«L’Oriana, una donna tremenda ma straordinaria», parla il nipote di Fallaci
- Postato il 15 settembre 2026
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«L’Oriana, una donna tremenda ma straordinaria», parla il nipote di Fallaci
A vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci, un’intervista a Edoardo Perazzi, nipote ed erede del grande patrimonio letterario che ricorda anche la zia in Calabria per i moti di Reggio
E come si fa a scrivere su Oriana Fallaci? Oggi, il 15 settembre, a 20 anni dalla sua morte. È un nome immenso, che ha sfidato e continua a sfidare tutte le opacità del mondo. Sacralità e potenza. Immortalità vera e non vestita da cerimonia. C’è la sensazione di mettere le mani in una grandezza che non si è all’altezza di gestire da soli. Perciò si è chiesto aiuto a Edoardo Perazzi. È suo nipote, figlio della sorella Paola. È l’erede, nominato dalla stessa Fallaci. Un uomo dalla gentilezza autentica, non sofisticata, perché buon sangue non mente: schietto, diretto, disponibile, simpatico e generoso nel far dono dei ricordi su colei che ha sempre chiamato “l’Oriana”.
Con Edoardo Perazzi abbiamo risfogliato l’intervista integrale di Oriana Fallaci a Ciccio Franco, pubblicata sull’Europeo nel 1971. Sì, perché non tutti lo sanno, ma Oriana Fallaci è stata qui, in Calabria, per seguire i moti di Reggio e, mentre era in città, la portarono nel bunker segreto di Ciccio Franco, “fascista” e capo dell’insurrezione, al tempo latitante e ricercato per istigazione a delinquere. Un’intervista in vero stile “Fallaci”: Ciccio Franco, “il fascista”, praticamente demolito. La fotografia di una «terra messa da parte» e un “duello” a registratore acceso dei suoi.
Un’intervista che proprio dalla Calabria restituisce uno spaccato interessante e lucido di quel pensiero politico che tanti ancora si rifiutano di voler comprendere, cercando di etichettare la personificazione della libertà, del coraggio, della verità e della dignità, dall’una o dall’altra parte della barricata. Personificazione di una bellezza che, per sua stessa natura, ruggisce ancora dentro qualsiasi gabbia ideologica o morale, nella quale si tenta di inchiodarla.
Signor Perazzi, senta, anche nell’intervista a Ciccio Franco, Oriana Fallaci chiarisce in modo nitido, netto, le sue posizioni. Che tra l’altro trovo coerenti dall’inizio alla fine della sua vita. E la cosa un po’ mi turba… Non capisco perché continua ad essere una figura tanto polarizzante.
«Sono perfettamente d’accordo. In alcuni recenti incontri a Firenze per i 20 anni della morte dell’Oriana, ho calcato proprio su questo tema. Il problema è uno: la gente non la legge davvero. C’è stata una strumentalizzazione molto forte del pensiero di Oriana e molti si sono fatti un’idea. Ma io concordo con lei. Le posizioni di Oriana sono sempre state le stesse. Coerente, fin dagli anni ’50. Si è sempre occupata di soprusi e di andare contro al fascismo. E per lei il fascismo era non solo il fascismo di Mussolini, ma anche quello dell’Islam estremista. Cioè di chiunque ti vada a rompere le scatole nella tua libertà personale. Questo era il pensiero di Oriana. Anch’io sono sempre molto sorpreso. In questa intervista fatta in Calabria a Ciccio Franco, lei apre dicendo “ma lo sa che è il primo fascista che intervisto?”».
Sì, “immagini la curiosità”, aggiunge.
«Esatto. Questo anche per spiegare il suo tipo d’approccio. Oriana dava una possibilità a chiunque. Andava sempre con il sopracciglio alzato, certo, con una sua idea, alla quale spesso trovava riscontro. Ma non era prevenuta. Ed era sempre molto disponibile a rivedere le sue posizioni. Ovviamente dovevi essere bravo ad argomentare. Ci sono interviste straordinarie come quella a Golda Meir, dove lei è andata pensando di farla a pezzi, dopodiché, invece, rimase ammaliata dalla sua figura. E sempre nella chiusa dell’intervista a Ciccio Franco, c’è l’invito a leggere. Non lo offende. Dice: “Le manderò dei libri”».
