“Lo scandalo dei morti all’ospedale di Zurigo? Il primario italiano fu scelto per il ruolo che aveva nella società israeliana che produceva il Cardioband. Denunciare mi è costato tanto”
- Postato il 12 maggio 2026
- Cronaca
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Denunciare mi è costato tanto. Ho perso praticamente tutto. La mia vita è stata devastata”. Parla Andre Plass, un passato da cardiochirurgo all’Ospedale Universitario di Zurigo. È lui il whistleblower, l’uomo che dall’interno ha denunciato quanto sarebbe avvenuto nel reparto dell’istituto svizzero (tra il 2014 e il 2020) allora guidato dal primario italiano Francesco Maisano. Un nome noto, oggi alla guida della cardiochirurgia del San Raffaele di Milano.
Dottor Plass, come è cominciata questa storia?
Con l’arrivo di Maisano.
Eppure il medico italiano aveva un’ottima reputazione medica… perfino vip come Flavio Briatore sono andati a farsi operare da lui.
Era un allievo del professor Alfieri, un medico molto famoso.
Alfieri era considerato un luminare, quello che ha operato anche Silvio Berlusconi.
Sì: Maisano, però, non è stato scelto per questo.
Ma allora perché, secondo lei, sarebbe stato scelto.
C’era dietro un mondo in cui la medicina andava a braccetto con gli affari.
Ci spieghi la sua versione dei fatti.
Il centro di tutto è il Cardioband, la fascia miracolosa che si diceva dovesse salvare la vita dei malati.
Maisano, secondo lei, cosa c’entra?
Il dottore non è stato scelto per le sue capacità mediche, ma perché tra il 2008 e il 2013 era stato Chief Medical Officer della Valtech. Lui aveva un ruolo essenziale per la società che produceva il Cardioband.
Il professore italiano oggi non parla. Ha scelto il silenzio, quindi non è possibile conoscere la sua versione dei fatti. Però, sostiene, in passato aveva dichiarato i suoi “conflitti di interesse”.
Maisano quando è arrivato a Zurigo ha concentrato la sua attività nell’applicazione del Cardioband. Un prodotto magico, diceva. Durante quegli anni ha applicato tra 40 e 50 di questi dispositivi a pazienti malati. Ma la realtà poi si è dimostrata molto diversa.
Ci racconti come la vede lei…
Tanto per cominciare c’era il comportamento del professore in ospedale. Chiunque provasse a sollevare dubbi era emarginato. “Siete nemici del futuro, del progresso”, questo ci diceva.
Invece?
Noi abbiamo cominciato a notare che quel dispositivo cardiaco aveva effetti negativi sui pazienti. O, comunque, non li guariva. Lo dicono anche gli studi indipendenti dell’Università di Zurigo resi noti pochi giorni fa: il 60 per cento dei pazienti operati poi sono stati di nuovo male. La percentuale dei malati guariti era molto bassa.
L’ospedale parla anche di possibili interventi “inappropriati”. Questo vuole dire?
Sì.
Cioè il Cardioband non doveva essere applicato?
Questa era il nostro timore. Avevamo paura per i nostri pazienti.
Che cosa è successo secondo lei?
C’è stato un enorme risvolto economico dietro l’utilizzo di quel dispositivo. Maisano e altri professori in diversi ospedali d’Europa con i loro studi hanno contribuito a convincere il mondo della cardiologia che il Cardioband fosse un prodotto che avrebbe rivoluzionato la cura dei pazienti con problemi alle valvole cardiache.
“È un sogno che diventa realtà”, diceva Maisano. Ma non potrebbe essersi trattato di un errore di valutazione nello studio di un prodotto nuovo?
Io dico questo: Maisano aveva un ruolo di primo piano nella Valtech, la società israeliana che produceva il Cardioband. Dopo la pubblicazione dei suoi studi, l’interesse dei colossi del settore verso quella società è cresciuto a dismisura.
È successo per tanti altri prodotti…
Il risultato è stato che Valtech è stata venduta per 340 milioni di dollari, più altri 350 da pagare in una seconda rata che doveva essere pagata anche in base ai risultati raggiunti dal prodotto. E invece…
Invece?
Nel giro di pochi anni sono emersi tutti i limiti e i rischi della Cardioband. Il prodotto ormai è stato ritirato da molti mercati e praticamente non è più utilizzato. Edward Lifesciences, che aveva comprato Valtech, si è trovata in mano una scatola vuota. C’è stato anche una colossale disputa legale nel Delaware, perché gli ex azionisti di Valtech chiedevano il pagamento della seconda rata, ma è emerso che le vendite di Cardioband raggiungevano a malapena i quattro milioni di dollari l’anno… per un affare da quasi 700 milioni. Questa è una storia clamorosa, credetemi. Accende un riflettore sul rapporto tra medicina e industria. Bisogna cambiare le cose.
In Italia, all’ospedale San Raffaele dove Maisano oggi lavora, c’è chi dice che il caso a Zurigo sia scoppiato per “una lotta di potere interna”.
Ecco, fanno le vittime. Questa è loro tattica. Dovrebbero dare soltanto delle risposte.
Si dice, addirittura, che Maisano sarebbe stato scelto come “capro espiatorio perché italiano”. È vero?
Per favore, non scherziamo. Ho la massima stima per tanti medici italiani, la vostra è un’ottima scuola. E poi la cultura, lo spirito, il modo di vivere di voi italiani rendono migliore l’ambiente di lavoro.
Chi è vicino a Maisano sostiene, appunto, che i “conflitti di interesse” erano stati denunciati.
Il professore era azionista di una decina di società. Era consulente di altre. Le stesse di cui utilizzava i prodotti sui pazienti.
Maisano non sarebbe l’unico. Pensa che questa vicenda, se le accuse saranno dimostrate, cambierà le cose?
All’Università di Zurigo assicurano che tutto ora sia cambiato… vedremo se è vero. Ma serve un grande cambiamento culturale, proprio nel mondo medico. Altrimenti tutta questa storia sarebbe inutile… e anche quello che ho patito.
Dicono che lei non sapesse fare lavoro di squadra…
Bè, se denunci un collega, se porti delle prove… non sarai certo amato.
Sono passati quasi dieci anni dalle sue prime denunce. Lei lo rifarebbe?
A volte ho dubitato: ho perso il lavoro e la cattedra all’università. Ho perso tanto denaro. La mia esistenza è stata devastata… anche se poi mi sono ricostruito una vita, lavoro in una società, ho una carica politica nel mio Cantone.
Oggi lascerebbe correre, questo vuole dire?
No. Rifarei la stessa cosa, non potrei lasciare che tutto questo accadesse sotto i miei occhi. Primo, per i pazienti. Io credo che non abbiano avuto le cure ‘appropriate’. Ma c’è altro: questa vicenda accende un faro sul rapporto malato che esiste tra la medicina e le grandi industrie farmaceutiche. Noi non possiamo accettare nemmeno il dubbio che i prodotti utilizzati per la cura dei pazienti e per la loro sopravvivenza siano scelti in base a criteri economici invece che pensando soltanto alla salute. Alla vita.
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