
Perché ci permette di capire da dove veniamo.
Riscrivere il passato per renderlo conforme al presente non rende la società più evoluta. La rende più stupida. Toglie alle persone la capacità di contestualizzare, confrontare e giudicare.
Se un testo antico descrive una società patriarcale, non lo si migliora fingendo che quella società fosse già inclusiva.
Se una guerra era combattuta da uomini, non occorre inserire artificialmente una squadra speciale di amazzoni per evitare l’accusa di sessismo.
Se Elena appartiene alla mitologia greca ed è stata rappresentata per millenni con determinate caratteristiche, si può cambiarla. Ma non si deve pretendere che chi nota il cambiamento sia moralmente inferiore.
E se l’Odissea segue prevalentemente Ulisse, non è perché Omero detestasse le donne.
È perché stava scrivendo l’Odissea.
Non Clitennestra: Endgame.
Lupita Nyong’o può dunque essere felice che il film dedichi più attenzione alle donne. È una posizione comprensibile.
Meno comprensibile è suggerire che nei poemi il loro punto di vista sia quasi assente, quando alcune delle figure femminili più celebri, complesse e potenti dell’intera cultura occidentale nascono proprio lì.
Forse prima di dare più spazio alle donne di Omero bisognerebbe accorgersi dello spazio che già possiedono.
Ma leggere richiede tempo.
Riscrivere, ormai, basta chiamarlo progresso.
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