Ma lei la chiama “Oriana” e non “zia” per una sorta di rispetto?
«Non è un vezzo. Era quasi un’usanza di famiglia. C’era mio nonno, Edoardo, lui non era il nonno ma era “il babbo”. E l’Oriana, come anche l’altra mia zia Neera, venivano chiamate per nome. Forse se l’avessi chiamata “zia” si sarebbe sicuramente incazzata. Un po’ sa, ironicamente, l’immagine della “vecchia zia”. In famiglia era “l’Oriana” e io fin da bambino l’ho sempre chiamata così».
E com’era?
«È sempre stata la figura centrale della famiglia: famiglia tutta di donne, tranne mio nonno Edoardo. E lei era la più forte, il punto di riferimento. Il pilastro».
Ho sempre pensato che non ci fosse differenza tra la donna e la giornalista. Lei che l’ha vissuta lo conferma?
«Sì, assolutamente. Oriana ha sempre basato il suo lavoro sulla sua esperienza personale. È nata con questo talento straordinario che circolava già nel dna della famiglia. Le sorelle scrivevano bene, lo zio idem, persino le lettere scritte da mio nonno sono belle. – Io sono una rara eccezione, sono una “bestia” (Ride) –. Ci sono i quaderni delle elementari che sono impressionanti. E poi si è formata con la sua esperienza di vita. È cresciuta in una famiglia di antifascisti, in un periodo in cui, è bene ricordarlo, molti erano fascisti in Italia. Per cui, come diceva lei, essere antifascisti voleva dire non vivere negli agi.
Aveva esempi fulgidi di letteratura e cultura, come lo zio Bruno. Esempi di coraggio e rettitudine morale da parte di mio nonno. E anche di mia nonna, che nella sua apparente semplicità è stata determinante: donna colta che si è sacrificata per mandare avanti la famiglia e che, allo stesso tempo, ha dato l’esempio di ciò che non sarebbe dovuta diventare. E poi ha iniziato a lavorare giovanissima, facendosi un culo pazzesco e facendosi le ossa dalla base, girando con la bicicletta per andare a cercare notizie di cronaca e poi tornando fino a tarda ora nelle redazioni a scriverle.
Sembrano cose banali raccontate adesso. Ma era l’Italia del dopoguerra, era un mestiere in cui le donne non c’erano e se c’erano facevano le segretarie o, in rarissimi casi, si occupavano di cronaca rosa. Oriana, un po’ per volta si è fatta e si è creata. E se si leggono gli articoli di Oriana degli anni ’50, ritrovi gli stessi stilemi che poi si trovano nelle grandi interviste: il fatto di non aver paura di nessuno, di essere molto preparata prima di fare una grande descrizione e soprattutto il mettere se stessa in prima persona: “Io non sono un freddo registratore”, diceva».
È un po’ la stessa cosa per le tematiche che si è sempre portata dietro, tipo l’Islam.
«Sì, esatto. Tutti hanno presente lo schieramento di Oriana dopo l’11 settembre. Ma Oriana ha scritto di Islam tutta la sua vita. Sin dalla prima volta che è andata nel ’57 a intervistare Soraya a Teheran, fino al viaggio del ’60, ’61 in Paesi musulmani in cui descrive la condizione della donna. Per poi passare attraverso tutti i grandi reportage degli anni ’70, i grandi leader palestinesi intervistati, i grandi leader israeliani. Oriana è una grande esperta di Medio Oriente. C’è un libro che ha venduto centinaia di migliaia di copie, tradotto in tantissime lingue che è “Insciallah”: ecco, se si vuole capire qualcosa di ciò che accade in quella parte del mondo, si deve leggere quel libro, perché è chiarissimo. Tutti pensano a “La rabbia e l’orgoglio”.
