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L’Ue discute sulla clausola di difesa reciproca in caso di attacco, ma nessuno sa come funziona. “Il timore è quello di sovrapporsi alla Nato”

  • Postato il 7 maggio 2026
  • Mondo
  • Di Il Fatto Quotidiano
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L’Ue discute sulla clausola di difesa reciproca in caso di attacco, ma nessuno sa come funziona. “Il timore è quello di sovrapporsi alla Nato”

Con nuove guerre che esplodono, quelle ‘vecchie’ che non accennano a concludersi e un’amministrazione americana che quasi quotidianamente minaccia il disimpegno dalla Nato, l’Unione europea cerca un modo per garantire la propria sicurezza. A febbraio, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva pubblicamente invitato l’Ue a “dare vita” alla clausola di difesa reciproca dell’Europa: “Non è un compito facoltativo – aveva detto -, è un obbligo. Il nostro impegno collettivo a sostenerci a vicenda in caso di aggressione. O, in parole semplici, uno per tutti e tutti per uno“. L’occasione l’ha offerta l’attacco con droni su una base britannica a Cipro, all’inizio di marzo, che ha spinto Nicosia, che non è membro della Nato, a chiedere l’avvio di una discussione sull’articolo 42.7, ossia la clausola di mutua assistenza prevista dai Trattati. C’è però un problema: la clausola esiste, ma nessuno ha ben chiaro come (e se convenga) attivarla.

La proposta

A mettere pressione agli Stati membri è stato il presidente cipriota Nikos Christodoulides, preoccupato per quanto accaduto a marzo con l’attacco alla base della Raf di Akrotiri. Nicosia non è un membro della Nato, come invece la maggior parte dei Paesi dell’Ue, e quindi ha nella clausola di mutua assistenza europea l’unica speranza di supporto in caso di attacco. Una richiesta, quella di Nicosia, alla quale in Europa difficilmente si poteva dire di no, spiega a Ilfattoquotidiano.it un funzionario del Servizio europeo per l’azione esterna dell’Ue (EEAS): “L’appello è arrivato da un Paese che in questo momento ha la presidenza di turno e che ha ospitato il vertice informale del 24 aprile nell’ambito del quale è stata avanzata questa richiesta. Per questo era complicato per istituzioni e Stati membri ignorarla, nonostante non ci sia il minimo interesse a portare avanti il discorso. D’altra parte, su questo sia Ursula von der Leyen sia Kaja Kallas sono state chiare nel precisare che quella in Medio Oriente ‘non è la nostra guerra‘. E lo è ancora meno se l’Europa deve affrontarla senza poter contare sull’ombrello americano“.

Il primo incontro

Fatto sta che il 4 maggio si è tenuta la prima esercitazione sull’attuazione dell’articolo 42.7 con i membri del Comitato politico e di sicurezza (Cops), composto dagli ambasciatori degli Stati membri e presieduto dai rappresentanti dell’EEAS. Già l’ambito nel quale si è svolta questa prima discussione lascia trasparire le difficoltà tecniche e politiche dell’attuazione della clausola: qualche rappresentante tecnico e tutti i diplomatici in rappresentanza dei 27 Stati membri. “Questo perché – continua la fonte – non è chiaro a nessuno quali siano le procedure di attuazione dell’articolo 42.7, diverso anche nella sostanza dall’articolo 5 della Nato e senza potersi rifare a dei precedenti che ne favoriscano l’interpretazione. D’altra parte, è stato introdotto con i Trattati di Lisbona che sono frutto di un compromesso dopo il fallimento del progetto di una Costituzione europea, naufragato in seguito alla bocciatura ai referendum in Francia e nei Paesi Bassi. Questo rende quell’articolo vago e poco incisivo nel concreto”.

Anche perché il rischio che tutti in Europa vogliono scongiurare è quello di creare un’alternativa alla Nato. Sia von der Leyen che Kallas hanno sempre ripetuto che qualsiasi progetto di difesa comune europeo sarebbe nato e si sarebbe sviluppato solo in maniera complementare rispetto all’Alleanza Atlantica e che non l’avrebbe sostituita. Questo perché nessuno Stato membro dell’Ue e della Nato ha intenzione di rinunciare al potere di deterrenza, ed eventualmente militare, di Paesi come Stati Uniti o Turchia, con una preoccupazione particolare legata alle azioni della Russia sul confine Est.

La divisione dei compiti tra Ue e Nato in caso di attacco a un Paese membro dell’Alleanza è il grande quesito al quale i funzionari non sembrano in grado di trovare una soluzione. Anche perché la risposta ai loro dubbi rischia di trasformarli in un pretesto con il quale il presidente Trump potrebbe giustificare un disimpegno dal Trattato o un mancato intervento in caso di attacco su suolo Ue. Non è quindi un caso che la discussione interna al Cops, poco pubblicizzata dalle stesse istituzioni Ue, si sia limitata a ipotizzare situazioni legate ad attacchi meno gravi, ad esempio quelli cibernetici, mentre sono state lasciate da parte operazioni militari convenzionali per le quali si punta invece al ricorso alla clausola Nato.

Cosa dice l’articolo 42.7

Le speranze di affossare la discussione sul ricorso alla clausola di mutua assistenza sono favorite dalla vaghezza del testo. Se sulla carta può apparire simile all’articolo 5 della Nato, esistono evidenti differenze sia nella sostanza sia per la mancanza di una casistica che ne abbia negli anni delineato in maniera più marcata i confini di applicazione. Una delle differenze sta intanto nelle motivazioni che hanno contribuito alla sua adozione. A spingere affinché l’Europa si dotasse di una clausola di mutuo soccorso, nel corso delle trattative, fu la Spagna, ancora scossa dagli attentati dell’11 marzo 2004 alle stazioni di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia, a Madrid, che provocarono 192 morti e oltre 2mila feriti e vennero rivendicati da Al Qaeda. Memore delle disquisizioni sul ricorso all’articolo 5 della Nato dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, il governo spagnolo chiese e ottenne che la clausola affrontasse i casi di “aggressione armata nel territorio di uno Stato membro” e non di “attacco armato“, come nell’articolo Nato. Questo apre a una varietà più ampia di azioni aggressive, dagli attacchi ibridi, a quelli cibernetici e terroristici, ma rende allo stesso tempo la clausola più generica e, quindi, soggetta a interpretazioni. Solo la Francia, fino a oggi, ne ha infatti chiesto l’applicazione dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015.

L’articolo, inoltre, non fa mai riferimento esplicito all’uso della forza come sostegno che ogni singolo Paese può offrire allo Stato membro sotto attacco. Questo, come per la clausola Nato, permette ai governi di scegliere in quale modo dare il proprio contributo dopo la richiesta di aiuto, ma in qualche modo marginalizza l’opzione armata, relegandola nella più generica formula di “aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”. Anche perché, e qui si passa nel campo degli strumenti operativi, se l’Alleanza gode di piani di risposta rapida collaudati, forze militari integrate e di una catena di comando rodata, l’Ue non ha un esercito comune e questo colloca l’assistenza a un livello inevitabilmente bilaterale e non collettivo. Il motivo dietro a questa mancanza di specificità, secondo la fonte interpellata da Ilfattoquotidiano.it, va ricercato in un semplice concetto: “Non c’è la volontà politica di ricorrere all’articolo 42.7, anche quest’ultime esercitazioni finiranno in un nulla di fatto”.

X: @GianniRosini

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Il Fatto Quotidiano

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