L’Iran tra il terrore delle esecuzioni e la Resistenza. Scrive Terzi di Sant’Agata
- Postato il 5 maggio 2026
- Esteri
- Di Formiche
- 0 Visualizzazioni
- 3 min di lettura
L’Iran sta attraversando uno dei periodi più incerti e difficili della sua storia recente. Sotto il peso di una crisi di legittimità senza precedenti, il regime teocratico ha intensificato l’uso della violenza, trasformando il Paese in un immenso braccio della morte a cielo aperto per soffocare ogni anelito di libertà.
I dati che giungono da Teheran sono agghiaccianti. Nel solo 2025, il regime ha eseguito oltre 1.639 condanne a morte, con un incremento del 68% rispetto all’anno precedente. Così lo Special Rapporteur Onu per i Diritti umani in Iran, che aggiunge come i numeri superino abbondantemente le duemila esecuzioni, in quanto solo una parte di esse rientrano nei conteggi ufficiali.
Un tragico record che rende perfettamente l’idea di un regime che nei 37 anni, sotto la guida di Ali Khamenei, ha disseminato morte, intolleranza, terrorismo e instabilità nel Paese e in tutta la regione mediorientale.
Questa impennata non è un segno di forza, ma una disperata debolezza e una spietata difesa del potere illegittimamente detenuto contro la volontà di milioni di giovani, donne e prigionieri politici. Milioni di cittadini minacciati da esecuzioni per impiccagione che sono lo strumento principale con cui i mullah tentano di mantenere il controllo su una società sempre più “esplosiva”.
In questo senso, la testimonianza video di sei prigionieri politici – Vahid Bani Amerian, Abolhassan Montazer, Mohammad Taghavi, Akbar Daneshvarkar, Babak Alipour e Pouya Ghobadi – è cruciale. Prima di essere condotti al patibolo tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2026, questi uomini hanno esibito con fierezza i simboli della Resistenza guidata dal Movimento Mek/Pmoi, e la foto della Presidente-eletta del Consiglio nazionale della resistenza in Iran, Maryam Rajavi.
Le immagini mostrano volti sereni e mani alzate in segno di sfida, nonostante l’imminenza della morte. Sei professionisti che hanno scelto consapevolmente di sacrificare la propria vita in nome della libertà e della democrazia. Il loro messaggio è chiaro: la paura non ha vinto e non vincerà.
Questo eroismo sul campo dimostra inequivocabilmente che la rete del Mek/Pmoi è l’unica forza organizzata realmente operativa e radicata all’interno del Paese. Mentre figure come il figlio dello Shah sbandierano una leadership basata più sul prestigio mediatico all’estero che sull’azione concreta in Iran, i membri del Mek rischiano quotidianamente la tortura e il patibolo. La narrativa del regime che dipinge l’opposizione come frammentata è tutt’altro che fondata. Esiste un’alternativa strutturata e attiva nel cuore della nazione, ed è il Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Ncri) che, infatti, ha svolto un ruolo storico e strategico fondamentale per la sicurezza mondiale.
È stata proprio la Resistenza iraniana a portare alla luce, sin dal 2002 (con le rivelazioni su Natanz e Arak), il programma nucleare clandestino del regime. Senza il lavoro di intelligence del Ncri, la comunità internazionale sarebbe rimasta all’oscuro delle ambizioni atomiche dei mullah, che continuano ancora oggi a minacciare la stabilità regionale e globale.
È tempo che la comunità internazionale offra un sostegno politico alla Resistenza. La base per la ricostruzione del Paese esiste già: è il Piano in 10 punti proposto da Maryam Rajavi. Un manifesto per un Iran futuro basato sulla separazione tra religione e Stato; la piena uguaglianza di genere; l’abolizione della pena di morte; un Iran non nucleare e in pace con i vicini.
Le organizzazioni della Resistenza iraniana che hanno la loro leader nella signora Maryam Rajavi hanno dimostrato negli anni un forte radicamento in tutta la società iraniana come è apparso in modo sempre più evidente nel corso delle durissime manifestazioni di rivolta contro il regime. Le immagini dei condannati a morte della Resistenza iraniana, diramate dalla stampa internazionale, che esprimono il loro sostegno a tali forze democratiche motivano ancor di più ogni sostegno politico a chi, da anni, si batte per la democrazia, il pluralismo politico, i diritti delle donne e la libertà di un intero popolo.