È curioso come l’incasellamento porta, anche spinto dai social, a una narrazione come di lei che stava tranquilla a New York, vide l’attentato alle Torri Gemelle, si è incazzata e ha scritto. In realtà non è così. Ha sempre scritto di Islam. E ci ha sempre indovinato. Perché alcune espressioni che Oriana ha inventato e tirato fuori, “il ventre molle dell’Occidente”, “l’Eurabia”, “lo Stato islamico”, sono cose che poi si sono avverate. Quando le ha scritte, tutti la prendevano per pazza, xenofoba, reazionaria. Ma aveva amici arabi, mediorientali. Poi, il mio compito non è quello di commentare quello che ha fatto Oriana. Uno può non essere d’accordo con le sue posizioni, con le sue conclusioni, però sta di fatto che trovo ora molto importante leggerla. Perché apre la mente, ti fa discutere».
Senta, signor Perazzi, Oriana aveva anche un rapporto di odio e amore con la sua categoria, con i giornalisti. Non li risparmiava.
«Oriana apriva bocca e diceva quello che le passava per la testa. Non le mandava a dire a nessuno. Ci sono delle lettere ai suoi direttori che è bene che non vedano mai la luce (Ride). Ricordo che ero con lei in Argentina, pieno periodo della Junta. Oriana arriva, la prima sera va in televisione e spara a zero contro tutta la stampa argentina. Le lascio immaginare il risultato. La mattina dopo si doveva andare in Università e tutti i quotidiani a scrivere “buttatela fuori, ma chi l’ha fatta entrare”, ovviamente. Aveva un coraggio da leone. Quindi si riteneva, molto giustamente e spesso, superiore. Poi lei era anche molto ammirata, molto amica di altri grandi giornalisti.
In Vietnam, per esempio, alla sua prima vera esperienza, nel ’67, lei non sapeva bene come muoversi. E senza alcuna timidezza né vergogna, va a chiedere aiuto alla France-Presse. Loro erano sul territorio da tanti anni. L’Oriana era molto brava, molto seria, era consapevole della sua bravura, quindi di conseguenza era anche detestata. Può capitare di trovare giornalisti che dicono “Oddio, quando arrivava Oriana in redazione scappavano tutti”. Ed era così, avevano tutti paura. Era una gran rompiballe, una super perfezionista. Sapevano che se lei arrivava facevano le nottate perché non sarebbe mai stata contenta. Aveva un carattere terribile ma condito da grandissima generosità».
Senta, il ritratto che si dà di lei è di questa personalità molto forte. Ma gli anni ’70 sono anche gli anni di Panagulis, un grande amore. E lì viene fuori una donna di un’intensità e di una profondità immensa.
«Era così».
Lei la temeva o l’amava?
«Tutte e due. Ho sempre voluto molto bene a Oriana, e mi son preso anche la mia generosa dose di insulti».
Ma tipo? Che le diceva?
«Ah, di tutto (Ride). Che si trovasse davanti un bambino o un adulto per Oriana non faceva alcuna differenza. I miei due figli maggiori la ricordano proprio perché parlava loro come adulti. Ed erano deliziati da questo. Solo che ciò valeva nel bene e nel male. Da bambino, a circa dieci anni, ricordo che mi mette in mano Jack London, “Il richiamo della foresta”. Io lo leggo. E lei dice: “Ah bene, l’hai letto? Allora? Che ne pensi?”. E lì non è che con Oriana potevi dire “sì, bello, grazie e arrivederci”. Dovevi argomentare. E io dico: “Guarda, bellissimo, mi è piaciuto tanto… peccato che finisca male”. Lei sbianca: “Come male?”. E io: “Eh, la protagonista muore…”. Non l’avessi mai detto. Mi ha fatto a pezzi! “Cretino, idiota. Ma come! Ma il protagonista!” (Ride). Non ci avevo capito assolutamente niente. Ma avevo dieci anni.
