Lo Jus Primae Noctis non è mai esistito. Ma per fortuna la Michetta di Dolceacqua sì
- Postato il 6 ottobre 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Gli studiosi del Medioevo non smettono di ripeterlo: la leggenda dello Jus Primae Noctis è, appunto, una leggenda non comprovata da nessun documento. Eppure è spesso dalle leggende che nascono altre storie, magari leggende, ma non per questo meno suggestive e coinvolgenti. E’ il caso della michetta di Dolceacqua, dolce antico, che nasce dalla leggenda trecentesca di Lucrezia, bellissima popolana sposa a tal Basso, di cui era invaghito il cattivo marchede Imperiale Doria che voleva imporle di trascorrere con lui la prima notte di matrimonio.
La giovane si rifiutò con tutte le sue forze di pagare l’odioso tributo. Tentò anche di buttarsi dalla finestra dall’ultimo piano del castello, ma davanti alla resistenza della giovane il marchese, anziché liberarla, la fece rinchiudere nelle segrete dove Lucrezia e si lasciò morire di fame e di sete.
Venuta a conoscenza della notizia la gente del Paese, capeggiata da Basso, meditò vendetta. Il giovane marito, pazzo di dolore, decise di compiere di entrare nel castello con uno stratagemma: nascosto in un fascio di fieno, caricato sulla schiena di un mulo, a notte fonda riuscì a raggiungere le scuderie. Con la complicità di una guardia raggiunse la stanza del marchese e, sotto la minaccia di un pugnale puntato alla gola, gli ordinò di abolire lo “Jus Primae Noctis”.
Le donne di Dolceacqua, volendo ricordare una così grande vittoria e il sacrificio di Lucrezia (a proposito, sembra che il suo fantasma ancora si aggiri per il castello), decisero di creare un dolce a ricordo degli avvenimenti. Impastando la farina con uova, zucchero ed olio crearono varie forme sino a quando una di loro, la più smaliziata individuò in una delle sagome di pasta un’evidente allusione al sesso femminile ed esclamò: “Sachì le che che ghe va (questa è quella che ci vuole), la chiameremo “michetta” (a proposito, quella in foto è dello chef Ugo Vairo). Le donne scesero poi in piazza gridando: “Omi, au, a michetta a damu a chi vuremu nui (uomini, adesso la michetta la diamo a chi vogliamo noi)”. Si abbina a un Rossese di Dolceacqua passito.
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