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L’ufficio Fifa nel suo grattacielo, i viaggi d’affari, il cappello MAGA: storia dell’amicizia sempre più sfacciata fra Infantino e Trump

  • Postato il 6 luglio 2026
  • Calcio
  • Di Il Fatto Quotidiano
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L’ufficio Fifa nel suo grattacielo, i viaggi d’affari, il cappello MAGA: storia dell’amicizia sempre più sfacciata fra Infantino e Trump

La telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino, poi la decisione della Fifa di cancellare la squalifica di Folarin Balogun a poche ore dall’ottavo di finale contro il Belgio. Una scelta senza precedenti nella storia dei Mondiali, motivata con l’applicazione dell’articolo 27 del Codice disciplinare, che ha provocato la durissima protesta della federazione belga e aperto un caso enorme sull’autonomia della giustizia sportiva. La Fifa nega qualsiasi collegamento tra la telefonata del presidente degli Stati Uniti e la revoca della sanzione. Ma la vicenda rappresenta l’ultimo episodio di un rapporto ormai strettissimo tra Infantino e Trump, un’alleanza costruita negli anni e diventata uno dei pilastri del potere del numero uno del calcio mondiale.

Oggi Gianni Infantino è l’uomo più potente del pallone. Questi Mondiali sono i suoi Mondiali, il progetto che aveva in mente fin dalla sua elezione alla guida della Fifa dieci anni fa. Il caso Balogun, al di là delle spiegazioni ufficiali, racconta quanto il confine tra calcio e politica sia diventato sotto la sua presidenza sempre più sottile. Giovanni Vincenzo Infantino nasce in Svizzera da genitori italiani. Entra negli uffici della Uefa da semplice dirigente e, passo dopo passo, diventa segretario generale dell’organizzazione guidata all’epoca da Michel Platini. Poi arriva il terremoto del 2015. Lo scandalo che travolge la Fifa porta all’uscita di scena di Sepp Blatter, mentre Platini, indicato da tutti come il naturale successore, viene coinvolto nell’inchiesta sul pagamento di 2 milioni di franchi svizzeri ricevuti dall’allora presidente della Fifa. Una vicenda per la quale il francese verrà assolto due volte, nel 2022 e poi in appello, ma che nel frattempo gli impedisce di correre per la presidenza. A sorpresa, nel 2016, è proprio Infantino a conquistare il vertice del calcio mondiale. Dieci anni dopo, mentre Platini ha avviato nuove azioni civili e penali contro la Fifa e contro il suo ex collaboratore, accusandolo di aver contribuito a ostacolare la sua candidatura, Infantino è saldamente al comando.

Il potere di Infantino

Il suo potere si fonda su due mosse precise. La prima è elettorale. Infantino comprende subito che il consenso non passa più soltanto dall’Europa, ma dalle decine di piccole federazioni sparse tra Africa, Asia, Oceania e Caraibi. Promette maggiori risorse economiche, distribuisce più fondi e soprattutto offre un sogno: qualificarsi ai Mondiali. Nasce così il torneo a 48 squadre, destinato ad aumentare il numero delle nazionali partecipanti e delle partite, con benefici economici enormi per la Fifa. Ma non basta.

La seconda mossa di Infantino è geopolitica. La Fifa sposta progressivamente il proprio baricentro verso i Paesi del Golfo, dove trova investimenti, sponsor e governi disposti a finanziare i grandi eventi. Dopo il Qatar 2022 arriva l’assegnazione del Mondiale 2034 all’Arabia Saudita. Aramco diventa sponsor principale della Fifa, mentre il fondo sovrano saudita Pif acquisisce il 10% di Dazn poco prima che la piattaforma investa un miliardo di dollari per acquistare i diritti del Mondiale per Club, il torneo fortemente voluto da Infantino e organizzato sempre negli Stati Uniti nel 2025. È un modello fondato sull’espansione continua del business calcistico e su rapporti sempre più stretti con le monarchie del Golfo.

Il legame con Trump

Dentro questa strategia trova spazio anche Donald Trump, fino a diventare il perno del potere di Infantino. Il rapporto tra i due negli ultimi anni diventa sempre più stretto e sempre meno nascosto. La Fifa apre un ufficio nella Trump Tower. Infantino accompagna il presidente americano nei suoi viaggi istituzionali nel Golfo, partecipando agli incontri con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti durante il tour che porta alla promessa di investimenti per circa mille miliardi di dollari. A ottobre 2025 Trump lo invita persino a Sharm el-Sheikh per la firma dell’accordo di tregua su Gaza insieme ai principali leader mondiali, confermando un ruolo ormai ben diverso da quello di semplice dirigente sportivo.

L’amicizia viene esibita pubblicamente in ogni occasione. Al Mondiale per Club disputato negli Stati Uniti, il trofeo originale viene regalato a Trump ed esposto alla Casa Bianca. Il 5 dicembre, durante il sorteggio dei Mondiali 2026 a Washington, Infantino trasforma la cerimonia in un nuovo palcoscenico per il presidente americano, consegnandogli il primo Fifa Peace Award, un premio creato appositamente dopo la mancata assegnazione del Nobel per la pace. Trump lo definisce “uno dei più grandi onori della mia vita”. Pochi mesi dopo, Infantino partecipa anche all’inaugurazione del controverso Board of Peace per Gaza indossando un cappellino MAGA con la scritta “USA” ben visibile.

I Mondiali 2026

Il Mondiale finisce così per essere il simbolo del nuovo corso della Fifa e del rapporto tra Infantino e Trump. Il primo Mondiale a 48 squadre, con 104 partite, viene presentato dalla federazione come “il più grande evento di sempre“. Ma è anche quello che rischia di essere ricordato come il più politico e controverso. I controlli alle frontiere, le politiche sull’immigrazione, il clima di forte polarizzazione negli Stati Uniti e il protagonismo costante della Casa Bianca accompagnano ogni fase della manifestazione. In questo scenario colpisce soprattutto il silenzio della Fifa. Mentre il modello MAGA occupa sempre più spazio anche dentro il racconto del torneo, Infantino continua a rivendicare la propria amicizia con Trump e a condividere con lui il palcoscenico. La BBC ha descritto questo Mondiale come il più politicizzato, il più costoso, potenzialmente il più inquinante e certamente il più redditizio per la Fifa.

Infantino, del resto, sembra aver costruito proprio su questo equilibrio la sua forza. Una rete di relazioni politiche, economiche e diplomatiche che va dai reali del Golfo fino alla Casa Bianca. Odiato da una parte del calcio europeo, criticato per le sue scelte e per il modello di sviluppo della Fifa, continua però a consolidare il proprio potere. Almeno fino a quando a capo degli Stati Uniti resterà il suo amico Donald.

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Il Fatto Quotidiano

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