Questa era Oriana. Ho fatto un viaggio con lei nei Paesi scandinavi e un sacco di volte mi sgridava anche se stavo a leggere in silenzio. Bastava la mia sola presenza a disturbarla. C’è da dire che Oriana è stata una donna molto sola – e ha patito per questa solitudine – ma amava anche starci da sola, era abituata. Era molto particolare Oriana».
Ma lei andava spesso con lei nei viaggi?
«A me è capitato tante volte. Dopodiché la si vedeva alle feste comandate o in estate in Toscana. Veniva spesso a Milano, dov’ero io. Uno la pensa sempre in America, invece viaggiava tanto. E poi io in età adulta ho lavorato tantissimo negli Stati Uniti, quindi almeno una volta al mese ero con lei. E ti dava tanto: a me ha dato la possibilità di studiare a Chicago, dove lei aveva avuto la Laurea ad honorem. Era simpatica e molto generosa. Da bambino arrivava sempre con regali straordinari, con racconti straordinari, con amici pazzeschi: poteva arrivare con un astronauta, con la Loren, con un politico.
Era divertente. E poi affettuosa. Una volta, da piccolo, arrivai con un’orrenda composizione fatta con il muschio e dei fiorellini sopra. E lei ne fu molto colpita. Mi ringraziò con entusiasmo. Era terribile e apparentemente inscalfibile. Poi però stando con lei ti accorgevi che aveva le sue debolezze, tenerezze, fragilità, sofferenze».
Cos’era che la faceva soffrire per esempio?
«Soffriva molto le critiche. Una cosa che magari nessuno pensa. O per una recensione ingiusta. Anche se solo frutto di bassa meschinità».
L’ha mai vista piangere?
«Sì, mi è capitato. Anche se lei ha sempre scritto che non aveva mai più pianto dopo uno schiaffo ricevuto dal padre durante un bombardamento. Io ero con lei quando è morto mio nonno, per esempio. Ero disperato e lei molto lucida, molto affettuosa. Mi consolava. Poi, dopo che mi sono calmato io, mi son girato e ho visto che si è messa a piangere lei».
Lei ha raccontato in un’intervista dell’urlo che sentì alla notizia della morte di Alekos Panagulis. Che successe quel giorno?
«Ci sono alcune cose che sono scolpite nella mia memoria. In particolare, la storia di Alekos. Avevo sette anni. Ricordo benissimo la sua voce, delle cose che Alekos faceva, delle affettuosità che aveva, anche cose buffe. Ci faceva vedere le cicatrici, ci spiegava le torture. E poi ho altri ricordi indotti. Ne ho sentito tanto parlare in famiglia e ho seguito la stesura di “Un uomo”. E poi quell’urlo tremendo di Oriana.
Eravamo tutti per il primo maggio a Firenze, a trovare i nonni. Suonò il telefono, andò a rispondere Neera e disse “Oriana c’è la France-Presse al telefono per te”. Oriana disse “Va bene, vado a prenderla su la telefonata”. Salì e dopo pochi secondi si è sentito quest’urlo tremendo e vedo lei che scende le scale di corsa dicendo “l’hanno ammazzato, l’hanno ammazzato”. Poi i militari greci non la facevano entrare nell’obitorio. L’hanno fatta aspettare più di due ore e, alla fine, ridacchiando, quando la lasciarono passare, Oriana trovò sulla tavola dell’obitorio Panagulis completamente aperto e tutti gli organi appoggiati di lato. Questo per dire cosa Oriana ha vissuto».
È pesante essere suo nipote?
«No, è bellissimo. Mi ha voluto molto bene. Poi mi ha nominato suo erede ed è un senso di responsabilità che sento molto forte. Cerco di far tutto più seriamente possibile. Per divulgarla, per farla conoscere. Sono sempre molto generoso con chi approccia o voglia scrivere di Oriana, anche per progetti propri. Sono sempre a disposizione. Perché trovo che Oriana appartenga a tutti: non appartiene solo a me o alla mia famiglia o ai suoi lettori. Oriana andrebbe studiata. Lo so che sono frasi un po’ pompose. Ma si tratta di grandi intellettuali, come anche Pier Paolo Pasolini, che andrebbero studiati, anche con polemica, va benissimo. D’altronde è uno dei loro compiti quello di smuovere le coscienze. E torniamo a quello che ho detto all’inizio: spesso ho l’impressione che la gente non la legga.
