L’invasione coreana (al cinema e in streaming)
- Postato il 7 settembre 2026
- Di Panorama
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Arrivato nel 2016, Train to Busan partì in sordina. Il pubblico non era ancora pronto. Nessuno poteva prevedere quello che sarebbe accaduto solo quattro anni dopo: una pandemia globale avrebbe ucciso 15 milioni di persone e trasformato i vicini di casa in potenziali untori, provocando nella società paura e sospetto e liberando al contempo i migliori e peggiori istinti umani. A dieci anni di distanza questo film coreano esce anche in Italia il 2 settembre, grazie a Tucker Film, e vederlo per la prima volta risveglia echi del Covid, ma fa capire anche perché, ancora oggi, è uno dei migliori zombie-movie mai realizzato.
Un incidente in un’azienda di biotecnologie libera un virus che trasforma le persone in bestie che vogliono azzannare i sani per trasmettere la malattia. Mentre l’epidemia si diffonde in Corea, alcuni personaggi si ritrovano ignari su un treno diretto da Seul a Busan: Seok-woo (Gong Yoo) è un benestante gestore di fondi divorziato e ossessionato dal lavoro, chiaramente incapace di prendersi cura della figlioletta, che accetta suo malgrado di accompagnarla in treno dalla madre. Qui incontrerà il generoso ma rude Sang-hwa, operaio che disprezza i ricchi e presta ogni attenzione alla bella moglie incinta, ma anche la giovane stella del baseball Young-guk e la cheerleader Jin-hee oltre all’egocentrico e arrogante dirigente di una compagnia di autobus Yong-suk. Quando una donna infetta sale sul treno, l’apocalisse si propaga presto tra i vagoni, costringendo i pochi sopravvissuti a ingegnarsi pur di non farsi mordere dall’orda di infetti che vuole invadere ogni carrozza, in un film che oltre a esplorare il genere, mette in luce, tra atti di eroismo ed egoismo, i diversi caratteri di chi affronta la catastrofe.
La metafora sociale degli infetti secondo Yeon Sang-ho
«Nessuno nasce buono o cattivo e spesso, quando capita una tragedia, molte persone approdano su una delle due sponde per puro caso», spiega a Panorama il regista Yeon Sang-ho. «Molte altre, invece, si limitano a dare la colpa alla sfortuna. È triste doverlo ammettere, ma questo atteggiamento, questo sottrarsi alla responsabilità individuale, è abbastanza presente in Corea. E, per quanto Train to Busan sia un film di genere, mi piacerebbe che portasse gli spettatori a elaborare una riflessione in merito. Del resto, ho scelto gli zombie proprio perché possono incarnare varie sfumature sociali: non sono mostri, sono soltanto esseri umani contagiati e trasformati da un virus».
Seppure in versione asiatica, Train to Busan riporta il genere ai fasti di George A. Romero, che usava i morti viventi per criticare la società americana. Resta un adrenalinico thriller con venature horror, soprattutto grazie ad alcuni elementi: anzitutto l’ambientazione che punta sugli spazi stretti dei corridoi del treno, dove una toilette o un portabagagli possono diventare un rifugio sicuro; poi «l’idea di realizzare un film ad alta velocità senza troppi tagli di montaggio», come spiega lo stesso regista. Infine l’intuizione di creare degli zombie diversi da quelli visti prima: non più cadaveri lenti e barcollanti, ma infetti percorsi da un fervore frenetico, creati «ingaggiando un team di danzatori per creare coreografie specifiche per il film, addestrando le comparse con balli strani, fatti di movimenti innaturali».
L’invasione del cinema coreano sugli schermi italiani
L’uscita di Train to Busan è la prima di una serie di film coreani in arrivo in Italia nei prossimi mesi, a rappresentare la cinematografia che più di ogni altra assomiglia a quella americana, fatta di film spettacolari anche se spesso più intelligenti e divertenti di quelli a stelle e strisce, sulla scia di successi come Old Boy, Parasite o No Other Choice (ma anche della serie tv di culto Squid Game).
Pellicole che anche quando non escono al cinema si possono ammirare in Italia, al Florence Korea Film Fest di Firenze, in programma a marzo, e al Far East Film Festival di Udine, a fine aprile. In ogni caso il 5 novembre su Mubi arriva il fanta-kolossal con venature horror Hope, già in concorso al Festival di Cannes, che mette in scena 2 ore e 40 di inseguimenti e combattimenti senza requie tra un gruppo di cittadini e dei mostri alieni in un paesino rurale al confine tra le due Coree, chiara metafora della paura dell’invasione. Un film pieno di effetti digitali in cui fanno capolino anche due star internazionali come Michael Fassbender e Alicia Vikander ed è opera di Na Hong-jin, già regista dell’apprezzato Goksung-La presenza del diavolo. Poi arriverà Colony, nuova pellicola a base di zombie (pure lei) di Yeon Sang-ho, diventato un maestro del genere: un divertente action in cui un ex impiegato licenziato da un’azienda di biotecnologia torna per vendicarsi infettando l’amministratore delegato con un virus che trasforma in cannibali, mentre afferma di non poter essere ucciso perché il proprio sangue contiene gli anticorpi necessari ad arrestare l’infezione.
Dagli incubi d’azione alle storie d’autore
Non tutto il cinema che viene da Seul però è d’azione e c’è spazio anche per qualche titolo d’autore e documentario. Alla Mostra del Cinema di Venezia – e in arrivo con Netflix dal 6 novembre – c’è Possible Love, del maestro Lee Chang-dong. Il film racconta la relazione pericolosa tra due coppie, una storia di divisione di classi e di ricerca della felicità. Nei prossimi mesi dovrebbe arrivare anche Seoul Guardians, il documentario che racconta la notte di caos del 3 dicembre 2024, quando il presidente Yoon Suk-yeol ha dichiarato la legge marziale, accusando il Partito Democratico di essere colluso con i comunisti nordcoreani.