Mi sono ritrovato alla presentazione di “Processo alla minigonna”, uno degli ultimi libri usciti. Lì c’è un’Oriana giovane, spigliata, super buffa, super autoironica e sono le sue grandi interviste sulla moda. Per cui c’era Coco Chanel, Dior. È molto carino. Però, anche qui dentro, ci sono dei contenuti straordinari di attualità. Cioè lei fa dire delle cose a Coco Chanel e a Mary Quant che sembra di sentire parlare una donna che si occupa adesso di diritti civili. È impressionante. La cosa triste è pensare che non sia mai cambiato niente. Un dispiacere che ho è che ancora non si sia riusciti a fare un film tratto da “Un Uomo”. Neanche Oriana c’era mai riuscita. Prima o poi succederà. Perché anche lì ci sono contenuti attualissimi. Oriana scherzando si definiva una “Cassandra”.
Nel tempo ho iniziato a crederci. E credo che oggi sarebbe pesantemente impegnata sul cambiamento climatico, cosa di cui tutti parlano ma di cui nessuno alla fine si occupa veramente. Come continuerebbe ad occuparsi di Medio Oriente e avrebbe sicuramente un punto di vista particolare e unico. C’è una lettera che scrive a Carlo Cassola: “Caro Cassola, ma qui non c’è mica tanto da preoccuparsi, perché noi umanità distruggeremo questo pianeta molto velocemente”. La lettera è del ’70».
Non oso immaginare cosa avrebbe detto dell’IA…
«Mamma mia… Oriana era attratta da internet, ne coglieva le potenzialità, ma credo che a tutto questo non ci sarebbe arrivata».
Battaglie, fiumi di inchiostro e libri.
«È consolante però a volte vedere nei licei dei giovani che scoprono Oriana, stanno con i suoi libri in mano e si entusiasmano. Così come esiste ancora gente portata, innamorata della professione giornalistica. Un mestiere difficile in cui, anche oggi, bisogna tener duro».
Già. Senta, tempo fa ho intervistato la nipote di Totò, Elena Anticoli De Curtis. Che mi dice della famosa intervista del 1963?
«È stupenda, il titolo è stupendo: “Il Principe Metafisico”. Le foto. Ci sono e sono sopravvissuti i nastri. Lui era serissimo. Lei molto rispettosa. I pochi nastri che si sono salvati sono preziosissimi. Perché ti rendi conto ancora di più della tecnica di lavoro di Oriana. Quando lei aveva stima, come accadde anche con Pasolini, poi, le interviste trasudano ammirazione. Capolavori riservati».
Per concludere, a 20 anni dalla morte le manca? Cosa le manca?
«Mi manca un po’ una guida, una bussola per districarmi tra le sue carte. A volte trovo degli incipit straordinari o due fogli di lavoro su un tema pazzesco e penso “Ma porca miseria, ma cosa volevi dire? Dove stavi andando a parare?”. E poi mi spiace di non averle mai detto in vita quant’era veramente brava, quanto mi piaceva. Le ho voluto molto bene e gliel’ho dimostrato. Ma magari usciva il nuovo libro e tu le mandavi la classica letterina “sì, m’è piaciuto, che bello”. Mi sembrano, rileggendole oggi, lettere inadeguate, superficiali, miserabili. Eppure lei poverina la prendeva sul serio. E ti rispondeva. Si faceva le minute, le firmava, le controllava con attenzione. Era una donna tremenda l’Oriana. Tremenda, ma straordinaria».
Il Quotidiano del Sud.
«L’Oriana, una donna tremenda ma straordinaria», parla il nipote di Fallaci